INDICE
Perché un’Europa unita?
Opposizioni e barriere da abbattere
La questione tedesca
Come realizzare un’intesa europea?
Due modelli: Svizzera, Stati Uniti
Interventi da mettere in atto
Il piano Marshall
Il Patto Atlantico
Note
Perché un’Europa unita?
Quella di un’Europa unita era per Sforza non solo un’ipotesi, ma anche una vera e propria convinzione che portò avanti fin dal primo dopoguerra. Dopo aver trascorso l’inizio della prima guerra mondiale come ministro degli esteri a Pechino questo fu il suo commento: “quella guerra, vista com’io la vidi così lontano da noi, mi apparve come una gigantesca guerra civile”. Dopo lunghi anni di guerra, quando diventò quasi generalizzata la voglia di pace, Sforza intravide come possibile garanzia di tale pace un’intesa europea fra quelle stesse potenze che poco prima avevano combattuto le une contro le altre. L’unione europea quindi avrebbe significato pace e di conseguenza sviluppo economico [2]. In un clima ancora teso quella di Sforza apparve ancora come un’utopia [3], ma la sua posizione appoggiata anche da altri divenne oggetto di discussione in tutta Europa per molti mesi e anche se sarebbe naufragata con lo scoppio della seconda guerra mondiale, nel secondo dopoguerra avrebbe trovato un terreno fertile che l’avrebbe portata a divenire una realtà consolidata. Ancora una volta l’Europa unita veniva vista come garanzia della pace.
L’idea di una possibile intesa europea nacque a Sforza alla luce dei cambiamenti avvenuti in Europa dopo la prima guerra mondiale. Il primo riconoscimento di questo nuovo ordine era contenuto nel rapporto finale della Conferenza economica internazionale del 1927 dove si parlava di “changements profonds”:
- l’Europa non era più creditrice del mondo, ma debitrice dell’America;
- gli Stati Uniti ormai industrializzati importavano sempre meno prodotti europei;
- la Cina straziata da guerre intestine scompariva dal mercato internazionale;
- la Russia era troppo povera per importare prodotti dall’Europa e dall’America.
La perdita di questi mercati appariva a Sforza come un danno economico che andava ad aggravare le condizioni già disastrose dell’economia europea, ma “finirà per avere costituito un felice beneficio se farà apprendere all’Europa che il suo mercato principale è l’Europa stessa”; “Se non vogliamo fare l’Europa unita per amore, dovremo farla per interesse”.
Inoltre la guerra aveva portato alla scomparsa delle monarchie autocratiche a pretesa divina quali l’Austria, la Germania, la Russia, la Turchia. Il passaggio da 18 a 30 stati, di per sé un paradosso se accostato all’ideale di unità europea; offriva dunque il materiale con cui costruire il nuovo edificio europeo.
Ma a spingere per una maggiore coesione europea furono anche e soprattutto fattori esterni ad essa. Per dirlo con le parole di Sforza “Ciò che obbliga l’Europa a divenire un’unità è che, posta di fronte ad altre umanità non-europee che sorgono, essa va scoprendo che le idee e i sentimenti che ogni europeo ha in comune prendono maggiore valore che non le idee e i sentimenti che li dividono. … Sono queste antitesi, l’americana, l’asiatica, forse la russa se la Russia continuerà ad allontanarsi dall’individualismo europeo, che forzeranno l’Europa -che di fronte a questi giganti continentali non è altra che la piccola penisola europea- a sentirsi l’Europa” [4]. Sforza con questo intendeva che il sentimento europeo nasceva se non spontaneamente, almeno di fronte a nuove civiltà che sorgevano.
Sinonimo di Europa furono nel Medioevo la cristianità, nel Settecento l’Illuminismo e nell’Ottocento, con Mazzini che diceva “Amo la mia patria perché amo tutte le nostre patrie”, il concetto europeo si affinò. Se in parte i vari stati europei avevano origini comuni, si erano poi distinti secondo le proprie peculiarità [5]. Era importante dunque preservare il particolarismo culturale in cui risiedeva la ricchezza stessa dell’Europa, ma allo stesso tempo creare una coesione tra i popoli che facesse da barriera contro lo scoppiare di nuove crisi e costituisse “una permanente forza vitale di attrazione”; in caso contrario tutto si sarebbe ridotto ad una semplice alleanza militare e/o economica che avrebbe rappresentato solo “un buon affare temporaneo”.
L’intesa europea sarebbe dovuto divenire un’intesa economica, politica ma anche socio-culturale, punto quest’ultimo ribadito più volte come garanzia stessa del perdurare di un’eventuale unione.
Sforza non negò però che si dovesse partire da premesse di ordine economico [6]. Il Piano Marshall fu un punto di partenza per la cooperazione europea che poteva porre le basi per un’Europa unita. La dipendenza dagli aiuti americani non avrebbe però dovuto superare il 1952 e quindi nel frattempo ci si sarebbe dovuti preoccupare di creare un organismo di coesione a carattere permanente: tale organismo fu rappresentato dall’OECE (organismo di cooperazione fra le varie economie).
Mentre il Piano fu e rimase una spinta esterna, altri due furono i piani che vennero portati avanti: quello inglese, il Piano Bevin e quello francese, il Piano Schuman. Il primo concepiva come catalizzatore dell’unità europea un consiglio, con funzioni consultive e che varie volte all’anno riunisse una delegazione di ciascun Paese partecipante che discutesse i problemi politici interessanti la comunità, mentre un segretario permanente avrebbe assicurato la continuità e le relazioni costanti fra i partecipanti; il secondo era una proposta formulata dal Ministro degli Esteri francese Schuman con la finalità di accomunare le risorse europee di carbone e di acciaio. La sua valenza economica fu fondamentale, ma poteva essere inoltre visto come “il germe iniziale di quella unione europea alla quale noi tendiamo, come alla suprema garanzia di pace per l’Europa.” [7]
Opposizioni e barriere da abbattere
Di fronte all’eventuale sorgere di un’intesa europea nacquero però anche delle obiezioni sia da parte di alcuni paesi europei sia da parte di potenze straniere.
