La conclusione del periodo bellico e la ricostruzione del sistema politico (1943-1948)
Gli studi di Claudio Pavone hanno messo in luce come nell’ultima fase della seconda guerra mondiale si siano giocate in Italia più guerre: una guerra regolare tra eserciti, una guerra patriottica condotta da alcuni settori dell’esercito e di forze partigiane contro l’occupazione; una guerra di classe da parte di quelle formazioni politiche che vedevano nella lotta al fascismo un momento della lotta contro il dominio della borghesia, quantomeno della sua componente più reazionaria e infine una guerra civile tra italiani che si riconoscevano in bandiere diverse in larga misura in buona fede. Queste considerazioni non possono porre in ombra prima di tutto il fatto che la Repubblica di Salò esisteva solo in quanto era presente l’esercito tedesco, senza il quale difficilmente avrebbe potuto sopravvivere a lungo. La Repubblica Sociale Italiana non riuscì nemmeno a mettere in piedi un vero e proprio esercito e questo soprattutto perché l’alleato tedesco aveva bisogno di manodopera italiana. In secondo luogo la prospettiva di rivitalizzazione del partito era ormai una chimera perché troppo lungo era stato il processo di depotenziamento di questa struttura come cerniera tra Stato e società. In ultima analisi Salò in parte raccolse quanti erano troppo compromessi per sperare di trovare una via di salvezza, in parte fu lo sbocco per molti giovani che alla natura antiborghese e rivoluzionaria del fascismo avevano creduto. Alcuni di quei giovani partendo dalle medesime premesse avevano percorso un cammino che li aveva portati sull’altro fronte, quello antifascista, per la disillusione rispetto alla natura del fascismo, ma altri, spesso i più giovani, a quelle promesse continuavano a credere. Se è vero che tra gli avversari di Salò si trovavano persone che combattevano per motivazioni non sempre coincidenti negli obiettivi, è incontestabile che nei fatti i membri della resistenza proponessero un ritorno a valori democratici – sia pure con non poche riserve mentali sul significato da dare alla parola democratici - mentre gli altri - definiti dai partigiani "repubblichini" - auspicavano, sia pure in forma rinnovata, una prosecuzione della dittatura. (vedi Galleria multimediale: De Gasperi – discorsi, v cartella GUERRA)
Con la caduta del fascismo nel giugno 1945 si instaurò un governò di unità antifascista presieduto da Parri al cui interno erano rappresentati tutti i partiti che si erano opposti alla dittatura. Il PCI aveva lanciato nel ’44 l’idea del “partito nuovo”, un partito non più solo di quadri, ma di massa, contaminando così il modello bolscevico di partito con quello della tradizione socialista europea e nello stesso tempo veniva elaborando una strategia politica centrata intorno al concetto di democrazia progressiva, cioè di una democrazia fondata sull’alleanza delle forze sociali popolari e dei partiti democratici di ceto medio, un concetto che sarebbe stato formulato in forma esplicita più tardi ma concepito nei suoi tratti essenziali già in questa fase. L’azione del PCI fu caratterizzata però dalla necessità di condurre da un lato una politica nazionale, cercando - soprattutto nel primo periodo, ma anche in seguito - di presentarsi come il vero erede della tradizione democratico-risorgimentale italiana, e dall’altro di tenere fede al vincolo internazionale costituito dal legame con l‘URSS. Si trattava di un legame di non poco conto sia perché l’URSS era stato il punto di riferimento dei quadri comunisti per la propria formazione politica e per la prosecuzione della lotta antifascista, sia perché la base del partito identificava le sue speranze rivoluzionarie con il mito dell’URSS del socialismo realizzato. Perciò per Togliatti fu essenziale tenere insieme questi due elementi, tra loro non omogenei.
