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     I Padri Fondatori | Konrad Adenauer | Il futuro dell’europa

Il futuro dell’europa

INDICE
ALLARGAMENTO DELL’UNIONE EUROPEA
POLITICA E ISTITUZIONI
ECONOMIA
RICERCA SCIENTIFICA
RUOLO INTERNAZIONALE DELL’UE

 

“Giorno verrà in cui [...] voi tutte, nazioni del continente, senza perdere le vostre qualità peculiari e la vostra gloriosa individualità, vi fonderete strettamente in una unità superiore e costituirete la fraternità europea […].
Giorno verrà in cui non vi saranno altri campi di battaglia all’infuori dei mercati aperti al commercio e degli spiriti aperti alle idee.
Giorno verrà in cui i proiettili e le bombe saranno sostituiti dai voti”.

Victor Hugo

 

ALLARGAMENTO DELL'UNIONE EUROPEA

E’ compito della comunità secondo l’articolo 2 del trattato di Roma “ promuovere […] uno sviluppo armonioso delle attività economiche nell’insieme della Comunità, un’espansione continua ed equilibrata, una stabilità accresciuta, un miglioramento sempre più rapido del tenore di vita e più strette relazioni tra gli Stati che ad essa partecipano”.
Attualmente gli Stati che fanno parte dell’UE sono venticinque, dopo l’ingresso nel 2004 di dieci nuovi membri, la cui adesione è stata ratificata dal Trattato di Atene del 16 aprile 2003, nel quale la popolazione effettiva europea passò da 370  a 460 milioni di abitanti.
Nel documento della Commissione presentato nel 1992 a Lisbona si afferma che “ l’allargamento non deve essere a spese dell’approfondimento e non deve tradursi in un annacquamento dei risultati ottenuti dalla Comunità”.
Secondo Prodi questo ulteriore ingrandimento porterà anche a dei problemi sia economici che politici; prima di tutto dal punto di vista economico perchè l’Europa allargata non sarà così uniforme e saranno quindi necessarie nuove politiche più costose ed efficaci per mantenere la coesione sociale.
Sul piano politico perché non si possono governare 25 paesi con il diritto di veto, infatti nessuna decisione sarà presa all’unanimità.
Gli altri paesi (Bulgaria, Croazia, Romania) sono candidati a far parte di questa unione e l’adesione effettiva è prevista per il 2007, mentre numerosi altri Stati hanno fatto richiesta che è tuttora al vaglio della Commissione, questi paesi sono:

  • Turchia
  • Albania
  • Bosnia e Herzegovina
  • Macedonia
  • Moldova
  • Serbia e Montenegro

 LA TURCHIA IN EUROPA
L’allargamento dell’Unione Europea è ultimamente argomento molto dibattuto  in considerazione del fatto che l’espansione dell’Unione comporterebbe mutamenti geopolitici tali da sconvolgere gli attuali, delicati equilibri.
Molti paesi hanno fatto domanda di ingresso nell’Unione, alcuni appartenenti all’ex blocco comunista altri alla ex federazione Jugoslava; in questa lista d’attesa notiamo però un' anomalia al tempo stesso inquietante e pericolosa: anche la Repubblica Turca ha richiesto l'ingresso nell’Unione e, a quanto pare, non sono pochi i sostenitori di questa candidatura. Per capire meglio la situazione bisogna però porsi due domande precise:

  • perché la Turchia vuole entrare in Europa?
  • la Turchia ha le caratteristiche necessarie al suo ingresso ed alla sua permanenza nella comunità?