I Russi vedevano una possibile intesa degli stati europei come un complotto occidentale contro la Russia, dimenticando però che lentamente era lei stessa a volersi estraniare dall’Europa con il suo regime [8].
Gli Inglesi secondo un’ottica patriottistica, ma anche miope, preferivano continuare a nutrire l’aspirazione ad un Impero britannico realizzante il proprio equilibrio economico entro i suoi stessi confini [9].
Da parte di qualcuno era stata inoltre preannunciata una possibile opposizione Europa-Stati Uniti. Eventualità questa molto remota e sconveniente per entrambi i continenti poiché avrebbero dovuto rifiutare gli enormi profitti del commercio fra nazioni ricche [10].
L’altro grande nemico da combattere fu l’insorgere dei nazionalismi [11]. Se alcuni di essi, quali quello polacco, quello balcanico e quello italiano, nacquero come risposta alle tirannie straniere distinguendosi come nazionalismi attivi [12], vi fu anche il nazionalismo passivo ed era proprio quest’ultimo e le sue idee che andavano combattute. Due furono le lacune da colmare: la prima era che “la libertà fu riconosciuta come ideale supremo, come suprema garanzia del progresso umano; ma confrontata con lo sviluppo economico di un mondo che si meccanizzava permise il sorgere di quel gelido liberalismo economico che, almeno a parole, è unanimemente ripudiato; la seconda lacuna è quella dell’eccessiva libertà degli Stati nazionali, la cui sospettosa e assoluta sovranità è la causa di tutte le guerre moderne”.
Infine andavano superati quei contrasti, in alcuni casi, storici (Germania-Francia) poiché minavano dall’interno la stabilita di un’eventuale unione europea. Secondo Sforza solo con l’intervento di intermediari si potevano appianare i diverbi fra due nazioni; in questo caso l’Italia avrebbe giocato quindi un ruolo fondamentale. Un esempio era stato il momento dell’adesione al Piano Schuman: il Governo italiano svolse una funzione equilibratrice con l’unico interesse di “realizzare un sistema di collaborazione che risolvesse una volta per sempre il tradizionale antagonismo fra il popolo tedesco e quello francese, per la salvezza della pace e dell’indipendenza dell’Italia stessa; di solidificare i rapporti di amicizia con la Francia considerata un pilastro permanente per l’unificazione europea”.
La questione tedesca
L’Italia si dimostrò sin da subito dopo la guerra, molto interessata alla questione tedesca. Infatti si ritenne che l’equilibrio europeo che esisteva prima della guerra si fosse inevitabilmente rotto. In questo modo i singoli stati non operarono più con libertà e non ci fu più la possibilità di alcuna iniziativa diplomatica. Dunque uno stato rischiava di cadere vittima di potenze egemoni, in questo caso la Francia.
In particolare nella presente questione risultò rilevante anche l’intervento statunitense. Gli USA si erano infatti sostituiti alla potenza tedesca, spostando il concetto di equilibrio europeo da un piano continentale a uno internazionale. La Germania aveva infatti lasciato “un buco”, che era stato colmato dagli Stati Uniti. L’Italia era interessata a colmare il vuoto e a sostituire il ruolo ormai preponderante degli Usa con una più europea Germania. L’Italia voleva cioè una diminuzione della pressione americana.
Un ulteriore fattore che accrebbe l’interesse italiano fu l’importanza dei mercati tedeschi per la sua economia. Inoltre nelle richieste italiane si faceva più volte presente lo status di cobelligerante che aveva svolto l’Italia nei confronti della Germania.
Già prima di Sforza molti politici italiani si erano impegnati per ottenere un ruolo più importante nei trattati di pace con la Germania. La prima iniziativa era datata il 12 settembre 1944, quando il sottosegretario degli esteri, il marchese Giovanni Visconti Venosta, aveva inviato una nota all’ambasciatore britannico e a quello statunitense, in cui richiedeva l’ammissione dell’Italia ai negoziati per l’armistizio tedesco. Nello stesso anno, il 30 settembre, il presidente del consiglio Bonomi ripeté la stessa richiesta all’ammiraglio Stone. L’anno dopo, il 12 maggio, dopo che la Germania si era arresa senza condizioni, il segretario generale del ministero degli Esteri italiano, Renato Prunai, tornò a insistere su questo punto. La risposte degli alleati era stata la concessione all’Italia di esporre il suo punto di vista in forma non ufficiale durante la Commissione consultativa europea. Il 28 giugno venne inviato un memorandum alle rappresentanze di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Unione Sovietica. La risposta fu evasiva e non soddisfece affatto l’aspettativa italiana. L’Italia non intendeva però cedere sulla questione, così nel dicembre del 1946, in vista della sessione di Mosca, gli ambasciatori dei quattro Paesi prima citati furono sollecitati a prendere una decisione. Nel gennaio de ‘47 venne presentata una nota ai supplenti dei quattro ministri degli esteri, in cui si richiedeva di poter partecipare al trattato di pace con la Germania. I supplenti non risposero, ma rinviavano la decisione direttamente ai ministri.
A questo punto, precisamente il 9 marzo 1947, entrò in campo Carlo Sforza. Egli, sempre in vista della sessione di Mosca, rinnovò le istruzioni agli ambasciatori italiani a Londra, Parigi, Washington e Mosca. Egli si basò sulle argomentazioni che sopra esposte e richiese una partecipazione italiana più concreta. Mandò inoltre un telegramma alla riunione di Mosca, già iniziata, in cui fece presente il grande sacrificio compiuto dagli italiani durante la guerra, che in un certo modo avrebbe dovuto permettere loro di partecipare alla risoluzione del problema tedesco. A Mosca l’ammissione italiana venne acquisita in linea di principio, senza approfondire però le modalità di questa partecipazione, perché si ritenne che il problema non riguardava solo l’Italia, ma tutti gli stati cobelligeranti.
