Alle elezioni del 1948 la percentuale di votanti fu alta (92,2%), mentre bassa fu la dispersione dei voti. Ad ottenere seggi furono, infatti, solo 10 delle 114 liste presenti. Il vincitore indiscusso della contesa elettorale fu, senza dubbio, la Democrazia Cristiana che ottenne il 48,5% di voti alla camera conquistando 305 seggi e il 48,1% di suffragi al Senato eleggendo 131 rappresentanti. Buona fu anche la prova delle forze laiche. Al di là delle interpretazioni di parte, la vittoria del 1948 fu importante per il sistema politico sotto vari aspetti. Prima di tutto dimostrò che i comunisti avevano un vasto seguito elettorale, ma che non erano in grado di conquistare la maggioranza dei voti. In secondo luogo, le elezioni misero in luce che la classe dirigente prefascista era ormai fuori gioco e che l’asse del nuovo sistema politico era la Democrazia Cristiana.
Il periodo che arriva fino al 1958 coincise con la ricostruzione economica (vedi Galleria multimediale: cartella RICOSTRUZIONE), un processo che si avviò anche grazie ai massicci aiuti americani, decisi nel 1948 (il cosiddetto Piano Marshall), e che erano funzionali al disegno americano di garantire la permanenza di un governo amico e di tenere all’opposizione i comunisti.
Per quanto riguarda le modalità di evoluzione dell’economia del secondo dopoguerra, Pietro Scoppola ha ripreso una tipologia elaborata da Giovanni Aliberti per individuare le ipotesi di sviluppo che si sono confrontate nel dopoguerra. La prima è quella attribuita ad Angelo Costa, Presidente della Confindustria, un’ipotesi liberista che vedeva nella riduzione dei controlli statali l’elemento centrale, e che privilegiava il risparmio e gli investimenti sul consumo puntando a una dinamica salariale contenuta.
La seconda, identificata con la figura di Di Vittorio, assegnava un ruolo più forte allo Stato auspicando la nazionalizzazione del settore chimico, la riforma agraria e un sostegno al settore edile, ma coniugando questa impostazione con un’etica del lavoro e del sacrificio che aveva qualche punto di contatto con quella di Costa. Infine esisteva una terza via suggerita dal democristiano Vanoni autore di un famoso piano di sviluppo economico che nel quadro di un’economia basata sull’iniziativa privata riteneva necessari interventi correttivi da parte dello stato secondo un’ottica di sapore vagamente roosveltiano.
La linea seguita dai governi democristiani non fu propriamente l’applicazione della linea Vanoni, ma una politica economica che recepiva elementi di tipo liberista unendoli con una forte presenza di intervento pubblico nel campo industriale, che, negli anni cinquanta si consolidò il sistema delle imprese pubbliche.
Un discorso a parte merita l’intervento pubblico nel mezzogiorno che si concretizzò con la costituzione della Cassa per il Mezzogiorno nel 1950. Gli effetti sul sistema politico furono però negativi per la crescente dipendenza che il sistema economico meridionale aveva dal potere politico, cioè da chi erogava i fondi.
L’intervento pubblico in Italia fin dall’inizio ha quindi dovuto fare i conti con un’eccessiva contaminazione tra sfera del management e sfera dalla politica con il risultato di sottrarre la logica della politica industriale a considerazioni di redditività economica sostituendole con quelle della redditività politica, vale a dire con l’acquisizione e il consolidamento del consenso elettorale.
Per rafforzare la stabilità della maggioranza De Gasperi tentò la strada della riforma elettorale. (vedi Galleria multimediale: cartella Riforma elettorale) La legge, denominata “legge truffa” dalle opposizioni prevedeva un premio di maggioranza per la coalizione che avesse raccolto la metà più uno dei voti. L’obiettivo degasperiano era quello di rafforzare il governo per poterlo guidare al riparo da trappole parlamentari secondo un’ottica tardo-ottocentesca sottraendosi anche ai ricatti della destra clericale. La sinistra accusò la legge di anticostituzionalità conducendo una dura opposizione in parlamento per evitarne l’approvazione. L’accusa si inseriva in una polemica di carattere più generale che la sinistra avanzava da qualche tempo e su cui puntavano particolarmente i comunisti e che accusava i partiti di governo di non volere attuare la Costituzione.
L’esito elettorale fece fallire il disegno degasperiano. Per un pugno di voti infatti non scattò il premio di maggioranza. Inoltre la DC perse circa due milioni di voti, in gran parte sul suo versante destro, mentre i partiti della coalizione avevano ottenuto discreti risultati, pur restando in grado solo di esercitare pressione sul partito di maggioranza. La crescita delle destre consentiva peraltro alla DC di giocare di sponda con queste forze, soprattutto con i monarchici sottraendosi al ricatto che poteva derivare dai propri alleati. I risultati del ’53 furono una sconfitta soprattutto per De Gasperi. L’influenza dello statista democristiano sul parlamento e sul partito era in declino. Alla sua destra il "partito romano" lanciò una campagna critica rivolta contro ogni prospettiva di apertura a sinistra, mentre stavano nascendo le prime correnti organizzate della DC. I dossettiani della seconda generazione avevano dato vita ad una corrente che si definiva “Iniziativa democratica”, esisteva un destra organizzata nata al tempo dei dibattiti sulla riforma agraria che la stampa definiva come i “vespisti”. In seguito sarebbero nate altre correnti e, nel 1959, si sarebbe consolidata la grande corrente di centro dei dorotei, che avrebbe controllato il partito per molto tempo.
