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Home >Fonti > I personaggi > Giolitti Giovanni
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Personaggio |
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| Luogo di nascita |
Mondovì (CN) |
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| Biografia |
Nasce il 27 ottobre 1842 a Mondovì, in provincia di Cuneo. Laureato in Giurisprudenza nel 1861, entra nel 1862 nell'amministrazione statale come commissario capo dell'amministrazione centrale delle imposte dirette. Nel 1872 è reggente della Direzione generale delle finanze ed in seguito Segretario generale della Corte dei conti. Nel 1882 è nominato Consigliere di Stato e nello stesso anno viene eletto deputato nel collegio di Cuneo. Alla Camera si schiera con la sinistra liberale.
Comincia così un eccezionale cursus politico. Nel 1889 è ministro del Tesoro nel gabinetto Crispi. Nel 1892 assume la Presidenza del Consiglio, ma viene travolto dai moti del Fasci siciliani e dallo scandalo della Banca Romana.
La sua figura riemerge alla fine del secolo, quando si colloca tra gli elementi di spicco della sinistra moderata che si oppongono ai progetti di restaurazione autoritaria dei governi Rudinì e Pelloux dopo i fatti di Milano del 1898. Grazie anche alla sua iniziativa si assiste ad una svolta ispirata al liberalismo democratico, che si apre con il governo Zanardelli, nel quale Giolitti assume la carica di ministro dell'interno.
Ritorna alla Presidenza del Consiglio nel 1903, ricoprendo la carica quasi ininterrottamente sino al 1913, un decennio che prende il nome di "età giolittiana" Tale periodo coincide con uno straordinario sviluppo economico e sociale. La creazione di un sistema di grandi banche determina il decollo di un vero mercato finanziario e consente di rafforzare il sistema industriale. Vengono ampliati i diritti sindacali e politici delle classi lavoratrici, con interventi che garantiscono a Giolitti il consenso e, in qualche caso, l'appoggio parlamentare dei socialisti riformisti. Numerosi sono i provvedimenti significativi nell'ambito della legislazione del lavoro e importante è la nazionalizzazione delle ferrovie. La sua politica, mirata a un'alleanza tra i gruppi industriali e le aristocrazie operaie del nord, suscita tenace opposizione soprattutto nell'ambito della sinistra rivoluzionaria e tra gli intellettuali meridionalisti come Nitti, Salvemini e Sturzo. In politica estera si deve a lui la conquista militare della Libia nel 1911-12.
Con la concessione del suffragio universale maschile, il 30 giugno 1912, trova attuazione la più importante riforma istituzionale giolittiana. Nelle successive elezioni, per neutralizzare il pericolo di un'ascesa socialista resa possibile dalle mutate condizioni di voto, stipula un accordo elettorale con alcune organizzazioni cattoliche (il cosiddetto Patto Gentiloni) che gli garantisce il successo, ma suscita vaste polemiche all'interno dello schieramento sia liberale che cattolico. Tali eventi e la scelta neutralista di fronte all'intervento italiano in guerra lo isolano tra il 1915 e il 1918. Torna Presidente dal giugno 1920 al luglio del 1921, compiendo l'errore di sottovalutare il movimento fascista, inserendo candidati fascisti nelle proprie liste nelle elezioni del 1921, con l'obiettivo di utilizzarli in funzione antisocialista e antipopolare.
Solo dopo l'assassinio Matteotti prende una posizione ferma nei confronti del regime e passa all'opposizione. Nel 1929 pronuncia il suo ultimo discorso alla Camera schierandosi contro la nuova legge elettorale.
Muore a Cavour, in provincia di Torino, il 17 luglio 1928.
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