Nell’ottobre seguente Sforza si recò a Londra ed ebbe una conversazione con Bevin al Foreign Office. Il ministro italiano ripeté la solita richiesta, stavolta facendo pressione più su fattori economici. L’inglese rispose che l’Italia avrebbe dovuto avere la possibilità di esporre il suo punto di vista, ma ribadì che la questione non riguardava solo l’Inghilterra. Il problema venne riproposto alla conferenza di Londra nel dicembre del 1947. Nel frattempo era intervenuta la ratifica del trattato di pace da parte dell’Italia e dunque la cessazione dello stato armistiziale. Ma i lavori si interruppero senza una risposta per l’Italia. Ebbene, nemmeno stavolta gli italiani si arresero. Sulla scia delle ammissioni di Churchill dell’8 agosto 1949 alla prima sessione del Consiglio d’Europa, a Strasburgo, che affermava l’impossibilità di una costruzione europea senza una Germania democraticamente inserita nel mosaico continentale, Sforza insistette nel suo incontro con Schuman a Parigi, il 12 ottobre 1949. Egli ripropose gli stessi temi di sempre, esprimendo il proprio favore alla rapida riammissione della Germania nelle nazioni democratiche europee. Schuman era personalmente della stessa opinione dell’Italia, ma dovette sempre tener conto dell’opinione pubblica francese, che ricordava le tristi conseguenze dell’azione tedesca durante al guerra.
L’Italia intendeva comunque seguire sempre una politica di stretta intesa con la Francia. La risposta che arrivò da questo Paese non fu però quella desiderata. Infatti si notarono degli improvvisi abbandoni, delle tensioni tra i due stati dovute alle”prese in giro” della Francia. L’Italia si sentì dunque in diritto di guardare verso altri stati europei per la soddisfazione di bisogni che fu prima un’esclusiva francese e uno di questi “altri Paesi” fu proprio la Germania.
Per tentare di risanare questi problemi tra i due stati, si tenne a Santa Margherita, dal 12 al 14 febbraio 1951, un incontro tra rappresentanti italiani, tra cui naturalmente Sforza, e francesi. La posizione francese fu alquanto confusa: i socialisti erano barricati nelle loro posizioni antitedesche, tutti gli altri temevano più che la Germania in sé, una possibile reazione russa e un possibile riarmo tedesco. Inoltre interpretarono l’insistenza italiana per la riammissione della Germania come un tentativo di ridimensionare la loro potenza nell’Europa continentale. Questa fu senz’altro una visione riduttiva del progetto politico di Sforza, che, come testimonia in “Cinque anni a Palazzo Chigi”, mirava ad una unione di tutti i popoli liberi europei, seduti allo stesso tavolo, che vedano i dazi doganali diminuiti, con crescente livello di vita nelle varie popolazioni operaie, che vedano le merci a più buon mercato ovunque. Comunque l’Italia riconfermò la sua decisione a non andare contro le posizioni francesi, per non alterare i buoni rapporti che comunque si erano creati.
Le trattative sul problema tedesco non cessarono ancora. Dopo l’incontro italo-francese vi fu quello italo-britannico a Londra, dal 12 al 15 marzo 1951. La parte italiana era composta da De Gasperi e Sforza. L’esito di questi colloqui fu piuttosto deludente. Infine il cancelliere tedesco Adenauer si recò a Roma per incontrare Sforza e De Gasperi, il 14 giugno 1951. Stavolta l’esito fu più che soddisfacente. Infatti si riuscirono a superare definitivamente le conseguenze della guerra. Si parlò poi del consolidamento del triangolo Roma-Parigi-Bonn e di solidarietà internazionale. Inoltre Sforza fu personalmente soddisfatto, in quanto condivise la posizione di Adenauer e lo considerò il prototipo dell’uomo di stato. In “cinque anni a Palazzo Chigi” affermava infatti che “legge nel libro del destino la via da seguire”.
Come realizzare un’intesa europea?
La soluzione pratica che propose Sforza fu il federalismo. Se l’ipotesi di un’Europa federale proposto da Briand era miseramente fallito con il trattato di Ginevra, quella che andava ricercata era una formula più elastica. Innanzitutto esisteva la necessità di promuovere delle parziali unioni che, aperte ad altri stati di buona volontà, si allargassero e si imponessero, non con la forza ma con l’irradiazione dell’esempio (Unione doganale italo-francese, Patto di Bruxelles). Riguardo all’Unione doganale, il 20 marzo 1948, a Torino, ci fu un incontro nel quale Bideault firmò il protocollo doganale italo-francese; ma già il 20 e 21 dicembre dello stesso anno a Cannes Schuman bocciò l’accordo per le frontiere.
La condizione essenziale per la nascita di un’Europa federale fu però la volontaria disponibilità di tutti i Paesi aderenti a limitare la propria sovranità alla condizione che anche tutti gli altri facessero lo stesso [13]. Fu proprio su questo punto che i nazionalismi e il loro ideale di libertà suprema vennero a scontrarsi con la possibilità di un’intesa europea [14]. Secondo Sforza “la rinuncia ad una particella di sovranità è sinonimo di gestione internazionale in nome degli interessi internazionali e ciò in contrapposto ad interessi privati o sezionali”.
Due modelli: Svizzera, Stati Uniti
Più volte Sforza nei suoi discorsi citò due esempi di unioni di entità diverse, un tempo nemiche, esempi che dovevano essere presi a modello dagli Europei, uno interno all’Europa, la Svizzera [15], l’altro esterno, gli Stati Uniti d’America [16]. Entrambi godevano di un clima di serenità sociale e di sviluppo economico dovuti appunto alla loro organizzazione politica ed economica di tipo federale che aveva saputo ben dosare decentramento ed unità.
