L’esilio americano
Il 16 luglio 1940 Carlo Sforza venne ricevuto dal presidente F. D. Roosevelt, presso la Casa Bianca. L’incontro fu molto cordiale; fin dall’inizio tra i due personaggi nacque un sentimento di stima e franchezza.
I mesi a cavallo tra la fine del 1940 e gli inizi del ’41 videro Carlo Sforza impegnato a definire le linee portanti del suo disegno politico: accreditarsi presso la classe dirigente americana come il capo incontrastato di un’ampia coalizione antifascista in grado di offrire un supporto concreto al governo degli Stati Uniti (cosa che in parte gli riuscì) e creare una sorta di governo in esilio da lui presieduto, riconosciuto dal governo americano, attraverso il quale si sarebbe impegnato a definire le clausole politiche e territoriali da riservare all’Italia a guerra finita.
Non si trattava di un compito facile: da una parte la sfiducia da parte degli americani negli italiani aumentava a causa del fascismo, dall’altra gli italo-americani stessi erano fortemente ancorati a questo movimento, poiché ne avevano goduto solamente i benefici.
Sforza ritenne che dare vita ad un giornale in lingua italiana estraneo al fascismo avrebbe potuto risolvere il problema, in quanto avrebbe condotto gli italo-americani sotto la sua guida indiscussa.
Innanzi tutto occorreva distruggere l’influenza dei giornali di propaganda filo-fascista (in particolare Il Progresso Italo-Americano di Generoso Pope), per poi sostituirvi il quotidiano cui aveva pensato.
Il governo americano non appoggiò immediatamente il progetto di Sforza: esso voleva prima rendersi conto se davvero il conte fosse in grado di farsi riconoscere dalla comunità italo-americana come proprio capo, in modo da poterla orientare verso posizione decisamente antifasciste. Perciò impose a Sforza di raggiungere un obiettivo fondamentale: la creazione di un gruppo politico che in lui si riconoscesse e che fosse l’interprete dei suoi programmi.
Lo strumento per la realizzazione di questo scopo fu la “Mazzini Society”, una piccola società che si prefissava di diffondere tra politici ed intellettuali informazioni antifasciste, e che in seguito venne modificata secondo le necessità del conte. Inoltre, dal febbraio 1941 cominciò le sue pubblicazioni un quindicinale, le “Mazzini News”, che ebbe una certa diffusione. Ma ciò non bastava. Purtroppo però, la scalata al foglio di Pope in cui Sforza aveva sperato, fallì.
Il conte allora fece pervenire nel marzo dello stesso anno un dettagliato programma politico al presidente Roosevelt, che prevedeva la creazione di un’“Italia libera”, il cui braccio politico avrebbe dovuto essere il Comitato nazionale italiano, riconosciuto da Stati Uniti e Gran Bretagna, mentre il braccio armato sarebbe stato un reparto di volontari al comando di antifascisti veterani della guerra di Spagna. Roosevelt ritenne però di non dover dar seguito all’iniziativa per non compromettere l’attuale posizione politica dell’America, ancora neutrale.
Tuttavia non era questo il vero problema: il fattore di politica internazionale con cui Sforza dovette realmente fare i conti era costituito dall’atteggiamento inglese.
I rapporti si inasprirono quando il titolare del Foreign Office, sir Anthony Eden, fece balenare a Belgrado una possibile revisione del confine istriano con l’Italia (marzo 1941). Nonostante l’immediata smentita da parte di Churchill, gli italiani non poterono che essere risentiti di una tale dichiarazione.
Ciò porto anche all’incrinarsi dei rapporti all’interno della Mazzini Society: alcuni componenti (tra cui Rateano Salvemini), indignati di fronte al comportamento inglese, chiusero i contatti con la Gran Bretagna. Ma Sforza era troppo buon politico per non capire che ogni porta andava lasciata aperta, che occorreva essere cauti, in quanto l’emigrazione antifascista, a guardarla per ciò che realmente era, non contava proprio niente, né aveva alcuna voce in capitolo sulle vicende internazionali legate alle sorti di guerra.
Dopo l’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto (attacco a Pearl Harbor: 7 dicembre 1941) Carlo Sforza pensò bene di poter ora avere una ben più seria possibilità di successo per la creazione del suo Comitato. Scrisse così a don Luigi Sturzo (10 dicembre), invitandolo a farsi coinvolgere nel proprio progetto.
Due giorni dopo, contro le aspettative del conte, il sacerdote di Caltagirone rispondeva rifiutando l’offerta. Nonostante la bontà del politico, Sturzo nutriva non pochi dubbi sulla realizzazione effettiva dei suoi programmi. Altri siluri furono poi lanciati contro il progetto politico di Sforza.
