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     I Padri Fondatori | Carlo Sforza | Sforza e De Gasperi

Sforza e De Gasperi

De Gasperi e Sforza, uomini all'apparenza diversi per formazione, ebbero però un’unità d’intenti per quanto riguarda la gestione dello Stato.
A giudizio di Sforza, De Gasperi, cresciuto in terra italiana (Trentino) tenuta dagli Asburgo, non ha vissuto  l’epopea del Risorgimento e, da cattolico, il dolore dell’offesa arrecata dall’Italia al Papa con la conquista di Roma. I due statisti si conobbero negli anni ‘20, nessun particolare legame o collaborazione tra loro. Sforza fu ministro degli esteri del governo Giolitti nel 1920-21 (stipulò nel 1920 il Trattato di Rapallo che definiva la questione adriatica). Torna poi alla testa di quel dicastero nel secondo dopoguerra (1947) succedendo nell’incarico proprio a De Gasperi che aveva ricoperto quel ministero nei governi a guida Bonomi e Parri.
Sforza aveva un’idea precisa della collocazione internazionale dell’Italia che voleva ancorata al mondo democratico occidentale dissentendo in questa dall’alta dirigenza del ministero degli esteri De Gasperi, che pensava di giocare la partita della pace su due tavoli, tentando di sottrarre il Paese alle proprie responsabilità belliche, contando sulle nascenti rivalità tra Est ed Ovest. Posizione a giudizio di Sforza oltremodo pericolosa per il pericolo che l’Italia scivolasse verso posizioni neutraliste. L’ancoraggio auspicato da Sforza della politica estera italiana tra le solidarietà occidentale ed europee era però determinato dagli schieramenti di politica interna.
La posizione di Sforza apparve a De Gasperi ancor più chiara e necessaria dopo l’esperienza della conferenza di pace con l'atteggiamento non proprio amichevole dell’URSS nei confronti dell’Italia; ne conseguì un’identità programmatica e di vedute tra i due uomini politici.
Identità non solo in politica estera ma anche in politica interna: il mazziniano Sforza aveva con il cattolico De Gasperi la medesima visione dello stato, immune di condizionamenti da parte delle gerarchie ecclesiastiche. Il culto familiare verso Manzoni, il fervente cattolico che aveva anteposto gli interessi dello stato a quelli della Chiesa (Roma capitale) e la conoscenza di Don Luigi Sturzo, il prete fondatore del partito popolare italiano (PP), e l'assimilazione delle esperienze di quest'ultimo (la mancata collaborazione tra popolari e socialisti facilitarono la presa di potere del fascismo), contribuirono ad orientare Sforza verso la Dc.
Una volta svolto il referendum istituzionale del maggio del 1946 ed instaurata la Repubblica, con De Gasperi presidente del Consiglio, nel 1947 Sforza divenne ministro degli Esteri. Entrambi gli uomini politici avevano, come la maggior parte degli esponenti della vecchia Italia (coloro che facevano politica prima del fascismo col quale il Parlamento aveva perso ogni prerogativa), "il culto del Parlamento", al quale si rivolgevano con parole deferenti e rispettose. Sforza in particolare  nei suoi scontri con l'opposizione di sinistra cercava di sfruttare le passate relazioni, adottava toni persuasivi e si appellava al raziocinio e agli interessi generali del paese nonostante fosse chiamato "venduto agli americani", rimanendo comunque determinato nelle considerazioni sugli avversari politici.
Grazie alle attività di De Gasperi e Sforza il nostro Paese ricevette gli aiuti del Piano Marshall, indispensabili per la ricostruzione post-bellica e la rinascita economica. Nel 1948 si presentò il problema dell’elezione del Capo dello Stato. Vista l’indisponibilità alla rielezione del Presidente Provvisorio De Nicola, De Gasperi era orientato a far eleggere Carlo Sforza. Trovò però contrarietà all’interno del proprio partito e soprattutto non poté contare sull'appoggio dei socialisti di Saragat, i quali in cambio dell’appoggio a Sforza chiedevano il Ministero degli Esteri. Conoscendo De Gasperi gli orientamenti in politica estera di Saragat, cioè contrari all’epoca all'adesione al Patto Atlantico, rifiutò la proposta. Risultò eletto presidente Einaudi (all’epoca governatore Banca d'Italia e artefice delle prime misure di carattere economico-monetario del secondo dopoguerra). Sforza rimise il mandato nelle mani di De Gasperi, che rifiutò.
Inoltre Così il 18 aprile gli italiani vennero chiamati a votare il primo parlamento. Il pontefice Pio XII si impegnò in prima persona in una dura crociata anticomunista e mobilitò tutte le sue organizzazioni in una propaganda a sostegno della Dc. Anche gli Stati Uniti appoggiarono i democristiani minacciando una sospensione degli aiuti del piano Marshall in caso di vittoria delle sinistre. Il Pci e Psi, dal canto loro, formano una coalizione, il Fronte Democratico Popolare e si rivolsero con la loro propaganda alle classi disagiate del dopoguerra italiano. Il partito cattolico ottenne il 48,5% dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera, mentre i partiti operai ottennero il 31% . Il PSI vide dimezzata la sua rappresentanza parlamentare.
In uno sguardo complessivo s’impone pure un parallelo sull’europeismo di Sforza e De Gasperi.

A chi fu dato frequentare entrambi gli statisti non può sfuggire il fatto che in Sforza l’europeismo fu storicistico, in De Gasperi pragmatico. Per il primo esso fu uno sbocco di necessità ad una struttura che il Rinascimento aveva introdotto nella sua nuova visione del mondo: lo Stato nazionale; con lo sbocco, però, anche il superamento delle antinomie, la presa di coscienza delle sue assurdità.

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