Interventi da mettere in atto
Sforza nei suoi discorsi delineò anche alcuni interventi concreti da mettere in atto. Il primo fu quello dell’abbattimento delle barriere doganali fra i vari stati europei. Ebbene, l’abbattimento dei dazi doganali avrebbe rappresentato un grosso vantaggio e una porta aperta verso un’unione europea. A quanti ritennero ciò impossibile, Sforza rispose ricordando che i dazi doganali rappresentavano sì un decimo delle entrate di ciascuno stato, ma poiché le conseguenze e lo scopo dell’intesa europea era la riduzione degli armamenti per cui ogni stato spendeva ben più di un decimo del proprio reddito, la prospettiva dell’abbattimento delle barriere doganali non sarebbe stata più un’ipotesi insostenibile. Inoltre buona parte dei dazi si riferiva ai prodotti oltre-mare che, nel caso di un’intesa, sarebbero restati immutati garantendo una parte degli introiti.
Accanto al problema dei dazi Sforza sottolineò altri due problemi importanti per raggiungere una solidarietà europea:
- la libera disponibilità di materie prime;
- la libera circolazione degli uomini.
Vi fu poi la creazione di alcuni organi che era già avvenuta e che Sforza auspicava si mantenesse con un progressivo all’allargamento delle loro prerogative:
- La Banca dei Regolamenti internazionali, come constatazione ufficiale che non vi erano più comunità nazionali che potessero controllare nell’isolamento i loro destini finanziari;
- dare carattere permanente all’OECE (organismo di cooperazione fra le varie economie) [17] che doveva dedicarsi all’accentramento della produzione e ripartizione di materie prime della merci di scarsa offerta, la creazione del mantenimento di possibilità d’impiego di tutta la mano d’opera, l’elevamento del tenore di vita, le misure di prevenzione contro ogni eccesso di produzione;
- creare un Comitato politico composto dai rappresentanti dei Paesi aderenti;
- creare una Corte di giustizia europea [18];
- i Governi consociati nell’ERP (Piano Marshall) avrebbero dovuto cominciare a edificare una Società di nazioni interdipendenti e organizzare una maggiore produzione e interscambio fra le nazioni per un ribasso dei costi di produzione, un maggior impiego di mano d’opera e un’elevazione del tenore di vita delle popolazioni. Bisognava che vi facessero parte membri responsabili dei Governi consociati per rafforzare le correnti di scambio, determinare i rapporti di scambio tra un paese e l’altro, applicare sistemi di pagamenti e profonde modificazioni valutarie;
- creazione di un esercito europeo unificato:
♦ CED (Comunità Europea della Difesa) [19]
♦ Esercito europeo
CED
Trattato proposto il 24 ottobre 1950 dal presidente francese Pleven con l’adesione di De Gasperi. Il 27 maggio 1952 i sei paesi che avevano aderito alla CECA (Italia, Francia, Rep. Federale tedesca, Belgio, Olanda, Lussemburgo), si ritrovarono a Parigi per discuterne. Tuttavia il trattato non venne realizzato. Undici giorni dopo la morte di De Gasperi, l’Assemblea Nazionale Francese, il 30 agosto 1954 non ratificò il trattato.
Esercito europeo
Nel 1951 a Washington venne presentato il Piano Pleven. Esso consisteva nella creazione di un esercito europeo unificato, che contenesse un discreto numero di unità tedesche disseminate nelle varie armate, finanziato dagli Stati Uniti.
L’Italia aderì ma vi furono dei rallentamenti a causa di contrasti tra Francia e Germania, mentre l’Inghilterra preferì non prendere posizioni.
Il 15 febbraio 1951 si aprì a Parigi la Conferenza per l’Organizzazione dell’Esercito Europeo, con partecipanti Francia, Germania, Belgio, Lussemburgo e Italia, ma dopo quattro mesi non si raggiunsero conclusioni definitive. Gli organi e le procedure sarebbero state le stesse del Piano Schuman.
Il piano Marshall
L’Europa stentava a riprendersi dopo la fine della guerra mondiale, l’economia era a terra e i disagi sociali non mancavano. Ma dal 1947 arrivarono gli aiuti degli americani, che dopo aver liberato il Vecchio Continente dall’incubo nazifascista, permisero all’Europa di riprendersi e rilanciare la propria economia.
Il 12 marzo il presidente Truman si presentava a una sessione congiunta del Congresso per chiedere gli stanziamenti necessari ad assistere Grecia e Turchia. In realtà il suo discorso andava al di là di una semplice proposta, ma era l’enunciazione di una politica globale di resistenza all’espansionismo dell’Unione Sovietica.
Il piano viene proposto dal segretario di stato George Marshall il 5 giugno all’università di Harvard (per discorso http://www.cronologia.it/storia/tabello/tabe1542.htm), e il 19 giugno l’Italia notifica la sua intenzione di collaborare pienamente al Piano.
Il 21-22 settembre si svolge la Conferenza per il Piano a Parigi. Sono presenti 16 paesi, tutti dell’Europa occidentale. La relazione finale della Conferenza calcolava un intervento di 13.900 miliardi di dollari. Alla Conferenza si alzò a parlare anche Carlo Sforza (per discorso http://www.cronologia.it/storia/tabello/tabe1542.htm).
Il 2 aprile 1948 il Piano viene approvato da governo USA e si programmò un intervento in Europa per il quadriennale ‘48-52. Finalmente il 5 aprile Piano entra in vigore.
C’è chi sostiene che il Piano sia stata la causa della nascita del contrasto tra USA e URSS, infatti le due potenze uscivano da un’alleanza che aveva portato alla sconfitta del nemico nazifascista. Quest’alleanza durò ben poco e si trasformò presto in un contrasto.
Il motivo è stato individuato nella politica imperialista americana: aveva una politica tesa ad assicurarsi i mercati dell’estero e a favorire l’economia interna. Gli USA tentavano in ogni modo di inglobare sotto la sfera di influenza il maggior numero di stati possibile e il Piano Marshall era funzionale a questo.
Prima della fine della guerra gli americani pensavano di continuare l’alleanza con l’URSS, riconoscendo la sua potenza e credendo di poter indurre Mosca, con aiuti e atteggiamenti concilianti, ad accettare delle limitazioni. Gli aiuti economici inoltre erano importanti per la stabilità politica europea; gli americani avevano capito infatti che se l’Europa fosse rimasta povera e debole facilmente avrebbe favorito la nascita di nuovi governi comunisti.