Tra il 1943 e il 1944 anche il mondo cattolico cominciò ad organizzarsi politicamente attraverso la confluenza di persone di diversa provenienza. Alcuni erano esponenti del vecchio partito popolare, altri erano cresciuti all’interno delle organizzazioni cattoliche, altri ancora provenivano dall’università cattolica. Le Idee ricostruttive della Democrazia Cristiana elaborate da De Gasperi nel luglio 1943 costituiscono il documento più significativo della cultura politica democristiana che fondeva spunti della tradizione liberal-democratica con la tradizione cattolico-sociale e con la rivendicazione del valore e della centralità della persona. Nel 1944 l’appoggio ricevuto dalle organizzazioni cattoliche consentirono alla DC un salto di qualità organizzativo nelle zone liberate. (vedi Galleria multimediale: archivi DC 9 file, cartella DC 43-44 + De Gasperi_Discorsi)
Il governo guidato da Parri, subentrato a Bonomi nel giugno 1945, fu coadiuvato da una consulta di 429 membri che comprendeva parlamentari del periodo prefascista e antifascisti. In tal modo venne ridotta la carica innovativa del nuovo esecutivo che doveva fare i conti con il passato monarchico.
L’allontanamento di Parri nel novembre 1945 derivò dalla sua volontà di estromettere i liberali rompendo l’unità antifascista e trovò, pertanto, il consenso anche dei partiti di sinistra che temevano che un tale criterio si sarebbe potuto rivolgere contro di loro. Salì così al governo Alcide De Gasperi, mentre man mano che ci si allontanava dalla fine della guerra, si indeboliva il principio dell’unità antifascista e cresceva invece il peso dei partiti. Non fu un caso che Togliatti preferisse uscire dalla compagine ministeriale per dedicarsi alla guida del partito. Accantonata la pregiudiziale antimonarchica durante la guerra, il problema della forma di Stato tornò alla ribalta dopo la fine del conflitto. L’idea di lasciare la decisione alla futura Costituente fu accantonata per il timore che affidare la scelta a un organismo rappresentativo potesse diminuire la legittimazione della forma di Stato. Le elezioni per la Costituente furono quindi associate al referendum istituzionale. Per la prima volta fu concesso il diritto di voto anche alle donne portando così a compimento il processo di allargamento del suffragio che si era messo il moto nell’Ottocento.
Per quanto riguarda la scelta della forma di Stato, la vittoria della Repubblica sulla monarchia non era affatto scontata. Se i partiti di sinistra erano decisamente repubblicani, la DC aveva al suo interno correnti monarchiche di non poco peso. Tuttavia De Gasperi fece alla fine prevalere la scelta repubblicana.
Lo scarto tra i voti raccolti dai partiti filomonarchici e quelli dei partiti repubblicani non si riscontra nell’esito del referendum che vide la Repubblica affermarsi per circa due milioni di voti (12.717.928 contro 10.769.284). Il risultato venne contestato per l’alto numero di schede non valide (quasi un milione e mezzo) che però non avrebbero potuto ribaltare il risultato, anche se fossero state riconosciute tutte valide e favorevoli alla monarchia, cosa che è praticamente impossibile. (vedi Galleria multimediale: cartella REPUBBLICA, 1 video da 900 it.)
Le elezioni avevano anche eletto i membri dell’Assemblea Costituente. (vedi Galleria multimediale: cartella Ass. Costituente) Questo organismo era stato introdotto dal decreto legislativo luogotenenziale 25 luglio 1944 n. 151 e veniva incontro sia alle richieste maturate all’interno della Resistenza (formalizzate al congresso di Bari dei CLN nel gennaio 1944) sia alle pressioni che gli Alleati avevano esercitato sulla casa regnante affinché si introducesse una netta cesura con il passato regime. I compiti dell’Assemblea erano stati però subito delimitati da De Gasperi che aveva rimesso al referendum la questione istituzionale e ridimensionato i poteri legislativi ordinari dell’assemblea con il decreto n. 998 del 16 marzo 1946.
All’interno dell’Assemblea, fu nominata un commissione di deputati per elaborare un progetto di Costituzione sotto la direzione di Meuccio Ruini. Il dibattito in seno a questo comitato fu molto approfondito e fece emergere i differenti punti di vista.
