(*)Ogni qual volta nel corso
della guerra ho preso la parola in questa Camera come rappresentante del
Trentino, ho sentito nel mio interno la voce ammonitrice della coscienza, che
mi diceva; Come puoi tu prendere la parola da questa tribuna parlamentare, dare
l'illusione che tu sia un libero rappresentante di un libero popolo, mentre in effetti il tuo popolo vive in schiavitù politica e tu
stesso a mala pena godi dei più elementari diritti di cittadino? Come puoi tu,
particolarmente, partecipare alla discussione tra le popolazioni austriache
sulle questioni della guerra e della pace e sul destino stesso dell'avvenire
politico-nazionale, senza esporti al rischio che ciò
che tu dici venga interpretato soltanto come l'espressione pavida ed
opportunistica di uno stato di costrizione e - d'altro canto - ciò che non dici
venga interpretato come mancanza di una precisa idea sull'avvenire nazionale
del tuo popolo?
Infatti, signori miei, questo
dibattito parte da un presupposto, da una premessa del tutto falsa, cioè che sia possibile discutere veramente sul dilemma della
libertà politica o della tirannia, mentre la tirannia tiene alla catena la
libertà. Questo falso presupposto è stato avvalorato dal signor Presidente dei
ministri, quando egli ci ha allettati a discutere sul
diritto di auto-decisione dei popoli, come se questo principio per il Governo
fosse veramente in discussione, come se la oligarchia militare si trovasse in
istato di disarmo e l'autocrazia si trovasse di fronte soltanto i risultati
concreti di queste nostre consultazioni, per ritirarsi subito.
Ognuno sa che così non è. Per i
signori al banco del Governo, il diritto all'autodecisione rappresenta, tutt'al
più, una libertà relativa, corrispondente all'attuale situazione, con la
riserva dell'assolutismo; per la potenza veramente imperante, all'infuori dei Parlamento, questo diritto all'autodecisione è soltanto
un cattivo slogan dell'Intesa, contro il quale bisogna combattere con tutte le
armi, innanzi tutto con quella specifica della «vecchia tradizione austriaca».
Un esempio addirittura classico
di questa duplicità, di questo metodo ipocrita, è dato precisamente da come è stata trattata la questione tridentina immediatamente
prima e dopo lo scoppio della guerra.
Col passare del tempo si è venuti a conoscenza con la pubblicazione del Libro rosso
austro-ungarico di ciò che è accaduto prima (dello scoppio delle ostilità fra
Austria e Italia): che il Governo austro-ungarico nell'inverno e nella
primavera del 1915 aveva condotto lunghe trattative con l'Italia sulla
questione delle compensazioni, secondo l'art. 7 del trattato della Triplice e
che alla fine, da parte del conte Buriàn, fu avanzata una formale offerta,
riguardante prima di tutto il nostro paese. Ebbene, il Trentino, «les districts
qui forment ce qui s'appelle communément le Trentino», come dice
il conte Buriàn nella sua nota, fu, tanto esplicitamente come implicitamente,
in prima linea in queste trattative per almeno quattro mesi. Non so se in tutto
questo periodo sia venuto in mente al Governo comune o
al Governo austriaco, almeno quando si trattava di definire le proporzioni ed
il momento preciso per la cessione, che questi «districts» erano abitati da
uomini, che questi uomini avevano eletto dei deputati?
Mi viene
fatto di sorridere ancora quando penso a quel giornalista americano credo che
appartenesse ad un gruppo della stampa favorevole alle potenze centrali -, il
quale venne, nel periodo critico, nel Trentino e mi domandò quali dichiarazioni
avrebbero fatte i deputati del Paese, interpellati dal Governo su tale
questione. Quando io risposi che non sapevamo nulla di
nulla - e non dovevamo neppure saperlo -, la cosa parve a lui talmente
paradossale, talmente inconcepibile che non riusciva a riprendersi dal suo
stupore. Due epoche, due mondi, stavano di fronte; ma che cosa avrebbe detto
quell'americano, se fosse venuto a sapere che alcuni deputati erano sì stati
informati, ma non i rappresentanti della popolazione in questione, del cui
destino si stava decidendo: erano stati informati i rappresentanti della
nazione dominante, i quali dovevano poi esprimere la loro opinione
sull'avvenire del paese dominato; e si sarebbe meravigliato ancora di più se,
accanto a questi riguardi per la suscettibilità del dominio straniero, avesse
preso conoscenza di altre preoccupazioni, come quelle
espresse dal principe Bülow al ministro Sonnino come risulta dal Libro verde
italiano - che per esempio S. M. l'Imperatore d'Austria avrebbe potuto perdere
il titolo di conte del Tirolo.