L’America propose anche all’URSS gli aiuti economici ma Stalin non accettò costringendo pure i paesi sotto l’influenza russa a fare lo stesso; se avesse accettato avrebbe dovuto però sottostare in parte al controllo americano e avrebbe dovuto aprire l’Europa orientale all’Occidente. Così l’URSS nel settembre 1947 costituì il Cominform: l’organismo che riunì i partiti comunisti.
Infine il Piano Marshall oltre ad aiutare l’economia europea sosteneva anche quella americana, infatti i fondi dati all’Europa dovevano essere spesi negli USA, stimolando molto, in questo modo, l’economia americana.
In Europa si formò un ordine economico basato sulla leadership americana. Gli aiuti furono vitali per il futuro dell’Europa e per l’economia americana. Il Piano Marshall preservò l’economia e la libertà dell’Europa occidentale.
Il Patto Atlantico
Sforza, in qualità di ministro degli esteri della rinata repubblica italiana, prese parte alla formulazione e alla successiva sottoscrizione del cosiddetto “Patto Atlantico”, un trattato internazionale stipulato fra i Paesi dell’Europa del dopoguerra e gli Stati Uniti d’America, volto alla formazione di una nuova alleanza strategica di tipo primariamente militare, che si concretizzerà nell’organizzazione della NATO (North Atlantic Treaty Organization).
L’accordo venne firmato a Washington il 4 aprile 1949 da USA, Canada e dalle dieci nazioni europee principali (Belgio, Danimarca, Francia, Gran Bretagna, Islanda, Lussemburgo, Norvegia, Olanda, Portogallo, e anche Italia), a cui poi si aggiunsero le altre potenze del continente rimaste inizialmente estranee al trattato (Spagna, Germania Federale, Turchia e Grecia).
Il Patto Atlantico aveva il compito di "salvaguardare la pace e la sicurezza e di favorire il benessere e la stabilità nella regione dell'Atlantico del Nord", in contrapposizione alla CSI sovietica, a cui il trattato cercava di opporsi, tentando di infondere nuovamente fiducia e sicurezza nell’occidente.
Il “Patto”, infatti, si poneva due obbiettivi principali: mantenere in vita e in efficienza una struttura militare adeguata per frenare un'eventuale aggressione; e creare un clima di stabilità, sicurezza e fiducia, grazie all'equilibrio delle forze mondiali, per consentire la cooperazione, la soluzione di problemi politici e di fornire consulenza nei negoziati Est-Ovest.
L’organizzazione di quest’alleanza vedeva la creazione di organi decisionali a base collegiale (come il Consiglio Consultivo Militare, l’Ufficio Militare delle Forniture, il Gruppo Direttivo ed Esecutivo, lo Stato Maggiore Militare Nord Atlantico e i Gruppi Regionali di Pianificazione) che dividevano gli Stati alleati in varie circoscrizioni (es.: Stati Uniti – Canada, Nord Atlantico, Mediterraneo Occidentale, Europa Occidentale e Europa Settentrionale) (allegato 1: Cinque anni a Palazzo Chigi - Capitolo XII – L’organizzazione del Patto Atlantico).
Sforza, perseguendo il suo cammino ideale, che comprendeva una forte coesione ed unione fra gli Stati europei (fra i quali l’Italia avrebbe dovuto ricoprire un ruolo di gran rilievo) e fra essi e gli Stati Uniti, cercò in più occasioni, ad incominciare dalla conferenza di Washington del 17 settembre 1949, e con grande decisione di far valere la sua visione di unitarietà, tentando fin da subito di scavalcare la rigida organizzazione per zone e la loro completa separazione, promuovendo nel maggior modo possibile la collaborazione fra le circoscrizioni, con l’obiettivo di arrivare ad una completa simbiosi ed unità (allegato 2: Discorso Sforza – Consiglio Patto Atlantico).
Il ministro si poneva, d’altronde, fra le schiere degli innovatori e dei riformatori, dimostrando un profondo spirito pratico e grande apertura: fu, ad esempio, uno fra i primi a comprendere l’importanza di accogliere la Germania federale all’interno del Patto, e a proporre l’integrazione delle sue forze militari nell’Alleanza, per fortificare l’Europa e il suo rapporto con gli USA. In un discorso con Schuman e Acheson, Sforza, infatti, dichiarò (andando contro l’opinione del francese): “L’essenziale è di ottenere le migliori garanzie di difesa per le nostre frontiere orientali sino alle pianure croate, se il riarmo tedesco è lo scotto comune da pagare per ottenere queste garanzie, l’Italia è pronta a sostenerlo fino in fondo…Una Germania riarmata sotto il controllo e nell’ambito dell’organizzazione atlantica rappresenterebbe un apporto utile e necessario alla difesa comune, senza ingenerare soverchi timori di ritorni militaristici”. E, ancora, esponendo la sua posizione ai giornalisti: “La Germania dovrebbe essere. autorizzata a creare un esercito e a collaborare ai piani per la difesa dell'Europa occidentale. E nostro dovere ed è nostro interesse avere la collaborazione della Germania quando organizzeremo la difesa dell'Europa” (allegato 3: Cinque anni a Palazzo Chigi – Capitolo XIII . Gli sviluppi del Patto atlantico).
Sforza credeva, inoltre, all’unione degli Stati europei e al loro necessario rapporto privilegiato con i fratelli al di là dell’Atlantico e sostenne un costante e profondo collegamento fra l’Italia, l’Europa e gli Stati Uniti, visti come forte ed indispensabile alleato e garanzia di equità e libertà (allegato 4: Lettera a De Gasperi).