La prima domanda richiede una rapida digressione poiché, in primo luogo, non si può certo sorvolare sull’alleanza di ferro che lega il paese asiatico agli U.S.A. e sul fatto che, vista anche la sua strategica posizione geografica, rappresenta un prezioso alleato anche per la N.A.T.O. Gli Stati Uniti infatti hanno ripetutamente dimostrato quanto sia per loro importante la collaborazione di Ankara per il mantenimento e l’espansione della loro influenza in Medio Oriente. Washington perciò è attualmente il maggior promotore per l’ingresso della Turchia in Europa in quanto ciò gli conferirebbe notevole voce in capitolo nelle questioni interne comunitarie e gli garantirebbe il possesso di un cuneo di penetrazione nel bel mezzo di un'area fondamentale per il controllo degli equilibri geopolitici mondiali.
Dando invece un rapido sguardo alle presunta europeicità della Turchia scopriamo subito che le caratteristiche sociali, economiche e politiche sono ben diverse da quelle comuni a tutti gli stati che aspirano all’ingresso nell’Unione. I diritti civili, politici e religiosi sono quotidianamente calpestati da un regime e da una società sempre in bilico tra dittatura militare ed integralismo islamico che in questo secolo, ma anche in quello precedente, ha fatto dell’uso sistematico del terrore: l’unico metodo per mantenere saldamente il potere.
Anche considerando gli aspetti sociali e religiosi osserviamo che l’abisso tra Turchia ed Europa è incolmabile e che le possibilità di incontro tra le due realtà sono assai limitate. La dimostrazione l’abbiamo in Germania dove la cospicua minoranza turca immigrata negli ultimi decenni è ancora notevolmente poco integrata e spesso causa di tensioni sociali. Dobbiamo tenere conto che l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea porterebbe ad uno stravolgimento degli equilibri demografico-religiosi interni quali solo ottanta milioni di cittadini musulmani potrebbe creare, arrivando al paradosso che, nella Comunità Europea, tradizionalmente cristiana, la nazione più popolosa sarebbe l’unica musulmana ed extraeuropea.  Sintetizzando e tralasciando ogni aspetto di carattere economico, riguardo ai quali le pregiudiziali restano notevoli, i grandi scogli che si oppongono all’ingresso turco nell’unione sono almeno tre (oltre ai problemi politico - religiosi accennati sopra):

  • Il genocidio armeno non ancora riconosciuto come crimine da parte del Governo turco
  • Il ritiro delle truppe turche dall’isola di Cipro
  • Il rispetto delle minoranze interne, specialmente di quella Curda

 

Inutile negare che questi temi dovranno essere trattati singolarmente e con molta accuratezza dalla Commissione, bisognerà porre dei limiti severi a questo Stato che in futuro potrà certamente rivelarsi utile alleato sul piano macropolitico, ma solo se l’alleanza verrà guidata attraverso un processo di democratizzazione ed europeizzazione della Turchia stessa.

ACCESSO ALL’UE

L’iter burocratico per accedere a pieno titolo all’UE dovrà essere sempre maggiormente restrittivo e severo, questo per evitare un allargamento troppo agevole e frettoloso da parte dei nuovi Stati che hanno chiesto l’ingresso in Europa con la Joint Declaration.
Basti pensare che Paesi fondatori come la Francia e l’Italia hanno rispettivamente 125 e 149 procedure
di infrazioni aperte, e anche dal punto di vista delle direttive non recepite il numero di queste è elevato in molti dei primi Stati originari.



 

POLITICA E ISTITUZIONI

Secondo De Gasperi l’Europa avrebbe dovuto avere un governo federale con una Commissione centrale con poteri esecutivi e legislativi. Finora questo risultato non è stato raggiunto e l’UE rischia di diventare ingovernabile, poiché la forte entità nazionale di alcuni Stati (Francia e Germania) rischia di compromettere la coesione e l’uguaglianza tra gli Stati membri.
Sarà questo il problema dominante che bisognerà risolvere nei prossimi anni se si vorrà raggiungere un’unità solida e duratura con l’annessione di altri Stati con una realtà politica ed economica meno consistente.

LA COSTITUZIONE

Filadelfio Basile definisce la Comunità Europea “uno Stato federale in cantiere”, è inutile voler trovare altre soluzioni governative, uno Stato federale unico è la sola prospettiva reale che abbiamo di fronte.
Questo è fulcro centrale sul quale lavorare per riuscire ad esercitare un potere forte e diffuso su tutto il territorio europeo e di conseguenza riuscire a raggiungere un buon grado di competitività con gli U.S.A.
Da questa premessa deriva la necessità di avere una Costituzione Europea capace di inglobare la somma degli interessi dell’Europa e da lì in grado di partire realmente a riformare il sistema economico destabilizzato che si è andato a creare nell’ultimo periodo.