Nel luglio 1953 il leader trentino varò un governo che cadde dopo pochi giorni lasciando il posto a un governo Pella che fu definito “governo d’affari” per sottolinearne il carattere transitorio. Ma l’azione di Pella fu deludente, soprattutto sul versante dei rapporti internazionali. A raccogliere la successione di De Gasperi non restava però nessuno, a parte Attilio Piccioni che fu travolto dallo scandalo Montesi. Nel partito emerse quindi la figura di Amintore Fanfani, un personaggio di provenienza dossettiana. Un suo primo tentativo di formare il governo fallì lasciando il campo a Scelba che costruì un governo centrista basato sulla pregiudiziale anticomunista che si tradusse in provvedimenti concreti di discriminazione nei confronti degli appartenenti alla sinistra. Al congresso di Napoli della DC nel giugno 1954 gli uomini della “seconda generazione” presero le redini del partito eleggendo Amintore Fanfani alla carica di segretario. All’interno della destra democristiana stava declinando il peso del "partito romano" anche negli stessi ambienti vaticani; mentre a sinistra il Partito socialista aprì un dialogo con i cattolici in occasione del suo XXXI congresso nel 1955. Era solo l’inizio di un dialogo non facile sia per l’ostilità vaticana, sia per il persistere di remore socialiste, accentuate dalla diffidenza generazionale che divideva Nenni e Fanfani. (vedi Galleria multimediale: DC CONGRESSI 49-54)
Un nuovo elemento in questo quadro fu l’elezione a Presidente della Repubblica di Giovanni Gronchi un uomo della vecchia generazione con un passato di popolare e ben visto da tutte le opposizioni. Il 1956 fu un anno di svolta per le ripercussioni che ebbero eventi internazionali. Prima di tutto vi fu la destalinizzazione avviata dal XX congresso del PCUS che spinse i socialisti verso una maggiore autonomia e diede maggior spazio all’azione di Togliatti perché si ridusse il controllo sui partiti comunisti da parte di Mosca, senza ridurre il
consenso raccolto dal partito tra le masse.
Contemporaneamente nella DC si stava esaurendo il ruolo della segreteria Fanfani che aveva cercato di rassicurare a parole la destra avviando però una politica di rinnovamento.
La svolta del centrosinistra fu il risultato di un processo lento. A frenare questa svolta era da un lato il peso delle gerarchie vaticane conservatrici, i timori della destra democristiana e le difficoltà da parte socialista a definire una linea comune. Vi furono alcuni elementi che favorirono la svolta. Prima di tutto l’elezione al seggio pontificio di Augusto Roncalli, che assunse il nome di Giovani XXIII. Benché in un primo tempo la sua azione rimase molto cauta, è fuor di dubbio che la sua elezione nel medio periodo aiutò la marginalizzazione delle ali più ostili ad ogni dialogo con i socialisti in seno al Vaticano. Il secondo elemento da considerare non va troppo enfatizzato, ma certo ebbe un peso. Con l’elezione di Kennedy alla carica di Presidente degli Stati Uniti, si ridusse l’ostilità preconcetta a ogni apertura verso la sinistra che gli americani avevano più volte manifestato agli esponenti politici democristiani. Un terzo elemento che va tenuto presente è l’esigenza di avviare riforme nel paese, un’esigenza che era testimoniata dal persistere di agitazioni sociali e dall’asprezza che scioperi e proteste raggiungevano in quegli anni. L’elezione di Segni, un uomo della destra democristiana, alla Presidenza della Repubblica, avrebbe dovuto controbilanciare l’apertura a sinistra, ma in questa fase rappresentò un elemento di complicazione perché galvanizzò l’opposizione interna e affidò la funzione di garanzia in un momento politicamente assai delicato ad una personalità che non comprendeva le necessità di una svolta a sinistra.
L’esperimento di centrosinistra cominciò dunque con difficoltà. Nel marzo 1962 si insediò un governo guidato da Amintore Fanfani e sostenuto da repubblicani, democristiani e socialdemocratici con l’astensione socialista, un’astensione condizionata al varo di tre grandi riforme: la nazionalizzazione dell’industria elettrica, l’introduzione della scuola media unificata e l‘istituzione delle regioni. Superato lo scoglio dell’elezione del Presidente della Repubblica che vide Segni contrapporsi a Saragat sostenuto dai repubblicani e dalla sinistra, il governo avviò non senza difficoltà la realizzazione delle riforme promesse. Fu varata la nazionalizzazione dell’industria elettrica con la nascita dell’Enel e avviata la riforma della scuola media. Ma alle elezioni svoltesi nell’aprile 1963 la DC subì una flessione scendendo dal 42,2% al 38,3% dei voti, mentre gli oppositori principali del centrosinistra, i liberali, raddoppiarono i loro consensi ottenendo il 7% dei suffragi. A sinistra al lieve calo del PSI corrispose un sensibile incremento dei voti comunisti che superarono per la prima volta la soglia del 25%. Benché il risultato non fosse certo lusinghiero per i sostenitori del centrosinistra, questa formula era ormai un passaggio obbligato, ma le difficoltà interne al Partito socialista ne ritardarono l’ingresso. Mentre Giovanni Leone guidava un governo di transizione il XXV Congresso socialista approvò l’entrata nel governo e nel dicembre di quello stesso anno Aldo Moro divenne Presidente del Consiglio del primo governo a partecipazione socialista, con Nenni vicepresidente del Consiglio. (vedi Galleria multimediale: Aldo Moro)
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