NOTE
1 “Vi debbo ora confidare che cosa io ho recentemente risposto a gruppi rappresentanti centinaia di migliaia di Italiani negli Stati Uniti che mi han chiesto: “Noi ammiriamo negli Stati Uniti il mondo libero di domani, ma noi vogliamo anche servire la causa della liberazione d’Italia. Che fare?”. La mia risposta è stata: “L’entrata degli Stati Uniti (nel conflitto) significa vittoria sicura per le democrazie. Voi dovete voler questa vittoria e dovete voler insieme che l’Italia non sia fra i popoli sconfitti. Non è il caso di dubbi di coscienza circa doppi patriottismi; al contrario: voi dovete sentire e sapere che difendendo l’America voi difendete al tempo stesso l’onore, la libertà e l’avvenire d’Italia. L’Italia, anche tradita e rovinata dal fascismo potrà domani riservarsi una nuova missione essenziale nel mondo, annunziando all’Europa le nuove leggi di solidarietà internazionale che saran le basi della futura società delle nazioni libere”.
Carlo Sforza, radio-messaggio alla NBC (gennaio 1942)
2
MEMORANDUM di Sforza al governo francese: “Il governo della Repubblica Italiana constata con la più viva soddisfazione che il Governo della Repubblica Francese, interprete del pensiero illuminato e lungimirante dell’opinione pubblica di Francia, persegue con energia la realizzazione di quegli ideali di organica intesa e di interdipendenza europea che soli possono salvare la pace del mondo e la democrazia” (da “Cinque anni a Palazzo Chigi” pag. 69).
“Vi è una sicurezza che viene ancor prima ed è la sicurezza che viene ancor prima ed è la sicurezza di poter sopravvivere. Nessun Paese è oggi in condizione di raggiungere tale sicurezza da solo, fuori del corso di quella collaborazione internazionale alla quale è legato il successo di ogni iniziativa interna” (da “Cinque anni a Palazzo Chigi” pag. 81).
“Bisogna che tutti sappiano che l’unico modo di salvarci da una terza guerra mondiale e l’unico modo di acquistarci il solo primato che alla lunga conta, quello delle idee, è di divenire araldi dell’unione di una Europa aperta a tutti” (da “Come far l’Europa?” pag. 18).
3 “A chi giudicasse chimerico l’avvento di una Europa organizzata, a chi dubitasse che questo è il problema di domani vorrei offrire- in questi giorni in cui l’America si è tanto ravvicinata a noi svegliando nei più gratitudine e interesse- vorrei offrire, dico, una testimonianza essenzialmente americana. Nessuno può oggi negare che gli americani sono tipicamente americani; che anche parlando inglese sono dissimilissimi dai britannici; e che una nazionalità americana esiste ormai, tanto caratteristica quanto l’italiana o la francese. Ebbene, ecco cosa scriveva, in pieno secolo XVIII, cioè agli albori della indipendenza americana, un osservatore degli eventi di quel continente, Giosia Tucker: ”Le antipatie reciproche e gli interessi contrastanti degli americani, le differenze che esistono nel loro modo di governarsi come nelle loro abitudini e nei loro costumi danno la prova che non esiste fra essi alcun punto di contatto né alcun interesse comune. Gli americani- concludeva Tucker- non potranno mai fondersi in una nazione compatta, sotto qualsiasi forma di governo”.In meno di un secolo questa profezia fu smentita dai fatti; gli americani sono ora uno dei popoli più tipicamente uniti del mondo intero; anzi, chi sa, son forse troppo uniformi; certo è che non si arriva neppure a concepire, vivendo fra loro, come ottant’anni fa abbiano potuto dilaniarsi in una sanguinosa guerra civile fra Nord e Sud” (da “Come far l’Europa?” pag. 7-8).
4 “Oggi, create dall’Europa, nuove unità si formano accanto ad essa, che differiscono da essa ancor più che le nazionalità europee non differiscono ormai fra loro” (da “Stati Uniti d’Europa” pag. 12).
5 “Per la nobiltà e ricchezza morale dell’Europa noi dobbiamo volere che dei patriottismi nazionali, seri e sobri, continuino a fiorire; qual mediocre grigiore sarebbe una Europa standardizzata, dove non si distinguesse più l’Italia di Dante dalla Francia di Racine e Molière, l’Inghilterra di Shakespeare dalla Spagna di Cervantes, e così via. Ma già- malgrado i sospetti e gli odii- è di più in più difficile che gli europei pensino di sé soltanto come italiani o come francesi, inglesi, polacchi, austriaci…” (da “”Come far l’Europa?” pag. 15).
6 “Il governo italiano è per parte sua convinto che alla realtà di un’unione o federazione europea deve giungersi procedendo per gradi successivi, partendo da premesse di ordine economico (in particolare già in atto e che non chiedono che di essere perfezionate), per arrivare gradualmente a forme di collaborazione politica, economica e sociale che avvicinino sempre più i Paesi europei gli uni agli altri, dimostrando quella interdipendenza che ormai esiste di fatto e che solo per ignavia di taluni non è ancora riconosciuta in ogni campo” (da “Cinque anni a Palazzo Chigi” pag. 70).
7 Infatti il progetto si prefiggeva l’obiettivo di mettere a disposizione dell’Europa acciaio e carbone e minerali al minimo prezzo possibile. Il Piano viene siglato a Parigi il 18 aprile del 1951 ed i paesi partecipanti sono i seguenti: Germania, Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo e Olanda.
La proposta si basava su alcuni punti essenziali:
- individuare un’autorità internazionale indipendente dai singoli Stati
- modernizzazione della produzione
- libertà di circolazione per il carbone, acciaio e minerali
Come possiamo notare il Piano Schuman figurava importanti temi economici: infatti il governo italiano e in primo luogo Sforza consideravano il Piano come la possibilità di poter fortificare l’intera struttura economica, addirittura di poterla risanare, di poter accrescere la produzione e l’esportazione dell’industria pesante, che costituisce un’importante voce della bilancia economica italiana. Se la Germania e la Francia rappresentano un totale di oltre due terzi della produzione generale dell’Europa occidentale, l’industria di base italiana è costretta a produrre a costi superiori circa del 30% a quelli mondiali, in quanto la produzione italiana in carbone, acciaio e ferro è molto esigua. Quindi l’adesione al Piano Schuman è per l’Italia una vera e propria necessità.