ECONOMIA

L’allargamento porterà sicuramente a un vasto cambiamento del mercato, offrirà infatti l’opportunità di abbattere tutte le frontiere ancora presenti e addirittura di vivere e lavorare in uno qualsiasi dei Paesi membri dell’Unione Europea (ovvero uno dei diritti fondamentali previsti e garantiti dalla legislazione della UE ). La possibilità sottintende una crescente immigrazione da parte degli Stati con un tasso di disoccupazione molto alto verso gli Stati europei con un’economia forte alla continua ricerca di manodopera a basso costo. Il mercato sarà quindi allargato a un maggior numero di utenti (circa 500 milioni), superando il mercato complessivo di Giappone e USA.
Una delle decisioni più altruiste da parte dell’Unione Europea è stato il programma Phare con il quale  assegnarono più di 4.2 miliardi di ECU nel 1998 ai dieci paesi entrati in seguito nel 2004.
Il grado di coesione economica raggiunto sinora non è sufficiente a garantire stabilità al mercato europeo su vasta scala, specialmente se rapportato a forti entità economiche quali gli Stati Uniti e l’emergente Cina.



RICERCA SCIENTIFICA

William Shea, in un articolo pubblicato sul sito dell’Unione Europea, a proposito della situazione nel campo della ricerca scientifica in Europa viene ad affermare che “la ricerca in Europa sta perdendo nella gara contro gli Stati Uniti”.
A titolo d’esempio negli ultimi quindici anni i premi Nobel attribuiti a scienziati europei sono solo 23 su 101, mentre gli scienziati operanti negli U.S.A. sono stati 68.
Una ragione di questa differenza è la quantità di fondi investiti per la ricerca, nel 2002 la percentuale del PIL adibito per spese in questo campo sono state del 2.69% negli Stati Uniti e solo dell’1.93% in Europa. Ed ecco che Shea nelle sue conclusioni tocca un problema tra i più scomodi per quanto riguarda l’UE affermando: “i nostri svantaggi sono legati alla storia dell’Europa. Se gli Stati Uniti possono agire come un unico stato federale, l’Unione Europa non ha la stessa compattezza […] il che rende difficile la concertazione e l’elaborazione di una politica comune”.
Nelle Conclusioni Della Presidenza del Consiglio europeo di Lisbona del marzo 2000 un obiettivo strategico per il nuovo decennio era un’Unione Europea “basata sulla conoscenza”, e si concordava lo sviluppo di un programma definito ambizioso dalla Presidenza stessa “al fine di creare le infrastrutture del sapere”, sottolineando l’importanza della ricerca scientifica e di “definire uno spazio europeo della ricerca e dell’innovazione”.
Siamo nel 2006 ormai inoltrato, più di mezzo decennio è passato e di questi buoni propositi cosa è stato realizzato?
Poco o nulla. Le sovvenzioni più onerose vengono ancora concesse al settore agricolo come nei primi anni della CEE, sembra che i politici europei non vogliano accorgersi che l’economia è in continua evoluzione oppure il crescente conflitto di interessi si sta intensificando a tal punto da rendere impossibile un governo, se non forte, almeno coerente.
Lo stesso Jean Monet scrisse nella sua Autobiografia che se dovesse ricominciare il suo lavoro di riavvicinamento dei popoli europei non partirebbe dal carbone e dal petrolio, bensì dalla scienza e dalla tecnologia. Forse qualcuno dovrebbe prendere questo come un consiglio e riuscire a capire veramente cosa significa “fare Europa”.



