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     I Padri Fondatori | Jean Monnet | Un progetto utopico

Un progetto utopico

Ci si può domandare come un progetto così utopico e concreto al tempo stesso, in grado di orientare il corso della storia, sia riconducibile ad un solo uomo che all’età di 62 anni dimostrava di possedere una straordinaria energia creatrice congiunta ad uno spiccato spirito pratico. “Inventare” e “costruire” sono dallo stesso Monnet indicati come i due imperativi a cui fare costante riferimento. Il suo metodo di lavoro rispecchiava da vicino le virtù ereditate dai suoi genitori come la sua formazione svoltasi nell’ambiente, borghese ma non provinciale, della regione vinicola del Cognac, dove era nato nel 1888.
Forse io ho l’immaginazione di mio padre, ma mia madre mi ha insegnato che niente si può costruire se non si appoggia sulla realtà[...] In questo mondo sono cresciuto. Si faceva una sola cosa alla volta, con concentrazione e lentezza. Ma attraverso questa cosa si aveva un vastissimo campo di osservazione e uno scambio attivissimo di idee. Non avevo che da guardare e da ascoltare. La scuola non mi era mai piaciuta e rifiutavo la cultura libresca. [...] Eppure ho il ricordo di un’infanzia seria e disciplinata. Molto presto ebbi l’intuizione – che è divenuta per me una regola di condotta – che la riflessione non può essere disgiunta dall’azione (ibidem, pag. 29).
Nella sua città natale “spalancata sul mondo”, acquisì una mentalità aperta ai rapporti con qualsiasi persona, soprattutto con “stranieri che arrivavano per necessità di commercio”. I frequenti viaggi, intrapresi fin dall’età di sedici anni, sia in Occidente che in Oriente, ampliarono  i suoi orizzonti, avvicinandolo a culture anche fra loro molto diverse.
A Cognac la tavola era il consueto e naturale punto di ritrovo, intorno alla quale molti problemi trovavano, attraverso il dialogo e il confronto, la loro soluzione, grazie al clima familiare che facilmente s’instaura tra i commensali. Così accadeva anche molti anni dopo, a Parigi, nel piccolo palazzo di Rue de Martignac, sede di lavoro di Monnet e dei suoi collaboratori.
Proprio li è nata l’amicizia tra i capi delegazione, che diventarono presto un gruppo unito,deciso a interpretare le istruzioni nazionali nel senso dello sforzo comune. La disposizione dei luoghi può favorire quella dello spirito. Agli stranieri che venivano ad informarsi su come si realizza un progetto, dicevo spesso: “Prima di tutto, ci vuole una sala da pranzo” (ibidem, pag. 253).
Che si trattasse dei collaboratori, ai quali egli chiedeva più fedeltà che ubbidienza, o dei leader internazionali con i quali interagiva per portare a termine i suoi progetti, la fiducia era la base di ogni relazione interpersonale. “Convincere le persone a parlare tra loro è il massimo che si possa fare per la pace”. Se convincere significa letteralmente “vincere con”, si può dire che davvero Monnet sia stato vincitore in virtù di quell’arte della persuasione apprezzata dal Presidente J. F.  Kennedy, che anche per questa sua dote gli conferì la medaglia presidenziale della Libertà:


Citizen of France, statesman of the world, he has made PERSUASION and reason the weapon of statecraft, moving Europe toward unity and the Atlantic nations toward a more effective Partnership (ibidem, pag. 349).
Per creare fiducia ci vuole semplicità, il termine più frequentemente utilizzato nelle sue Memorie: la semplicità, infatti, disarma le diffidenze e i sospetti, spesso fonte di malintesi, e supera i particolarismi, generando anzitutto nei rapporti interpersonali quella chiarezza che Monnet auspicava anche per le nuove istituzioni, che avrebbero dovuto avere “la trasparenza di una casa di vetro”. In questo modo le menti, pur se resistenti alle novità, convergono gradualmente verso un punto di vista unitario così da trasformare in profondità gli atteggiamenti stessi degli uomini.
Il fenomeno che mi colpiva di più era il rapido mutamento negli atteggiamenti degli uomini che mi circondavano. Giorno per giorno potevo constatare il potere di coesione dell’idea comunitaria che, prima di esistere realmente, agiva già sulle mentalità (ibidem, pag. 252).
La pazienza, intesa come capacità di sapere attendere a lungo le circostanze, non è mai disgiunta dalla tempestività dell’azione, dalla consapevolezza di non dover perdere neppure un minuto per rimpiangere ciò che non è stato, a patto di avere un obiettivo abbastanza chiaro da perseguire. L’obiettivo era l’Europa! E la scelta di mezzi pacifici e incruenti era destinata a dilatare non poco i tempi di realizzazione.