“Sarebbe concepibile infatti di voler praticare noi, nelle condizioni che vi ho descritte, l’autarchia siderurgica in un mondo che si sta liberalizza? Direi che è ridicolo il solo pensarvi. Potremmo noi rinunciare alle nostre esportazioni meccaniche, astraendoci da un congegno che ci fornirebbe le materie prime a prezzi molto inferiori degli attuali? Potremmo rischiare di vedere la siderurgia italiana spazzata via?”( da “Cinque anni a Palazzo Chigi” pag. 309).
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“I Sovieti furon presi da un eccesso di furore, o, meglio, di mania di persecuzione, non appena l’idea di un’unione europea cominciò a prendere forma, il settembre scorso, a Ginevra. Tosto parlarono di rinnovata Santa Alleanza, di complotto occidentale contro la Russia, ecc. Niente di più fantastico, niente anche di più naturale: i regimi di dittatura e di violenza han sempre alla bocca la certezza dei loro immancabili destini; in verità, tremano pavidi ad ogni stormir di foglia.
Niuno in Europa, neppure fra certi tories che tanto appoggiarono un altro regime di violenza, pensa più a ricominciare le miserande esperienze del passato, del “reticolato spinato” con cui Clemenceau si era vantato di isolare la Russia e di cui, mi sia lecito ricordarlo, dimostrai pel primo la futilità al Parlamento italiano nel 1920. Lentamente forse ma fatalmente è la Russia che, di suo libero volere, tornerà un giorno a cercare un accordo qualunque coll’Europa” (da “Stati Uniti d’Europa” pag. 17).
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“V’è l’obiezione inglese. Un numero considerevole di giornali britannici, e là i giornali sono ancora specchio di opinioni pubbliche autentiche, ha protestato contro le idee esposte da Briand opponendo loro la vecchia concezione o aspirazione di un Impero britannico realizzante il suo equilibrio economico entro i suoi stessi confini. È la dottrina del vecchio Chamberlain, non della pallida ombra ch’è suo figlio, quando predicava agli inglesi di “tessere coi frammenti sparsi un imperiale mantello per la sua vecchia madre-patria”. Ma gli amici più sinceri dell’Inghilterra, quelli che più ammirano in essa il baluardo storico del pensiero liberale nel mondo, non possono non domandarsi se gli avvenimenti che si son prodotti e tuttodì si producono entro la cerchia dell’Impero autorizzano ancora una siffatta concezione, intorno alla quale, proprio di questi giorni, noi vediamo che i suoi nuovissimi protagonisti, Lord Beaverbrook e Lord Rothermere, penano tanto a mettersi d’accordo. Del resto, lo stesso ministro britannico del Commercio, Graham, ha domandato a Ginevra, il settembre scorso, la costituzione di un Comitato di produttori europei per assicurare la ripartizione del carbone. Ora, il carbone è l’elemento essenziale di tutta l’economia britannica” (da “Stati Uniti d’Europa” pag. 17-18).
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“Vi è poi chi mormora che un’Europa federata sarebbe avversata dagli Stati Uniti che la temerebbero come rivale. Quale errore e anzi vorrei dire quale vanagloriosa illusione! Gli Stati Uniti sarebbero felici di non avere più preoccupazioni di guerre europee e tutti si direbbero là con fierezza che se devono la loro cultura alla vecchia Europa essi si sono sdebitati offrendo alla patria comune dei loro avi l’esempio e la lezione di un giovane continente nord-americano che si dilaniava centocinquant’anni fa tra tredici stati indipendenti e che divenne la maggiore Potenza del mondo solo perché gli Stati americani si federarono” (da “Cinque anni a Palazzo Chigi” pag. 29).
“L’obiezione americana è quella che più appare gravida di incognite. Certi spiriti temono di veder l’Europa apporsi agli Stati Uniti, di guisa che ad un odio fra nazioni non si farebbe che sostituire un odio fra continenti. Niuna idea potrebbe essere più artificiosa. Le guerre son forse preparate da interessi in conflitto: ma se esse non scoppiano che allorquando i sentimenti, le nostre vecchie e cieche passioni ereditarie, entrano in giuoco. Ciò non potrà mai essere fra continente e continente. Da continente a continente non vi son che interessi: non odii né amori” (da “Stati Uniti d’Europa” pag. 18).
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“Fu in Francia che il nome stesso- nazionalismo- fu inventato verso il 1900 e si identificò tosto col più stupido dei razzismi, l’antisemitismo. Il morbo nazionalistico si appesantì sul mondo, prima in Italia e poi in Germania, e fruttò quel che gli odii fruttan sempre: guerre, distruzioni, rovine di generazioni intere; e, quel che è quasi altrettanto male, paci monche e ingenerose che non son altro che incerti armistizi recanti in sé i germi di nuovi conflitti” (da “Cinque anni a Palazzo Chigi” pag. 13-14).
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“I nostri avi, quelli del 1821, del 1831, del 1848, del 1859-60, ansiosi di scuotere la soffocante atmosfera di tiranni stranieri e nostrani trovarono una forza preziosa nel principio di nazionalità. Lo stesso accadde del resto un po’ dovunque: così fu per le nobili se pur sterili rivolte del popolo polacco; così fu più tardi pei popoli dell’Europa balcanica quando cominciarono a lottare per diventar padroni in casa propria” (da “Cinque anni a Palazzo Chigi” pag. 12).
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“Soprattutto noi italiani, appunto perché siamo un popolo conscio della propria forza vitale, appunto perché sappiamo che abbiamo tutto da guadagnare da un mondo ove la pace sia sicura e aperta, dobbiamo dichiarare e proclamare a ogni occasione che siamo pronti a qualsiasi limitazione della nostra sovranità; e ad un solo patto: quello che ho già detto; che gli altri paesi facciano come noi” (da “Cinque anni a Palazzo Chigi” pag. 15).
