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     I Padri Fondatori | Carlo Sforza | Sforza e il Re

Sforza e il Re

I rapporti tra Carlo Sforza e il re Vittorio Emanuele III dipendono strettamente dalla parabola di prestigio del re.
Si possono trovare testimonianze di questo prestigio riferendosi agli appunti di Sforza quando questi si trovava a Corfù, accreditato presso il re dei Serbi. Qui egli aveva il compito di riferire i gravi problemi politici sul futuro assetto del Mediterraneo, e i retroscena dinastici della famiglia reale serba. Il re trovò in Sforza un sagace informatore, e a lui affidò “qualche discreto intervento in cui casa reale non doveva comparire”.
La partecipazione di Carlo Sforza al Governo per oltre due anni aveva intensificato la sua frequentazione del sovrano e approfondito la loro reciproca conoscenza. Da un punto di vista umano, il re manteneva le barriere che la sua psicologia elevava di fronte a tutti: tanto che Sforza dubitava che egli “avesse mai nutrito simpatie per degli umani”.
Ciononostante sussistevano punti di contatto tra il re e Sforza, nelle loro relazioni ufficiali. Ma da un punto di vista politico, con l’avanzare del fascismo, il re andava sempre più ritirandosi in se stesso. Come Sforza valutasse le responsabilità di Vittorio Emanuele per l’avvento del fascismo, si desume da due suoi giudizi:

  
         
  1. egli ammetteva che il sovrano, durante il ministero Facta, aveva dato il suo assenso a Giolitti per il Decreto reale che avrebbe sancito la riforma elettorale necessaria a combattere il fascismo sul piano parlamentare; non al re dunque, ma al mancato accordo tra i maggiorenti democratici si doveva imputare il fallimento per quel rimedio;
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  3. Sforza scrive: Quando Facta andò dal re per fargli firmare il Decreto dello stato d’assedio, furono due paure che s’incontrarono; ne uscì una titubante conversazione senza firma. Il re si vantò poi d’averla rifiutata. Questo appunto addossa chiaramente all’irresoluto presidente del Consiglio la colpa maggiore, per non aver saputo affermare la decisione del Governo in modo responsabile e preciso.
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Dopo la marcia su Roma i parlamentari più autorevoli guardarono al Sovrano come all’arbitro costituzionale, così il suo prestigio si mantenne ancora così elevato da ispirare fiducia alle forze ed alle personalità meno ligie alla corona, anche se le sensibilità più avvedute temevano già una perdita di popolarità. Sei giorni dopo il delitto Matteotti (10 giugno 1924), Sforza chiese di vedere il re, solo per compiacere alle pressioni dei Capi socialisti i quali ancora vedevano, o si sforzavano di vedere nella corona la suprema istanza contro la Dittatura. Ecco un frammento della conversazione tra Sforza il re avvenuta durante tale udienza:
Re: “Fa presto a dire lei! Son curiosi gli italiani; vogliono essere salvati. Un popolo deve salvarsi da sé”.
Sforza: “Giusto Sire, ma è un’idea da repubblicano”.
Una replica, questa, che aveva sviscerato il fondo della questione. Sforza annota: dopo quel che gli ho detto non potrà più dire “non sapevo”, o “non mi avvertirono”.
Questo discorso era un monito ben preciso, che il re non ascoltò. Il loro prossimo incontro, tenutosi il 12 dicembre sull’“indegnità di Mussolini”, fu anche il loro ultimo incontro.
C’è da chiedersi se Sforza nutrisse fiducia nell’efficacia di un estremo ricorso a Vittorio Emanuele III. Non è credibile che egli confidasse nell’intervento reale. Ma l’uomo di stato che era in lui scorgeva che il concorso, o negato o concesso, del sovrano per l’entrata in guerra dell’Italia era un passaggio obbligato: in questa circostanza estrema la prassi costituzionale non si poteva più ignorare.

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