Monnet era convinto che l’Europa non si sarebbe fatta tutt’a un tratto né in una edificazione globale, ma per tappe successive e attraverso realizzazioni parziali ma concrete. La storia gli ha dato ragione.
Le istituzioni, una volta create, hanno una forza propria che oltrepassa la volontà degli uomini, ma soltanto gli uomini, quando ne hanno la forza, possono trasformare e arricchire le cose, che poi le istituzioni trasmettono alle generazioni seguenti… L’esperienza mi ha insegnato che la buona volontà non basta e che su tutti deve imporsi una certa forza morale: quelle delle regole che derivano dalle comuni istituzioni, superiori agli individui e rispettate dagli stati. Queste istituzioni sono fatte per unire: per unire completamente ciò che è simile, per avvicinare ciò che è ancora diverso. Gli europei hanno deciso di vivere sotto le stesse regole in una Comunità, che la loro identità culturale e il loro sviluppo omogeneo rendono possibile (ibidem, pag. 351).
Queste regole hanno assicurato organizzazione  e vitalità alla nostra Europa nonostante le battute d’arresto che ne hanno caratterizzato la storia. Monnet era maestro nel trasformare le sconfitte in opportunità; non lo scoraggiò né il ripetuto contrasto con De Gaulle, né la mancata ratifica del suo paese alla firma della Comunità Europea di Difesa (CED) il 30 agosto 1954. In occasione di questa gravissima dèbacle del processo d’integrazione si dimise dal suo incarico di Presidenza dell’Alta Autorità, ma non perse la fede nel disegno europeo: aprì invece un nuovo capitolo della “laboriosa creazione”, dando vita al Comitato d’azione per gli Stati Uniti d’Europa, un organismo finalizzato a convincere, attraverso sindacati e partiti politici, i governi europei a trasferire una quantità sempre maggiore delle loro competenze a istituzioni comunitarie. Lavorò a questa nuova iniziativa fino a tarda età, per altri vent’anni, durante i quali ebbe la fortuna di veder realizzate altre tappe importanti dell’unità europea, cosicché nel 1976, tre anni prima di morire, poteva scrivere:
Mi dicono: “In questo 1976 non ci sarà primavera per l’Europa”. Può darsi, ma non dobbiamo tenere gli occhi fissi al calendario. Bisogna prevedere delle tappe, non delle scadenza, restare fedeli a una direzione, non legarsi con appuntamenti. Questo o quel mese del 1976 o del 1978 non ha niente di fatidico e non scommetterei su una data. Sono sicuro invece che il succedersi delle stagioni ci conduce necessariamente verso una maggiore unità, e se non sarà quella che noi sappiamo organizzare, sarà quella che subiremo. Se non sarà quella governata dalla legge democratica, sarà quella imposta dalla forza bruta: non c’è più posto, in ogni caso, per l’azione disgiunta delle nostre vecchie nazioni sovrane (ibidem, pag. 385).

Sono passati altri trent’anni e la “laboriosa creazione” dell’Europa ha fatto passi da gigante: dall’abolizione delle frontiere, alla moneta comune, all’allargamento fino a 25 Paesi, molte tappe che per Monnet erano ancora un sogno sono state raggiunte e superate. Ma la nuova taglia dell’Europa, anziché essere vissuta con slancio come una grande opportunità di fronte alle sfide del mondo globalizzato, viene a volte presentata come fonte di problemi; battute d’arresto come la divisione europea sulla guerra in Iraq o la mancata approvazione del Trattato Costituzionale (proprio in Francia e in altri paesi europei del gruppo fondatore) sembrano sufficienti a spegnere ogni entusiasmo, distogliendoci dagli ideali e dall’impegno europeo.
Fra pochi mesi, il 25 Marzo, celebreremo a Roma il cinquantesimo anniversario dei due trattati istitutivi dell’EURATOM e della CEE: molta strada è stata fatta, molta è ancora da percorrere. “C’è sempre un sogno dietro ogni impresa, ma se il sogno persiste un giorno diventa realtà”. Noi, i protagonisti di quel giorno, noi i custodi di questo sogno.

 

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