|

| Forme di cooperazione |
A molti individui o popoli può accadere di ritenere più o meno consapevolmente che ogni straniero è nemico. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come un’infezione latente. Si manifesta solamente in atti saltuari e incoordinati e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora al termine della catena sta il Lager. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo (P. Levi, Se questo è un uomo).
Erano passati appena cinque anni dalla fine delle ostilità e dalla tragedia dell’Olocausto: ci voleva davvero molta audacia per formulare un progetto politico e morale il cui principio ispiratore fosse proprio il superamento delle sovranità nazionali quale garanzia di prosperità e pace duratura.
Negli anni immediatamente precedenti alla proposta Schuman si erano già manifestate forme di cooperazione fra paesi europei, in particolare l’OECE ( Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica), fondata nell’Aprile 1948, in stretto collegamento col Piano Marshall, un articolato programma di aiuti economici, promosso dagli Stati Uniti per accelerare la ricostruzione e il risanamento dell’Europa. Esso inaugurava, agli occhi di Monnet, “un nuovo tipo di relazioni internazionali: aiutare gli altri ad aiutarsi da sé”. Ma se per la prima volta la responsabilità dell’impegno veniva condivisa, il Piano Marshall- osservava Monnet- contribuiva contestualmente a scavare al centro dell’Europa una profonda frattura a causa del rifiuto dell’URSS, e degli stati satelliti, ad aderire a un programma ritenuto contrario alla sovranità delle nazioni. D’altro canto Monnet andava constatando la debolezza intrinseca nello stesso OECE, un organismo che non prevedeva alcuna delega di sovranità e che egli giudicava quindi “tutto l’opposto dello spirito comunitario”.
Proprio a quell’epoca toccai con mano i limiti delle capacità nazionali. I francesi non potevano essere moderni e grandi da soli, accanto a vicini o di fronte a concorrenti europei che anch’essi avrebbero scoperto quanto fosse limitato il loro mercato e quanto limitative le frontiere (ibidem, pag. 206).
Benché il tentativo monettiano di creare un primo nucleo comunitario, attorno al quale organizzare l’Europa, incontrasse in quel momento la ferma opposizione della Gran Bretagna, poco incline a cedere una parte della sua sovranità, Monnet non si perse d’animo e cercò altrove alleati disponibili ad accogliere la sua proposta; li trovò in Adenauer , Cancelliere della neo-nata Repubblica Federale Tedesca e nello stesso Schuman. Alsaziano il primo, lorenese il secondo, erano entrambi uomini di frontiera, accomunati da un senso di cittadinanza non limitato ai ristretti confini nazionali. Ciò li rendeva particolarmente sensibili alle istanze di pacificazione tra i loro popoli, che in quell’inverno 1949-50 erano nuovamente compromesse dalla questione della Ruhr e della Saar. Monnet, che aveva sviluppato negli anni una non comune capacità di instaurare rapporti solidi e familiari con potenti statisti, si accorgeva che, pur entrando rapidamente in sintonia con le sue idee e prospettive di pace,
...questi uomini agivano nella logica delle loro funzioni. I governanti hanno l’incarico di difendere un certo modo di intendere l’interesse nazionale…per quanto lungimiranti riesce loro difficile cambiare le cose esistenti, che essi hanno la responsabilità di amministrare. Nel loro intimo possono desiderarlo, ma devono renderne conto al loro Parlamento e all’opinione pubblica e sono trattenuti dai servizi alle loro dipendenze che vogliono mantenere tutto com’è. Sapevo per esperienza che il cambiamento non può venire che dal di fuori, quando vi si è costretti dalla necessità, che non è fatalmente la violenza…Gli uomini politici non sempre hanno la voglia di immaginare, sono aperti alle iniziative creatrici e colui che sa presentarle bene ha buone probabilità di essere ascoltato (ibidem, pag. 214).
Diversamente da Schuman e Adenauer, Monnet non rivestiva cariche di governo, e da sempre preferiva agire nell’ombra e con discrezione. Si convinse che spettava proprio alla Francia avanzare quella iniziativa creatrice degna di essere ascoltata. Essa avrebbe dovuto convergere su un punto limitato, ma decisivo, finalizzato a porre “ le radici di un interesse comune ai due paesi”: la nascita della futura CECA.