Sforza auspica che si crei “un’Europa abbastanza generosa e chiaroveggente da persuadere ognuno dei piccoli Stati che la compongono- anche la Germania, anche la Russia sono divenute piccole di fronte alla tecnica moderna- che ognuno, dico, di questi piccoli Stati d’Europa rinunzi ad una parte della propria sovranità, come un secolo e mezzo fa i nuovi Stati nord-americani abdicarono a parte della loro sovranità, come due generazioni dopo- l’ho già detto- fecero i cantoni svizzeri” (da “Come far l’Europa?” pag. 18).
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“La Società delle Nazioni, che il popolo italiano accolse nel 1919 con tante speranze, fallì perché fu una federazione di Stati sovrani, tutti padroni, in pratica, di dichiarare guerra” (da “Come far l’Europa?” pag. 15).
15
“La Svizzera è oggi un’oasi di buon senso e di civica dignità in Europa. Ma non crediate che fu sempre così. I cantoni si odiarono e si combatterono fra loro tal quale come poterono odiarsi Genova e Pisa; la pace fra i cantoni non venne che quando fu instaurato un potere sovrano a Berna, arbitro dell’esercito, pur lasciando intatte tutte le altre sovrane libertà dei cantoni, ognun dei quali- esercito e anche dogane a parte- continua a essere una vera e propria piccola repubblica sovrana” (da “Come far l’Europa?” pag. 15-16).
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“La vera differenza fondamentale, la vera ragione di ricchezza dell’America risiede nella sua organizzazione politica ed economica. L’Europa ha 450 milioni di anime divise fra 33 Stati indipendenti. Gli Stati Uniti han 110 milioni ripartiti su un territorio di 9 milioni di km2 (la superficie dell’Europa; e due volte quella dell’Europa senza la Russia).
Qual è dunque il vantaggio di questo territorio che non è, lo ripeto, troppo differente dall’Europa? Solo questo: che non è diviso da frontiere.
Conclusione: il genio americano non si rivela con Ford o Wall Street: esso non appare nella sua forza vitale che nella propria costituzione politica che ha saputo sì ben dosare decentramento e unità” (da “Stati Uniti d’Europa” pag. 14).
17
“Pare al Governo Italiano che presto si dovrà riconoscere che la via più sicura e più storicamente evidente è quella che porrà la definitiva iniziativa dell’unione europea nelle mani dei sedici Stati che ora collaborano all’OECE sul piano economico per la ricostruzione europea” (da “Cinque anni a Palazzo Chigi” pag.71-72).
18
“Pare al Governo Italiano che la dichiarazione di volontà concorde da parte dei sedici Paesi dell’OECE di voler promuovere una federazione europea – dichiarazione aperta a successive adesioni – dovrebbe essere seguita da altre dichiarazioni concernenti:
- la decisione di dare carattere permanente all’OECE facendone così l’organismo di permanente cooperazione fra le varie economie dei Paesi aderenti, anche indipendentemente dagli aiuti Marshall, allargandone l’attività nel campo delle unioni doganali e di altre iniziative economiche;
- la decisione di dar rapida vita a forme attive di collaborazioni sociali, demografiche, culturali che in parte furono già utilmente previste nel Patto di Bruxelles;
- la decisione di creare un Comitato politico composto di rappresentanti dei Paesi aderenti all’unione europea, per l’esame in comune delle questioni politiche internazionali e per la possibile adesione su tali questioni di punti di vista comuni rispondenti agli interessi generali della comunità europea;
- la decisione di creare una Corte di giustizia europea cui sottoporre tutte quelle questioni che dovessero essere risolte per via di diretti contatti fra le Cancellerie”
(da “Cinque anni a Palazzo Chigi” pag. 72-73).
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PUNTI ESSENZIALI:
obiettivi e principi generali:
- scopo finale: fusione delle forze armate per la difesa dell’Europa e della pace attraverso un’integrazione completa sotto un’unica autorità europea;
- la Comunità Europea della Difesa è vista come tappa della formazione di un’Europa unita;
- le forze europee dovrebbero dipendere e avere stretti rapporti con il Comando Supremo Atlantico.
- creare quattro organi: Autorità Europea, Consiglio dei Ministri, Assemblea, Corte di Giustizia;
- avere piena personalità giuridica anche nei rapporti internazionali;
- l’Autorità Europea dovrebbe essere costituita da un Commissario unico.
Il Commissario, unico o collegiale, dovrebbe essere nominato in accordo fra i Governi e avrebbe poteri e funzioni simili a quelli di un Ministro della Difesa: controllare reclutamento, preparazione, organizzazione generale, addestramento, distribuzione territoriale delle forze, programmi di produzione, nominerebbe gradi e funzioni e avrebbe funzioni giudiziarie e disciplinari, preparerebbe i bilanci, ordinerebbe le spese inviando rapporti, ecc.
il Consiglio dei Ministri sarebbe composto dai rappresentanti di tutti i Governi, competente per una modifica dello Statuto, farebbe raccomandazioni.
Da stabilire la ponderazione dei voti e dove occorra l’unanimità e dove sia sufficiente la maggioranza dei 2/3.
Assemblea composta dai delegati del Trattato per il carbone e l’acciaio con poteri consultivi e a volte deliberativi.
Corte corrisponde a quella del Trattato per il carbone e l’acciaio.
Questioni militari:
- Servizi integrati dovrebbero occuparsi del comando, dell’approvvigionamento, delle riserve generali, dell’appoggio territoriale e delle unità.
- Previsti per il 1953 600-700 mila uomini, 50-80 apparecchi per le forze aeree, urgenza di unificare le dottrine e i metodi della scuola militare.
Questioni finanziarie:
- Integrazione porterà ad un aumento delle spese militari (soldo delle truppe, stipendi degli ufficiali).
- Equa ripartizione dell’onere relativo.
(riassunto da “Cinque anni a Palazzo Chigi”, 1952)
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