Dossetti chiedeva una carta «organica», un documento cioè che non si limitasse a fissare principi generali, ma desse anche un indirizzo politico. Altri come Lucifero volevano escludere ogni riferimento troppo preciso sugli orientamenti futuri del sistema politico, mentre Togliatti cercava di dare un ancoraggio storico-politico alla carta costituzionale e vedeva nell’antifascismo un possibile comune terreno d’incontro tra i partiti. Gli esponenti cattolici puntavano molto sulla riaffermazione dei valori cristiani come fondamento comune, non senza incontrare opposizione nei rappresentanti degli altri partiti. Si cercò di riunire l’accento sui valori della persona con il principio che lo Stato era al servizio di questa e nello stesso tempo di affermare il valore di solidarietà sociale, ma eliminando riferimenti troppo precisi alla dottrina cattolica. (vedi Galleria multimediale: vedi cartella COSTITUENTE DC)
Il parto dell’Assemblea, approvato alla fine del 1947 ed entrato in vigore il 1° gennaio 1948 (in sostituzione dello Statuto albertino), era una Costituzione rigida, vale a dire era sottoposta a complesse procedure per la sua revisione e prevedeva un apposito organo, la Corte Costituzionale per controllare la conformità delle leggi alla carta fondamentale.
Il 1947 rappresentò un anno cruciale per la vita politica italiana anche per un’altra fondamentale ragione. Infatti durante questo periodo maturò l’allontanamento dal governo delle sinistre voluto da De Gasperi. A determinare questa scelta furono vari fattori. Sul piano internazionale si registrò un peggioramento delle relazioni internazionali che pose le basi della guerra fredda con ripercussioni nella politica interna italiana. All’inizio del 1947 De Gasperi andò negli Stati Uniti in visita ufficiale. Secondo alcuni storici in quell’occasione il governo americano spinse De Gasperi a cacciare i partiti di sinistra dal governo, a questa interpretazione, diffusa in sede storiografica, è stato obiettato che non esistono prove certe di un’esplicita richiesta fatta al Presidente del Consiglio italiano. L’obiezione è certamente fondata ed è condivisibile l’intento di non volere instaurare un nesso troppo meccanico tra il viaggio e l’allontanamento delle sinistre sottovalutando le dinamiche interne italiane e gli obiettivi a cui mirava De Gasperi. È però plausibile che gli americani, durante il soggiorno di De Gasperi, avessero esercitato delle pressioni sul leader democristiano, in linea con la politica di contenimento dei movimenti comunisti che stavano perseguendo. (vedi Galleria multimediale: g.d. DE GASPERI MONDO)
La strategia degasperiana mirava, in sostanza, ad una soluzione centrista per porre certamente un argine all’avanzata delle sinistre, ma senza cedere alla tentazione di avviare derive verso destra come auspicato da alcuni settori del partito e del mondo cattolico. Era soprattutto il "partito romano", una lobby presente soprattutto nel mondo ecclesiastico e con una certa influenza sulla destra democristiana, a volere una soluzione di questo tipo.
A fianco della DC, l’8 febbraio 1948, nacquero, per opera di Luigi Gedda, i Comitati Civici legati all’Azione Cattolica che condussero un’intensa campagna anticomunista, mentre il partito, la cui sezione propaganda era passata sotto la guida di Giorgio Tupini, rese più aggressiva la sua campagna e migliorò la preparazione politica dei suoi attivisti attraverso corsi di formazione. (vedi Galleria multimediale: g.d. DC congressi 46-48)
Il tema dominante della campagna elettorale democristiana fu quindi la paura dinanzi alla catastrofe rappresentata dalla barbarie comunista e raffigurata nei manifesti con immagini apocalittiche, come quella ormai celebre dello scheletro con colbacco bolscevico armati di pugnali e sullo sfondo un’Europa grondante di sangue.
Il Fronte Popolare univa comunisti e socialisti, questi ultimi avevano nell’ottobre 1947 riassunto la vecchia denominazione PSI e assorbito alcuni esponenti del Partito d’Azione. La campagna elettorale del fronte, soprattutto quella comunista, ruotò intorno al tentativo di inserirsi nella tradizione nazionale e in questo senso, ad esempio, va interpretata la scelta del primo piano di Garibaldi come simbolo elettorale. Ma l’aspetto caratterizzante della campagna fu la sfiducia reciproca. (vedi Galleria multimediale: g.d. Elezioni amministrative a Roma 1947)
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