Proporre di mettere sotto una sovranità comune il carbone e l’acciaio di parecchi paesi era solo un’ idea. Bisognava arrivare al modo d’agire, e per questo non potevo richiamarmi alla mia esperienza, se non per scartare i sistemi di cui avevo già potuto misurare l’inefficacia, e cioè gli organismi internazionali di cooperazione, impossibilitati a decidere (ibidem, pag. 221).
Proprio perché la storia non offriva alcun modello di riferimento, la CECA, e la sua struttura istituzionale, si profilava come una novità assoluta nel panorama del diritto internazionale: per la prima volta alcuni poteri nazionali venivano trasferiti dai singoli stati a una Istituzione comunitaria presieduta da un’Alta Autorità, indipendente dai governi aderenti e dotata di ampi poteri decisionali. Era altresì la prima affermazione giuridica del principio di uguaglianza tra Francia e Germania, condizione imprescindibile per costruire l’unità necessaria alla pace. Monnet voleva in ogni modo evitare che si riproponessero i limiti che egli aveva personalmente sperimentato nella Società delle Nazioni, di cui era stato Segretario fino al 1923.
Il veto è la causa profonda e assieme il simbolo dell’impossibilità di superare gli egoismi nazionali. Ma esso è soltanto l’espressione di blocchi più profondi e spesso inconfessati… Il vizio era insito nel Trattato di Versailles, fondato sulla discriminazione. Ho capito che l’uguaglianza è assolutamente essenziale nei rapporti tra i popoli come tra gli uomini. Una pace nata sull’inuguaglianza non poteva dare niente di buono (ibidem, pag. 72).
Monnet, che già aveva riflettuto a lungo su questo tema nell’estate 1943 ad Algeri, dove era stato mandato da Roosevelt per vigilare sul processo di riavvicinamento tra i francesi d’Africa e la Francia combattente, si convinse definitivamente che l’Europa avrebbe dovuto organizzarsi su base federale perchè solo una federazione di stati sarebbe stata garante di pace e di stabilità. Idee analoghe erano state espresse nel Manifesto Federalista di Ventotene dell’agosto 1941, nel quale, mentre le sorti della guerra sembravano tragicamente propendere a favore delle forze dell’Asse, Altiero Spinelli, insieme ad altri intellettuali, immaginava per l’Europa un futuro di democrazia e di unità. A partire dal 1951, Spinelli e Monnet avrebbero avuto occasioni per incontrarsi, conoscersi e confrontare i rispettivi punti di vista. L’idea federale non era nuova nella storia del pensiero europeo; ad essa aveva offerto un contributo fondamentale, verso la fine del ‘700, il filosofo Immanuel Kant.
Non si può avere la pace senza una federazione di popoli, nella quale ogni Stato, anche il più piccolo, possa sperare la propria sicurezza e la tutela dei propri diritti non dalla propria forza o dalle proprie valutazione giuridiche, ma solo da questa grande federazione di popoli, da una forza collettiva e dalla deliberazione secondo leggi della volontà comune (Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, 1784).
Al modello federale si ispirò la struttura del quadro istituzionale della CECA, che avrebbe preso forma nella conferenza di Parigi del 20 giugno 1950, convocata proprio per elaborare un trattato che sviluppasse sotto il profilo giuridico la proposta del 9 maggio: Alta Autorità, Consiglio dei Ministri, Assemblea Parlamentare e Corte di Giustizia. Questa configurazione costituì il precedente da cui si trarranno a lungo modelli istituzionali per mettere in comune risorse ed unificare i popoli. Dopo meno di un anno, il 18 aprile 1951, sei paesi avrebbero firmato, sempre a Parigi, il Trattato istitutivo della CECA: Francia, Germania, Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo. Nel giugno 1950 la guerra in Corea, esasperando nell’ambito della Guerra Fredda i contrasti fra Est e Ovest, aveva infatti convinto all’adesione anche i meno entusiasti fautori dell’Europa.
torna su |
|