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La prima guerra mondiale ha costituito una grande cesura anche nella storia italiana; contribuì ad accelerare la crisi dei precedenti equilibri, del precario assetto sociale. Nel dopoguerra la crisi politica fu intrecciata così con la crisi sociale. Il mito della Rivoluzione d'Ottobre orientò il Partito Socialista su una posizione intransigente e rivoluzionaria. La classe dirigente liberale non riuscì, d'altra parte, ad innestare sul vecchio impianto istituzionale procedure tipiche di una democrazia di massa fondata sui partiti. La presenza di nuove formazioni politiche, in particolare del Partito Popolare Italiano, fondato il 18 gennaio 1919, contribuì a modificare profondamente il sistema politico.
Nelle elezioni politiche del 1919, le prime a suffragio universale maschile e con il sistema proporzionale, la galassia liberal-democratica si trovò in minoranza nella Camera dei Deputati: la maggioranza dei seggi fu conquistata dal Partito Socialista e dal Partito Popolare, impossibilitati comunque ad allearsi per antitetiche e non componibili diversità ideologiche e programmatiche.
De Gasperi iniziò la vita politica in Italia negli anni del "biennio rosso", della radicalizzazione dello scontro sociale, delle polemiche sulla "vittoria mutilata" e della crisi dello Stato liberale.
Aderì fin dalle origini al Partito Popolare di don Luigi Sturzo. Al primo congresso, a Bologna, il 14 giugno 1919, De Gasperi, "che rappresentava il Trentino riunito all'Italia", venne invitato a presiedere i lavori. La sua elezione alla presidenza dell'Assemblea volle significare un riconoscimento della sua attività negli anni precedenti, della storia e delle dure lotte sostenute dall'Unione Politica Popolare Trentina. Dal successivo congresso di Napoli (8-11 aprile 1920) fece parte del Consiglio Nazionale e della Dirczione del partito.
La sua partecipazione alla vita parlamentare fu invece condizionata dalla ratifica del trattato di Saint Germain che sanciva l'annessione delle nuove provincie al Regno d'Italia, avvenuta il 26 settembre 1920. Alla Camera, così, potè essere eletto soltanto nelle elezioni del 15 maggio 1921, ma vi assunse subito un ruolo di rilievo. Nella seconda legislatura del dopoguerra, la XXVI del Regno, fu eletto Presidente del Gruppo parlamentare popolare, Presidente della Commissione permanente delle terre liberate e redente, Vice Presidente della Commissione permanente Affari Interni per l'esercizio 1921-1922.
L'affermarsi del movimento fascista, fondato da Mussolini nel marzo 1919, e poi dello squadrismo, mutarono in quel periodo, metodi e connotati della lotta politica. La classe dirigente sottovalutò la realtà del fenomeno fascista, non comprese la portata eversiva del progetto politico mussoliniano, sia per quanto riguardava la cultura che le istituzioni liberali. Legittimato dalla inclusione nei "Blocchi nazionali" del 1921, costituiti su indicazione di Giolitti in funzione antipopolare e antisocialista, il fascismo riuscì ad organizzarsi, pur con una ridotta rappresentanza parlamentare, nella parte più progredita del paese e ad affermarsi con la violenza contro le organizzazioni del movimento operaio e contadino.
L'ascesa al potere di Mussolini, il 28 ottobre 1922, fu favorita dall'incertezza e dalle divisioni della classe dirigente liberale, dalla più generale mancata comprensione del carattere "rivoluzionario" del movimento fascista, dalla divisione del movimento operaio in tre diversi partiti, dall'impossibilità di un'alleanza fra popolari e socialisti per l'antitesi delle loro ideologie e dei loro programmi, dalla mancata firma del Re del decreto di stato d'assedio, già diramato ai comandi territoriali, alla vigilia della "marcia su Roma".
Al suo primo governo parteciparono anche alcuni rappresentanti del Partito Popolare, due ministri e tre sottosegretari. Al gruppo parlamentare parve "urgente il sanare la larga ferita aperta nell'organismo statale", collaborare senza "nessuna confusione di dottrine" cercando di salvare gli istituti fondamentali dello Stato liberale. La collaborazione durò pochi mesi, fino al Congresso di Torino del Partito Popolare, nel 1923: la formazione della "Milizia volontaria per la sicurezza nazionale", la ripresa delle violenze squadriste fasciste contro gli oppositori, gli indirizzi e i comportamenti del fascismo che intendeva stravolgere le istituzioni liberali per piegarle ad un disegno autoritario dimostrarono che la prospettiva della normalizzazione era irrealistica.
Per assicurarsi la maggioranza del Parlamento, Mussolini propose poi una nuova legge elettorale che assegnava alla lista vincente, che avesse ottenuto il 25% dei voti, i due terzi dei seggi e alle minoranze il terzo residuo, da dividere proporzionalmente. La battaglia parlamentare alla Camera portò, nel luglio 1923, all'approvazione della riforma elettorale. De Gasperi vi si oppose senza successo. Il Partito Popolare era, in quel periodo, indebolito anche dalle dimissioni che Sturzo era stato costretto a dare da una campagna di stampa fascista e dalle pressioni dei vertici vaticani. Nella votazione, poi, il gruppo parlamentare popolare si divise, come altri gruppi di opposizione. L'approvazione del disegno di riforma della legge elettorale al Senato, nel novembre 1923, significò "il suicidio del Parlamento"; favorì la trasformazione dello Stato liberale in una dittatura.
Nelle elezioni politiche del 1924, la lista fasciata ottenne, in un clima di violenze, il 65% dei voti. Il Partito Popolare scese da 107 a 39 seggi. L'onorevole Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario, che denunciò alla Camera le violenze e le manipolazioni che avevano falsato l'espressione del voto popolare, venne sequestrato e assassinato.
Mussolini e il fascismo sembrarono isolati nel paese. I deputati dei più importanti partiti di opposizione decisero di astenersi per protesta dai lavori parlamentari e di riunirsi separatamente. De Gasperi, diventato nel 1924 segretario del Partito Popolare Italiano, promosse e condivise, con gli altri deputati popolari, la "secessione aventiniana" - che aveva in Giovanni Amendola un leader prestigioso -, ma la prospettiva che il fascismo sarebbe finito sotto il peso della "questione morale" si rivelò illusoria, come la speranza in un intervento del Re. Nel biennio successivo il Parlamento approvò le leggi che costituirono la base giuridica della dittatura mussoliniana.
"Bisogna tener fermo fino alla fine", sostenne De Gasperi nell'ultimo congresso del Partito Popolare, svoltosi a Roma dal 28 al 30 giugno 1925. "Ecco il nostro compito, la nostra dura battaglia. Non la si può evitare senza venire accusati dai contemporanei e dalla storia di diserzione".
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