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Home > I percorsi > i temi > De Gasperi e il popolarismo di Sturzo  
 
I TEMI
 
  De Gasperi e il popolarismo di Sturzo  
  Francesco Malgeri

ALCIDE DE GASPERI E IL POPOLARISMO DI LUIGI STURZO


Al termine della prima guerra mondiale, con l'annessione del Trentino all'Italia, De Gasperi trovò nel partito popolare italiano di Luigi Sturzo la sua nuova e naturale collocazione politica. Egli, pur avendo avuto in passato contatti e rapporti con Romolo Murri ed altri esponenti del movimento cattolico italiano, non ne aveva vissuto in prima persona le complesse vicende, né era stato protagonista del processo di maturazione di un partito e di una cultura politica per molti aspetti originale, non riconducibile alla storia degli altri partiti ad ispirazione cristiana europei.
Nella prima fase successiva all'annessione egli, oltre a riprendere la direzione dell'organo del cattolicesimo trentino, "Il Nuovo Trentino", venne chiamato a presiedere il primo congresso nazionale del partito, svoltosi a Bologna dal 14 al 16 giugno 1919, in segno di omaggio nei confronti di un prestigioso esponente cattolico del Trentino riunitosi all'Italia.
In primo periodo l'attenzione di De Gasperi appare prevalentemente diretta alla soluzione dei problemi relativi all'annessione del Trentino all'Italia, alla tutela delle autonomie locali della nuova provincia, al problema dei rapporti con le minoranze.
Al congresso di Napoli del PPI, nell'aprile 1920, intervenne per stigmatizzare il fatto che le provincie dell'ex impero asburgico dopo diciotto mesi dalla fine della guerra non avevano "ancora rinnovato i loro ordinamenti secondo i nuovi principi della democrazia". Al successivo congresso di Venezia, nell'ottobre 1921, svolse una relazione sui problemi delle terre liberate e redente, sottolineando i problemi delle autonomie amministrative, degli interessi economici, dei rapporti con le minoranze etniche e linguistiche, dei danni di guerra, della disoccupazione ecc.
Questo impegno non impedì, però, a De Gasperi di seguire ed interpretare la crisi che investì lo Stato liberale, e di essere ben presente sulla scena politica nazionale, soprattutto dopo la sua elezione a deputato, il 15 maggio 1921 e la successiva nomina a presidente del gruppo parlamentare popolare. Di fronte alla emergente crisi dello Stato liberale e all'affermazione del fascismo, De Gasperi manifestò costantemente il suo rifiuto della violenza e della sopraffazione come metodo di lotta politica, convinto che la crescita e lo sviluppo sociale, economico e politico del paese era possibile soltanto in un quadro di legalità nell'ambito di un sistema democratico parlamentare che doveva trovare al suo i interno e nel confronto tra le forze politiche una via d'uscita. Per arrivare alla pacificazione del paese De Gasperi giudicò anche possibile la collaborazione con il il governo Mussolini, dopo la marcia su Roma, nella speranza di favorire la normalizzazione e la legalizzazione e costituzionalizzazione del fascismo.
Tuttavia, quando nei mesi successivi, tra il 1923 e il 1924, si consumò la fase più critica nella storia politica nazionale e del popolarismo, con le dimissioni di Sturzo dalla segreteria politica, con le ingerenze vaticane, gli attacchi fascisti a uomini e sedi del PPI, con l'emergere del clerico-fascismo, la sua opposizione al fascismo divenne intransigente. Tra l'altro fu ferma la sua opposizione, in Parlamento e nella Commissione dei diciotto, all'introduzione della legge elettorale Acerbo.
Il 20 maggio 1924 De Gasperi assunse la segreteria politica del partito, che era stata affidata - dopo le dimissioni di Sturzo nel luglio 1923 - ad una triarchia composta da Gronchi, Rodinò e Spataro. De Gasperi assumeva la guida del partito in uno dei momenti più difficili e delicati per la storia del paese. Durante le elezioni del 1924, nelle quali venne rieletto deputato, visse il drammatico momento del delitto Matteotti, partecipò all'opposizione aventiniana con le altre forze antifasciste, aderendo pienamente alla tradizione intransigente, democratica e laica del movimento cattolico italiano.