Tutte queste erano quisquiglie in confronto a ciò che doveva accadere dopo la
rottura con l'Italia. Allora sì che abbiamo visto una costante e coerente
applicazione del diritto alla autodecisione nazionale!
Deputati che avevano avuto parte del tutto passiva, forzatamente, venivano allontanati dal paese, esiliati, ed i
rappresentanti della classe colta, innanzi tutto il principe Vescovo, erano
arrestati ed internati. Centinaia di impiegati e di
funzionari pubblici erano sospesi e processati, si prendevano ostaggi. Si instaurò nella nazione una tale dittatura militare, come
nessuna provincia italiana aveva visto, neanche ai giorni dell'Haynau, Ma non
voglio ripetere cose che già sono state dette a questo proposito.
Le forze militari applicarono qui
sistematicamente un programma preordinato. Il programma era il seguente:
sradicamento dell'elemento italiano. I metodi erano militari,
il programma era vecchio, quello del movimento radicale tedesco tra il
popolo tirolese. Noi lo conosciamo da molto tempo e finché fummo in piedi, lo combattemmo con le nostre forze unite, impedendo che fosse
applicato in pieno. Ma ora che siamo prostrati a terra
dal pugno della dittatura militare, risentiamo il grido di guerra ben
conosciuto, proveniente dai boschi di Teutoburgo. «Diventate tedeschi o
sparire», ecco il grido che abbiamo sentito al Congresso di Sterzing, alla
fondazione del Consiglio popolare tirolese: «Nessuna autonomia,
nessuna amministrazione autonoma, fosse pure delle di
mensioni
più modeste, ma servi in eterno», ci è stato gridato nella dichiarazione del Partito
popolare titolese.
Eppure, signori, considerate
questo: questi italiani, contro i quali si scatenava
l'ira di persecuzione, erano pure italiani austriaci, per i quali il barone
Macchio aveva l'incarico di dichiarare a Roma «que le Gouvernement Impérial
Royal veillera tout particulièrement à la sauvegarde de leurs intérêts
nationaux».
Questa popolazione alla quale viene imposta adesso con mano violenta la scuola popolare
tedesca, è pur sempre la stessa alla quale il barone Macchio aveva promesso
quell'università italiana per la quale a Vienna il barone von Hussarek si
preoccupava di trovare una sede degna, mentre erano in corso le trattative con
l'Italia. Questi soldati di lingua italiana vengono
ora vilipesi, maltrattati, degradati, messi in compagnie disciplinari e sono
pur sempre gli stessi dei quali Buriàn disse al duca di Avarna, il 15 marzo:
«ils se battent vaillement pour l'intégrité de la Monarchie».
Perché
questo brusco cambiamento? Non si è voluta dare una risposta formale. Dai
redattoti tirolesi ci è stato scritto: «Ora non
dobbiamo più avere nessun riguardo per l'Italia!».
Io non so se gli uomini politici di Innsbruck abbiano riconosciuto il valore di questa
teoria. Essa non dimostra però che quanto segue: voi italiani in Austria siete,
come tali, soli e senza difesa, siete un piccolo frammento di popolazione, che
è condannato a sparire sotto la pressione di una nazione più forte. Tutto
quello che noi vi abbiamo dato, tutto quello che vi abbiamo promesso, è stato
dato e promesso per riguardo alla vostra nazione riunita a Stato potente. Per
riguardo all'Italia voi potete avere molte cose, senza l'Italia per voi non
esiste alcun diritto nazionale, nessuna evoluzione
politica.
