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Home > I percorsi > i temi > Il Patto Atlantico: le ragioni di una scelta  
 
I TEMI
 
  Il Patto Atlantico: le ragioni di una scelta  
 
Guido Formigoni

Il patto atlantico: le ragioni di una scelta

Le successive tappe del percorso di inserimento dell'Italia nell'alleanza occidentale non costituirono semplici sviluppi dovuti della "scelta madre" politica del giugno del 1947: la rottura dell'alleanza antifascista e l'esclusione dei social-comunisti dal governo. Quella vicenda inseriva l'Italia nel nuovo clima della guerra fredda, ma nei due anni successivi si sviluppò nel paese e anche nella maggioranza un confronto complesso e discusso, con opzioni diverse rispetto ai modi di stare in quell'orizzonte istituzionale occidentale che ormai era chiaramente delineato. De Gasperi tentò inizialmente di collegare la sollecita adesione italiana al piano Marshall ad un percorso di possibile integrazione europea, senza però grande successo. Quando poi nell'estate-autunno del 1948 si delineò l'ipotesi di un'alleanza politico-militare occidentale, egli fissò l'assoluto primato del legame del paese agli Stati Uniti. Tale convinzione fu centrale nello scavalcare il passaggio del patto "europeo" di Bruxelles del marzo 1948 (giudicato troppo anti-tedesco e soprattutto scarsamente rilevante come apparato di sicurezza). Anche dopo la vittoria elettorale del 18 aprile, il governo temporeggiò nell'attesa di un chiarimento sulle intenzioni americane. Quando emerse chiaramente il profilo di una alleanza difensiva dai prevalenti significati politici e dall'orizzonte militare limitato, fu quindi De Gasperi - in contatto stretto con il ministro degli Esteri Sforza - a prendere la decisione politica di condurre il paese a farne parte. Riuscì a sconfiggere un'agguerrita (ancorché minoritaria) opposizione all'interno del suo stesso partito (la sinistra dossettiana e gronchiana), oltre a diffuse perplessità negli alleati centristi (soprattutto dei socialdemocratici). Si avvalse della sponda di mons. Montini per superare le obiezioni dell'ala tardiniana della diplomazia vaticana, che avrebbe preferito un'Italia neutrale, in quanto la Santa Sede sarebbe così rimasta meno coinvolta in un eventuale scontro armato tra i blocchi. Lo stesso presidente del Consiglio costruì quindi l'operazione diplomatica di una richiesta pressante di adesione dell'Italia, appoggiandosi alla diplomazia americana e in parte a quella francese, per vincere le resistenze molteplici a invitare come fondatore l'Italia, paese ex nemico e poco "atlantico". Individuò anche una nuova formula di stretto legame propagandistico tra atlantismo ed europeismo: l'alleanza venne presentata come garanzia esterna di una convergenza europea che sarebbe stata resa possibile e agevolata proprio dalla condizione di sicurezza raggiunta con il patto. De Gasperi stesso decise di svolgere un dibattito parlamentare previo alla firma del governo (marzo 1949), per rassicurare gli americani sul suo controllo della situazione e sulla tenuta della maggioranza politica. Il dibattito vide la sfida aperta dell'opposizione social-comunista, che individuava nel patto un elemento di pericoloso irrigidimento della guerra fredda e quindi scelse l'opposizione parlamentare dura, fino all'ostruzionismo, lanciando anche una campagna pacifista nel paese, ma senza uscire dai limiti di una polemica politica molto aspra. Fu ancora De Gasperi ad elaborare in questi frangenti quella duplice accentuazione politica sul significato della partecipazione italiana, che poi dovette restare stabile nel tempo. In primo luogo, il patto era inteso come ancoraggio esterno decisivo per la sicurezza di una democrazia debole (soprattutto perché passibile di sconvolgimenti interni ad opera di una cospicua minoranza comunista, giudicata ai limiti della legittimazione costituzionale). In secondo luogo, assumeva anche il significato di occasione e luogo di espressione di un residuale status italiano, se non certo di grande potenza, almeno di paese di prima importanza geopolitica e culturale, che stava nel nucleo duro dell'Occidente. In questo orizzonte, che cancellava l'eredità della sconfitta e del trattato di pace percepito come ingiusto e punitivo, non si annullava peraltro una qualche originalità nazionale della propria politica estera (come si sarebbe visto nella stagione del nuovo "europeismo forte" di De Gasperi, maturato particolarmente dopo il 1951).


Guido Formigoni