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     I Padri Fondatori | Carlo Sforza | Monarchia o Repubblica?

Monarchia o Repubblica?

Tra le carte di Sforza, emerge un verbale di conversazione avvenuta in America, “Memorandum di una Conversazione”. Essenziale è l’affermazione di Sforza circa l’inevitabilità della Repubblica: tipica della sua lungimiranza su dove i fatti sarebbero andati a finire. Questo occhio vigile sull’epilogo non impedì a Sforza di tenere ben presente la distinzione tra il re e la monarchia, tra il suo atteggiamento verso Vittorio Emanuele III e quello verso l’istituzione in quanto tale.
Al Congresso di Bari aveva detto che era stato intentato un processo al re, in cui il re era risultato colpevole, ed aveva invocato “l’eliminazione dei colpevoli supremi; eliminazione di chi è tanto moralmente lontano da noi quanto lui”. Questo processo al re venne svolto da Sforza mentre si avvicinava la scadenza dell’ingresso del Governo nella capitale, con le seguenti aggravanti:

  1. il passato tradimento del re: un popolo intero ha espresso così ampiamente “la sua impressione di disgusto e d’orrore verso un uomo cui si era affidato e che lo aveva tradito”;
  2. Vittorio Emanuele aveva ravvisato in Mussolini il suo maestro ed aveva ceduto, “poiché non amava l’Italia, d’aver trovato il rimedio meraviglioso per tener bassi gli italiani, per beffarli, per disprezzarli”;
  3. era il simbolo “sia pure suo malgrado, del fascismo, della guerra tedesca, delle disfatte militari, e dell’incomprensibile sfacelo del settembre 1943”;
  4. fu l’abiezione del periodo mussoliniano che “gli impedì di capire. La tragedia di questo disgraziato fu il suo incontro, e per ventenni, il suo contatto con Mussolini”.

 

Il dilemma monarchia o repubblica era presente nell’animo degli emigrati antifascisti, dopo il 10 giugno del ‘40. Alla fine del 1941, Sforza sentì la necessità di uscire dal riserbo. Lo fece con un programma di otto punti, che attribuiva al popolo italiano la facoltà di scegliersi liberamente le proprie istituzioni politiche e proseguiva in termini possibilisti:
“Tutti gli italiani si inchineranno ai risultati del libero plebiscito. Se, come è probabile, una repubblica democratica sarà la scelta della nazione, non vi saranno, in Italia, né proteste né opposizioni. Non vi possono essere partigiani entusiasti di istituzioni suicide”.
L’orientamento delle forze politiche intervenute o rappresentate al congresso (liberali, radicali, socialisti ed anarchici) era repubblicano, ma la mozione conclusiva doveva tener conto di quanti ancora accomunavano casa Savoia ai destini del paese. Perciò dalla tribuna, Sforza aveva dichiarato:
“Abbiamo il diritto e il dovere di dire al mondo che il nostro popolo, appena liberato dall’oppressione tedesca, assicurerà la sua libertà contro nuove avventure costituendosi in Repubblica democratica”.                       
La risoluzione finale diluiva però questa affermazione, riservando agli italiani, a guerra finita, la scelta del regime che avrebbero giudicato migliore. Sforza esprimeva il desiderio che venisse convocata una Costituente, e si limitava ad esprimere una profonda aspirazione verso forme repubblicane. Dopo il ricongiungimento di Sforza con Croce, erano partite da Croce le più rigorose esortazioni per l’esclusione del principe, e non solo del re, da qualsivoglia successione regia. Tuttavia Sforza appare favorevole ad un’ipotesi della monarchia rappresentativa.
Si riferisce a Badoglio come il “solo mezzo, con lei Reggente, di salvare la monarchia liberale”.
 Scrive a De Nicola:
“Dal punto di vista del Sovrano, se tiene alla vita della monarchia rappresentativa, io continuo a ritenere che il re minorenne offre maggiori possibilità di rinverdimento dell’istituto, con ministri che niente farebbero per minarlo (…)”.
Ancora a De Nicola dice:
“…io mi son deciso di assumere su di me una grave responsabilità: di non avversare la soluzione della Luogotenenza…”.
Fu per questo che Salvemini, e quanti non accettavano la distinzione tra il re, il principe Umberto e l’Istituto, denunciarono Sforza in termini violenti per “i suoi compromessi monarchici”.     Nell’ipotesi improbabile, e contraria ai presentimenti dello stesso Sforza, che la monarchia avrebbe potuto salvarsi, Sforza sarebbe stato partecipe, anche se non entusiasta. È lecito concludere che in fondo alla sua concezione della democrazia parlamentare, era compresa al limite la monarchia rappresentativa: per lui l’essenziale era che il capo dello stato non governasse e preminente che le funzioni del governo venissero esercitate esclusivamente attraverso il consenso dei cittadini; concezione questa che ammetteva ancora un margine di convivenza tra monarchia e repubblica.
Il governo De Gasperi fissò al 2 giugno 1946 la data per le elezioni dell’Assemblea Costituente, l’organo che avrebbe provveduto a stilare la Costituzione Italiana. La Dc si affermò con il 32,5 % dei voti, mentre il Psiup e il Pci ottennero rispettivamente il 20,7% e 19% dei voti. In quello stesso giorno i cittadini italiani, comprese le donne, vennero chiamati a decidere, mediante referendum, se mantenere in vita l’istituto monarchico o fare dell’Italia una repubblica. Il 9 maggio Vittorio Emanuele III tentò di risollevare le sorti della dinastia sabauda abdicando in favore del figlio Umberto II. La mossa non sortì gli effetti sperati. Nelle votazione, caratterizzate da un’affluenza di circa il 90%, la repubblica si affermò con un margine abbastanza netto: 12.700.000 voti contro 10.700.000 voti per la monarchia.

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