Questa è, Eccellenza, la vera
essenza di questa teoria o dottrina applicata alla nostra situazione, teoria
che il Governo deduce con una logica sorprendente dalla sua politica e dalle
sue azioni. E se noi dovessimo uscire da questa federazione
di Stati, allora il Governo ed i partiti tedeschi dovrebbero farsi in coscienza
la domanda, se non abbiano fatto tutto il possibile per renderci questo
passo quanto più facile.
Se non vi fossero altre ragioni,
sarebbe questa politica stessa che si sarebbe incaricata
di assegnarci in questo momento decisivo per il destino del nostro popolo, il
posto di osservatori impotenti. E se noi rinunziassimo
in maniera assoluta a fare la nostra comparsa alla Camera, ciò risponderebbe
alla logica di questa situazione politica. Ma non si
tratta soltanto dei diritti politici del nostro popolo; questa guerra dalla
durata lunga e terribile ha messo persino in pericolo l'esistenza del nostro
popolo che noi dobbiamo tentare di salvare. Perciò ci permettiamo di parlare a coloro che hanno in mano il potere e rivolgiamo loro un
ultimo appello.
Signori! Dei circa 350.000
trentini che attualmente vivono entro i confini
dell'Austria, circa 300.000 si trovano nelle linee del fuoco oppure
nell'immediato retrofronte; il resto sparpagliato qui e lì vive in baracche
nell'interno del paese. Conosco le loro condizioni, perché li ho visitati in
Val Sugana, dove essi cercano, con enormi sacrifici personali, e mettendo a
rischio la loro stessa vita, di dissodare il terreno rimasto incolto per ben
tre anni e di liberarlo dai residui di guerra. So anche che nella Val Lagarina conducono
una misera esistenza nelle cantine, so che nella zona di Trento debbono lavorare con il fucile in spalla per difendersi e
difendere i prodotti dalle rapine dei soldati, so che in tutte le altre zone,
oltre alle conseguenze dirette della guerra, grava il peso di due armate, che
rubano i prodotti dei campi (in un comune della Val di Fiemme fino al 40%), o
fanno salire i prezzi alle stelle attraverso la borsa nera e i baratti,
privando la popolazione civile dei viveri. In alcune zone più interne, la minaccia
all'esistenza non pare così evidente, ma in molte altre zone ho potuto constatare con orrore che bambini e vecchi muoiono con una
progressione spaventosa, che ragazzi nel fiore della vita portano con virile
coraggio nel loro petto il germe della morte. Altri debbono
combattere e venire addirittura a conflitto con la popolazione residente
locale, per strappare il pane quotidiano. Questo è oggi il popolo del Trentino,
non più un popolo, ma la rovina di un popolo: membra sparse di un organismo in
agonia,
Mi rivolgo ai signori del Governo
e grido loro: «ecce homo»; guardate in che condizioni si trova oggi il Trentino
tanto discusso! Guardate voi tirolesi tedeschi a che cosa è ridotto il tanto
odiato Welschtirol! Guardate, voi burocrati della persecuzione, come i tanto
sospettati irredentisti possono esplicare la loro
attività! Infine, guardate come il paese è ormai dissanguato! Rispondetemi
allora apertamente e schiettamente: che senso ha ancora perseguita
re,
cacciare come cani arrabbiati questi esseri umani così tormentati dall'assillo
per la loro stessa esistenza? Che senso ha
perseguitarli ordinando evacuazioni politiche ed esilii, processi pazzeschi? Che senso ha insomma angariarli con ogni sorta di violente
misure poliziesche e militari?
Io non mi appello soltanto, in
nome dell'umanità, al vostro cuore; mi appello anche al vostro buon senso e
dico con la massima schiettezza: se il Trentino apparterrà all'uno o all'altro
Stato, ormai questo lo decideranno le armi, noi «non
combattenti» non, potremo esercitare alcuna influenza in tale questione, almeno
sino al trattato di pace.