Non gli restava che esporlo ufficialmente ancora una volta alle alte sfere del governo americano. Ma stavolta lo fece pubblicamente, in una lettera aperta in otto punti, pubblicata dal New York Times il 22 gennaio 1942. Con questa affermava la piena sovranità del pubblico italiano alla fine del conflitto, la sua piena libertà e responsabilità di scelta delle nuove istituzioni governative, la necessità di un ricambio della classe dirigente e così via. Con un simile documento, volutamente moderato, egli veniva incontro alle varie correnti antifasciste presenti in America; inoltre rassicurava gli ambienti politici e governativi americani sulle intenzioni del movimento. A ciò si aggiunge il radio-messaggio diffuso agli italiani in quello stesso mese di gennaio attraverso i microfoni della Nbc1 (vedi nota radiomessaggio).
Alla fine di gennaio, grazie all’ottima impressione suscitata, Washington decise che Sforza meritava l’appoggio che da tempo andava chiedendo. A causa però della forte presa di posizione negativa inglese, l’intero progetto cadde in maniera definitiva.
Sforza pubblicò allora un altro documento in cui ribadiva le sue intenzioni, facendo pressione sul fatto che l’Italia aveva assolutamente bisogno di una nuova guida, di un nuovo punto di riferimento per sopravvivere e rimanere a galla nel mondo di domani. Ma anche stavolta venne ignorato.
L’America aveva altri problemi molto più importanti di cui occuparsi, e sostenere Sforza, per quanta stima provasse nei suoi confronti, era un impegno che non aveva alcuna priorità nella strategia politica americana, che anzi via via si orientò verso la monarchia e il papato, i quali potevano offrire maggiori garanzie.
Nonostante il fallimento dei piani di Sforza, gli anni che trascorse negli Stati Uniti divennero particolarmente significativi in seguito, quando si trattò di discutere del Patto Atlantico e del Piano Marshall: l’impronta positiva che Sforza aveva lasciato dietro di sé era forte, ed avrebbe aiutato l’Italia a risollevarsi grazie all’aiuto degli Stati Uniti.
Il viaggio in Sud America
Agli inizi del 1942 Dean Acheson, assistente del segretario di stato, tenne un importante discorso col quale si sottolineava la netta distinzione delle responsabilità del fascismo da quelle degli italiani riguardo alla dichiarazione di guerra agli Usa. Si rilevava quindi un trattamento speciale da riservarsi all’Italia una volta sconfitta. La figura di Carlo Sforza fu molto importante in questo periodo. Proponeva, infatti, la creazione di un comitato nazionale, non come governo provvisorio, ma come punto di riferimento per gli italiani. Nel congresso di Montevideo, infatti, Sforza si distinse per un equilibrato discorso che tendeva a non allarmare gli alleati. Si espresse su temi molto importanti: la sostituzione di una monarchia ormai corrotta e inefficace con un governo democratico, il varo di una nuova carta costituzionale, la creazione di un consiglio nazionale e di una legione italiana.
Quest’ultima non era da considerarsi un esercito mercenario bensì uno strumento di tutela dopo il governo fascista. Nell’idea della formazione del nuovo governo Sforza prevedeva la collaborazione di tutti i partiti: infatti in un suo discorso disse “…non importa se cattolico, liberale, socialista o comunista, ma solo se è Italiano e antifascista…”
Ma nel 1943 la situazione italiana non era ancora stata definita molto bene da Roosevelt, che aveva riconosciuto all’Inghilterra la sfera di controllo sulla penisola. Sforza fu molto amareggiato dal disinteresse degli Usa, ma cercò comunque invano fino all’ultimo di favorire la creazione del comitato nazionale. In questo periodo dati commenti negativi sia dalla santa sede sia dal governo britannico il conte fu accantonato. Questo atteggiamento mostrò a Sforza il fallimento della tattica adottata fino a quel periodo e lo spinse a un cambiamento di rotta. Sforza voleva nuovamente riproporsi come capo dell’Italia post- fascista, ma non più come esponente degli italiani all’estero, ma come rappresentante degli oppositori clandestini al regime. Ma con lo sbarco degli alleati, l’arresto di Mussolini e lo scioglimento del partito fascista, i governi americano e britannico riaprirono le trattative con Sforza. Se il governo americano spingeva il rientro di Sforza, quello britannico lo ostacolava. Gli inglesi non vedevano di buon occhio il conte che avrebbe potuto scompaginare gli accordi fatti con Badoglio. Per poter rientrare in Italia quindi, Sforza dovette sottoscrivere un accordo di alleanza e collaborazione con il maresciallo. Il conte comunque sosteneva la necessità di destituire il re perché era ormai troppo corrotto. Così finì un esilio durato 16 anni e, il 18 ottobre 1943, sotto i brusii del governo britannico, il conte Carlo Sforza rientrò in Italia.
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