RUOLO INTERNAZIONALE DELL'UE

L’unione europea per il suo peso economico commerciale e finanziario destinati ad aumentare, è uno dei protagonisti della scena internazionale, ha infatti concluso una serie di accordi bilaterali e multilaterali con la maggior parte dei Paesi. Le relazioni con i suoi partner ora vanno oltre gli interessi commerciali, sono infatti estesi ai campi finanziario, ambientale e politico.
Ma non è sempre stato così; storicamente il ruolo esterno dell’unione europea è stato limitato principalmente al commercio internazionale e alle relazioni con le ex colonie degli Stati membri (paesi ACP: Africa, Carabi, Pacifico).
Nel dicembre del 1992 nacque la WTO (World Trade Organization) che liberalizzava considerevolmente il commercio internazionale, e che è stato anche sede di dispute commerciali di alto livello tra l’UE e gli Stati Uniti D’America: in conclusione l’istituzione del WTO ha fortemente innalzato il profilo dell’UE sulla scena internazionale.
In passato l’UE ebbe un ruolo internazionale importante anche nello stanziamento di aiuti per la realizzazione di politiche costruttive per dar vita ad istituzioni democratiche e migliorare il rispetto dei diritti umani (eroga mensilmente oltre 500 milioni di euro per progetti di assistenza) negli Stati con difficili situazioni politiche.
Il crescente commercio con Asia e Cina ha portato all’istituzione di vertici UE - Cina con scadenza annuale che potrà portare a migliorare i rapporti tra le due potenze in maniera costruttiva e dinamica.
Altro problema importante è quello dei rapporti con i paesi Nordafricani che si sta inasprendo negli ultimi anni a causa della forte immigrazione clandestina. Per risolverlo l’UE nel novembre 1995 ha indetto il processo di Barcellona tra 12 Stati Mediterranei e Medio orientali. Questo processo è stato definito da Romano Prodi come “una storica opportunità con dimensioni economiche, politiche e morali che l’Unione Europea non può lasciarsi scappare”.
L’importanza di questo processo è dovuta anche alle nuove possibilità di controllo dell’Unione su questi Paesi, in particolare sui problemi demografici e sul fondamentalismo islamico, per evitarne una degenerazione incontrollata.

 LA POLITICA DI DIFESA

Con il Consiglio europeo di Helsinki nel dicembre 1999 si è istituita la Forza Europea di Reazione Rapida di circa 60.000 truppe supportata da una flotta di 100 navi e di 400 aerei da combattimento.
L’istituzione di questa forza europea è stata accelerata dalla pessima prestazione europea durante la guerra del Kosovo nella primavera del ’99. Gli Stati Europei, nonostante le loro spese militari fossero i due terzi di quelle americane, ebbero a disposizione una potenza di fuoco solo nella misura di un decimo rapportata a quella americana; questa “figuraccia” internazionale spinse anche i politici più scettici come Blair e Chirac a sostenere “ una capacità europea di azione indipendente sostenuta da credibili forze militari” ( Dichiarazione di Saint-Malo, 3 dicembre 1998).
Tuttavia, se l’UE vuole sviluppare una credibile capacità militare, dovrà prima trovare risposta a quattro problemi.

  • spendere di più per la difesa e in maniera più razionale incrementando le capacità tecnologiche delle truppe
  • convincere una parte della popolazione a pagare le tasse per la difesa, compito difficile in Paesi antimilitaristi (Germania, Italia e Olanda)
  • mettere in atto procedure decisionali relative alla politica estera, in modo da garantire un rapido ed efficace uso delle forze militari
  • chiarire i rapporti con USA, in quanto la NATO, controllata dagli Americani, è stata il fulcro della politica estera europea sin dal 1950

L’idea predominante in Europa consisteva nel pensare l’esercito come qualcosa di necessario, in quanto “l’unione europea deve esercitare le responsabilità di una potenza mondiale”.
Il Consiglio Europeo di Lisbona ha accolto favorevolmente la relazione preliminare della Presidenza sul rafforzamento della politica europea comune in materia di sicurezza e di difesa”, inoltre nel documento conclusivo il Consiglio auspica ad un “approfondimento delle relazioni dell’UE con la NATO”, ma questo indica che l’Europa deve mettere a disposizione della NATO il proprio contingente militare?
Ciò significa che dovremmo creare e finanziare un esercito che verrà poi comandato dagli U.S.A.?
Nulla di preciso è stato scritto a proposito di cosa si intenda per “approfondimento delle relazioni”, comunque queste domande sono più che legittime potendo interpretare liberamente l’articolo 44 del documento di Lisbona.


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