Perché
gli organi del Governo esauriscono le loro scarse forze e sprecano il loro
tempo con una vivisezione dell'anima trentina, perché cercano sempre e ovunque
il «pensiero traditore o infido»; perché gettate ancora e sempre in prigione
della gente, perché la tenete lontana dalle proprie case a morire di fame? A
che cosa serve tutto ciò? Se la pace arriverà presto,
allora si deciderà a chi apparterrà questo paese. Se verrà
ceduto all'Italia, temono forse i signori persecutori, che non avranno fatto
abbastanza in queste terre per meritarsi una lapide di bronzo alla memoria? E se tutto dovesse rimanere come nel passato, credono forse
che in seguito non avranno più la forza di spazzare con la scopa di ferro e
allontanare tutto ciò che loro non aggrada? In questo momento, la fame e la
miseria comune dovrebbero imporre anche a colui che
odia più selvaggiamente, una specie di «tregua Dei».
Debbo
tuttavia riconoscere che nei vasti paesi della monarchia, lì dove si trovano i
trentini, non soltanto nei paesi slavi, ma anche nei territori nazionali
tedeschi della zona dell'Eger, spesso anche gli organi di Governo si sono
regolati più umanamente. Era però sufficiente che la Cancelleria di Innsbruck - così io chiamo il Governatorato - in seguito
ad un qualsiasi avvenimento e con qualsiasi pretesto mettesse bocca in una
questione di profughi in Boemia, Moravia oppure nella bassa Austria, per farei
sentire la rude e crudele mano delle bene amate autorità della madre patria. I
nostri insegnanti debbono morire di fame, chi sa dove,
come profughi mentre i figli dei profughi da tre anni si trovano senza
istruzione, perché la Cancelleria di Innsbruck si è opposta all'assunzione di
questi insegnanti.
Se fuori dalla
Provincia, le cose stanno così, si può ben immaginare in che modo si faccia
sentire il pugno duro nel paese stesso. La Cancelleria di Innsbruck
dove l'arbitrio militare, le tendenze nazional-tedesche e germanizzatrici, la
miopia politica tirolese si sono intrecciati per formare un solo e costante
filo conduttore politico, questa Cancelleria di Innsbruck dovrebbe fermarsi un
momento di fronte allo spettacolo della nostra miseria e smettere di operare
interventi chirurgici su di un organismo per metà cadavere. Che smettano di
condannare alla morte per farne i nostri insegnanti popolari che hanno dedicato
tutta la loro vita, per una somma irrisoria, alla istruzione
ed all'educazione della nostra gioventù, che smettano di impedire il ritorno in
patria degli esiliati, che smettano di sottoporre i sindaci, con i loro decreti
presidenziali, a un altro carico di sorveglianza politica e a misure di
repressione, mentre fuori, nelle anticamere, il popolo affamato grida per avere
pane!
Ma vi è
un costrutto politico, in tutto ciò? Non si deve considerare socialmente
delitto contro l'umanità che le classi dirigenti dei nostri paesi, una volta
spina dorsale della nostra società, siano sistematicamente escluse da ogni
attività assistenziale e caritativa, in un'epoca di
massima miseria, che pure richiederebbe la riunione di tutte le forze?
Vorrei parlare qui di un processo
militare di massa che dura ormai da dieci mesi, e che praticamente
non è condotto a termine perché, secondo informazioni sicure, minaccia di
diventare uno dei più grossi scandali della giustizia militare. Non lo faccio
ancora oggi perché dubito della lungimiranza e del buon senso di coloro che hanno intentato questo processo, e perché temo
per le persone minacciate quanto potrebbe loro derivare dal sentimento di
giustizia dei primi.
Perché
se mi dovessi sbagliare, se fra loro vi fossero uomini di cuore e di mente, i
quali avessero il coraggio di compiere un'opera di giustizia, allora anche
questo mio breve cenno non sarebbe stato vano.
Ma anche
S. E. il Presidente dei ministri avrebbe personalmente occasione di compiere un
atto di riparazione. Fu lui che, come ministro della pubblica istruzione, si incaricò di ricoprire col manto della ipocrisia giuridica
un atto arbitrario del potere militare, nei confronti dell'Arcivescovo di
Trento; lui, complice, conosce il caso fino nei minimi dettagli.
