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> 1946-1947 - Introduzione > De Gasperi, il referendum istituzionale e l'elezione dell'Assemblea Costituente |
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De Gasperi, il referendum istituzionale e l'elezione dell'Assemblea Costituente.
La decisione di affidare ad un referendum la scelta fra Monarchia e Repubblica, avanzata nel Consiglio di Gabinetto del 26 febbraio 1946, fu poi definita nei Consigli dei ministri del 1, 2, 12, 22, 28 2 29 marzo.
Già nella seconda metà del 1944 erano state numerose le voci critiche per la scelta di
far decidere all'Assemblea Costituente la questione istituzionale. La Corona e i fautori della monarchia erano convinti di avere maggiori opportunità da un responso diretto dei cittadini. La D.C. era divisa al suo interno e il suo potenziale elettorato non sarebbe rimasto compatto su questo tema; il gruppo parlamentare avrebbe potuto dividersi nel caso di scelta indiretta. De Gasperi, in particolare, era convinto che il referendum potesse costituire una scelta di pacificazione, assicurare alla Repubblica, alla quale era favorevole, un consenso più ampio, una più forte legittimazione.
La soluzione referendaria era, inoltre, preferita dagli Alleati come la più idonea alla natura stessa della scelta istituzionale.
L'abdicazione di Vittorio Emanuele III, il 9 maggio, in favore del figlio Umberto, già Luogotenente generale del Regno dal giugno 1944, impresse però una svolta alla campagna elettorale.
A favore della Repubblica si schierarono azionisti, socialisti, comunisti, il Partito
Repubblicano, alcuni esponenti liberali. Pure la D. C. si pronunciò, nel suo I Congresso nazionale per la soluzione repubblicana, ma il suo potenziale elettorato era in maggioranza monarchico. A favore della monarchia si espresse il Blocco Nazionale della Libertà (costituito dal Partito Democratico Italiano e dai gruppi monarchici), la maggioranza dei liberali. L'atteggiamento della Chiesa sulla questione istituzionale fu caratterizzato da una linea di "neutralità", ma l'orientamento monarchico era prevalente negli ambienti cattolici meridionali e coinvolgeva anche settori della gerarchia. L'attenzione prevalente venne rivolta alle elezioni per l'Assemblea Costituente e ai princípi che avrebbero dovuto caratterizzare la futura Costituzione.
Il 2 giugno 1946 la Repubblica prevalse con il 54,3% dei consensi contro il 45,7% dei voti per la Monarchia. Secondo la proclamazione ufficiale dei risultati, effettuata dalla Corte di Cassazione il 18 giugno, si erano schierati per l'innovazione costituzionale 12.717.923 elettori, mentre 10.719.284 si erano espressi per la conservazione della Monarchia. Ma i ricorsi sul Computo dei voti e le polemiche sul risultato contribuirono ad aumentare la già grande tensione che caratterizzò le giornate successive al 2 giugno e all'assunzione dei poteri di Capo provvisorio dello Stato da parte di De Gasperi, il 13 giugno, sulla base di una deliberazione del Consiglio dei ministri.
La Repubblica ottenne la più alta percentuale di consensi in Trentino (85%), in Emilia - Romagna (77%), in Umbria (71,9%) e in Toscana (71,6%); la Monarchia in Campania (76,5%), in Puglia (67,3%), in Sicilia (64,7%) e in Sardegna (60,9%).
Sei giorni dopo la pubblicazione della legge elettorale per l'Assemblea Costituente, il d.l. lt. 16 marzo 1946, n. 98 modificava così quello precedente (il famoso d. lg. lt. 25 giugno 1944, n. 151, la cosiddetta prima "Costituzione provvisoria") che, in una situazione notevolmente diversa, aveva stabilito la convocazione di un'Assemblea Costituente eletta a suffragio universale e diretto.
Il compromesso fra le diverse posizioni dei partiti che componevano il I ministero De Gasperi consisté nella decisione di far svolgere contemporaneamente, il 2 giugno 1946, le elezioni per l'Assemblea Costituente.
La scelta del referendum popolare costituì un successo di De Gasperi. L'orientamento del Presidente del Consiglio dipese anche dalla considerazione delle diffidenze e delle resistenze che una opzione repubblicana incontrava in Vaticano e negli ambienti cattolici e dalla preoccupazione che una scelta fatta dall'Assemblea Costituente avrebbe avuto sull'unità del partito - esasperando i contrasti interni -, ma teneva conto soprattutto di un paese profondamente diviso.
Nelle elezioni per l'Assemblea Costituente la DC risultò primo partito nazionale, con il 35% dei voti - ottenne la maggioranza assoluta nelle province di Trento (57,4%), di Padova (55,7%), di Treviso (53,6%), di Belluno (51,7%), raggiungendo il 61,2% nel Vicentino -; il PSIUP ottenne il 20,7% dei voti; il PCI il 18,9%; l'Unione Democratica Nazionale il 6,8%; il Fronte dell'Uomo Qualunque il 5,3%; il Partito Repubblicano Italiano il 4,4%; il Blocco Nazionale della Libertà il 2,8%; il Partito d'Azione l'1,4% soltanto. I restanti voti furono suddivisi fra le altre liste.
I cosiddetti "partiti di massa" ottennero quasi tre quarti dei consensi (74,8%); vennero loro assegnati 426 dei 556 seggi all'Assemblea Costituente (76,6%); 207 alla DC, 115 al PSIUP, 104 al PCI. Dei restanti 130 posti, la maggior parte (87 seggi) venne ripartita tra l'Unione Democratica Nazionale, lista nata dalla convergenza del Partito liberale e del Partito Democratico del Lavoro, il movimento dell'Uomo Qualunque e la lista monarchica del Blocco Nazionale della Libertà.
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