Divenne ben presto bersaglio del fascismo. E' dell'ottobre 1924 la campagna orchestrata dal Popolo d'Italia, con articoli, firmati anche da Arnaldo Mussolini, che accusavano De Gasperi di essersi schierato a favore dell'Austria durante la guerra, di non aver subito né persecuzioni né sospetti da parte della polizia austriaca, di aver condotto una sorta di doppio gioco, spostandosi per opportunismo su posizioni irredentiste solo in un secondo momento. De Gasperi reagì con fermezza, affermando che il suo passato gli permetteva "di sdegnare la bassa fucina delle interessate calunnie". Al suo fianco si pose anche la stampa popolare e soprattutto Igino Giordani, che firmo come propria l'autodifesa redatta dallo stesso De Gasperi, pubblicandola, nel 1925, con il titolo La verità storica e una campagna di denigrazione (Roma, 1925).
Nei mesi difficili che seguono il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925, De Gasperi si assunse il compito di mantenere in piedi la struttura del partito, di dare animo ai militanti smarriti e incerti, di rivendicare il ruolo e la funzione del popolarismo. Nell'ultimo congresso del partito, svoltosi a Roma dal 28 al 30 giugno 1925 De Gasperi confermò, con la sua relazione, una linea di intransigenza democratica e antifascista. Invitò i popolari ad un "atto di fede nella verità e nell'irresistibile efficacia di quell'idea fondamentale che gli viene dalla ispirazione cristiana, dall'idea, cioè, della fraternità e della giustizia sociale". Non nascose la sua amarezza per le molte incomprensioni e i molti ostacoli che al partito venivano da ambienti cattolici e dalla stessa Santa Sede, affermando che i popolari avevano "la sventura di non essere dappertutto compresi, nello stesso campo cattolico. Ma non importa - aggiunse - uomini ben più illustri e benemeriti di noi hanno incontrato la stessa sorte", richiamandosi alle difficoltà vissute da Montalembert, Albert de Mun e Wilhelm Marx, e invitando i popolari a "tener fermo fino alla fine".
Tuttavia il destino del partito popolare era segnato. Il 14 dicembre 1925 De Gasperi, che appariva troppo esposto agli attacchi fascisti, decise di dimettersi da Segretario politico del partito popolare, cedendo il posto ad una pentarchia (Alberti, Migliori, Rocco, Ruffo della Scaletta e Secco Suardo) che appariva meno in vista. Di lì a qualche giorno, il 28 gennaio 1926, De Gasperi si vedeva costretto ad abbandonare anche la direzione del "Nuovo Trentino". Così, in una lettera diretta a Sturzo il 29 dicembre 1925, De Gasperi illustrava, con amarezza e sconforto la realtà del partito: "Gli amici sono ancora vivi ma rattrappiti sotto i colpi della sfortuna politica. Il destino di questi ultimi tre mesi è stato veramente rapido; ed è difficile che voi, stando fuori, abbiate un'idea di questa situazione senza stampa, senza resistenza alcuna, giacchè la rivoluzione incide sugli interessi. […] Noi siamo più che mai convinti della nostra idea e anche d'aver fatto quello che bisognava fare, ma la sfortuna fu troppo grande e immeritata. […] Dirigimi qualche parola di conforto, perché io soffro immensamente".
L'ostilità del fascismo contro di lui, assunse accenti sempre più aspri, tanto che, il 6 novembre 1926, De Gasperi e suo fratello Augusto vennero sequestrati da squadristi fascisti veneti, condotti a Vicenza e sottoposti ad un sorta di processo politico, riuscendo a salvarsi solo grazie all'intervento del deputato fascista locale on. Marzotto.
Negli stessi giorni (9 novembre) veniva emesso il decreto che imponeva la decadenza dal mandato parlamentare per quei deputati che avevano aderito all'Aventino e lo scioglimento del Partito popolare, assieme a tutti gli altri partiti democratici italiani.