Egli sa che l'Arcivescovo ha
insegnato soltanto il «Date a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di
Dio!». Questa è una formula evangelica, signori, alla quale si sono attenuti
tutti coloro che insegnano religione, in epoche di
rivoluzioni politiche, dalla rivoluzione americana fino ai giorni nostri; si
sono attenuti come ad un'ancora di salvezza ogni qualvolta che coloro che
avevano in mano il potere chiedevano ai popoli ciò che Dio ha riservato
all'uomo libero.
Eccellenza, questo è il Suo
peccato personale. Lei può pentirsi ancora in articulo mortis e può fare atto
di riparazione secondo tutte le regole del diritto canonico, entro quei limiti
che sono ancora possibili.
Signori della Camera! Ho fretta
di arrivare alla fine. Forse il mio appello sarà del tutto vano, forse sarà
sommerso dall'atmosfera di odio e di incomprensione.
Se penso che noi stessi, eletti per vegliare sulla sorte e difendere i diritti
del nostro popolo, noi deputati, siamo oggetto di quella stessa persecuzione
che vogliamo allontanare dalla nostra gente; se penso che poco tempo fa due
sindaci sono stati invitati a mobilitare, invano per la verità, gli elettori
contro il deputato Conci,- se penso che a questo
deputato viene rifiutato il lasciapassare per impedirgli ogni contatto con il
paese di origine (una cosa simile è accaduta anche a me, durante le ferie),
dubito molto che le mie parole vengano qui ascoltate.
Ciò nonostante, ho osato
pronunciarle perché mi sembrava che il momento fosse psicologicamente adatto,
perché anche gli uomini che più hanno sbagliato sentono il bisogno di compiere
un atto, come diceva il signor Presidente dei ministri, di riconciliazione.
Forse, ho pensato, si avvicina il
giorno in cui la iscrizione, ormai scomparsa, del
nostro monumento a Dante, potrà essere da noi ricordata.
Questa iscrizione ha una piccola
storia molto significativa dei momenti che abbiamo
attraversato, Quando scoppiò la guerra con l'Italia, le truppe militari che
fecero l'ingresso a Trento si trovarono nello stato d'animo dei legionari di
Mummio alla conquista di Corinto.
Tutti i monumenti di poeti o
artisti italiani dovevano sparire durante la notte; solo il grande e
meraviglioso monumento a Dante non si ebbe il coraggio di toccare. Però, per
molto tempo si lavorò attorno ad esso, e molti
scalpellini con la giubba militare vi girarono intorno per settimane e
settimane. Quando si allontanarono tutte le iscrizioni
erano state cancellate, come era stato ordinato. Una di queste diceva: «Inchiniamoci italiani, inchinatevi stranieri! Deh,
rialziamoci affratellati nella giustizia».
Vi prego di considerare come
fosse innocente questa scritta: inchinatevi italiani, inchinatevi stranieri
affratellati nella giustizia!
La scritta è stata sì cancellata
dal marmo del monumento a Dante, ma non dal nostro cuore.
Oggi noi speriamo più che mai che
il grande giorno di uni pace fondata sulla giustizia
non sia lontano.
Abbiamo la fede che «da questo inferno di orrore e di tormento» finalmente
risorgeremo per approdare, come il nostro Divina poeta, nell'isola della luce,
davanti al mare aperto, sul quale aleggiano gli spiriti cantando in coro:
In exitu Israel de Aegypto. Con
quanto in quel salmo è poscia scritto!
(*) Il presidente dei consiglio austriaco, voti Hussarek, aveva prospettato come soluzione alle rivendicazioni nazionalistiche dei vari territori soggetti all'Austria, un sistema federale. Al discorso del Presidente del consiglio risposero i vari deputati di nazionalità non tedesca, quali Stanck (cecoslovacco), Korošec (slavo), Tertil (polacco) e De Gasperi, i quali criticarono la proposta formulata dal barone Hussarek.