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     Il caso italiano. La Repubblica | Il fallimento del centrosinistra e l'onda lunga del '68 (1964-1975)

Il fallimento del centrosinistra e l'onda lunga del '68 (1964-1975)

Il centrosinistra era nato sorretto da una forte intento riformatore. Al convegno di San Pellegrino della Dc nel settembre 1961, Pasquale Saraceno aveva enunciato alcune prospettive di riforma e parallelamente la riflessione lombardiana nel Psi qualificava l’azione socialista di governo come riformatrice. Le prime fasi del centrosinistra avviarono in effetti alcune importanti riforme come la nazionalizzazione dell’industria elettrica. Ma il ritardo nell’attuazione delle riforme fu una caratteristica anche dell’esperienza del centrosinistra e non solo per effetto di una strategia consapevole finalizzata alla conservazione degli equilibri, ma anche per ragioni strutturali. Ad essa, fin dagli anni Sessanta si sommavano le inefficienze della pubblica amministrazione, in gran parte derivanti da un sistema burocratico che continuava a sfuggire al nodo della razionalizzazione gestionale, sovraccaricata da leggi e regolamenti.
Questo quadro va inserito in una società italiana in rapida trasformazione. (vedi Galleria multimediale: Industrializzazione) L’industrializzazione italiana aveva comportato un grande esodo di persone in cerca di lavoro dalle campagne verso le città e dal sud verso il nord, si calcola che oltre nove milioni di persone siano migrate nel periodo che va dal 1955 al 1971. Si trattava di migrazioni interregionali permanenti dirette principalmente verso le metropoli del triangolo industriale, ma anche verso le aree urbane industriali minori del nord. Continuavano anche le migrazioni verso i paesi europei, come Germania e Svizzera. Nella grandi città industriali l’effetto di questi flussi portò con sé i classici problemi legati all’inurbamento di grandi masse di popolazione, primo fra tutti il problema della casa, problema a cui l’assenza di una riforma urbanistica rese difficile dare una risposta soddisfacente. (vedi Galleria multimediale: Urbanizzazione) Bisognò aspettare l’inizio degli anni settanta per varare una riforma che introdusse, tra le altre cose, il controllo sul prezzo degli affitti attraverso la fissazione per legge di un equo canone. La grande migrazione del sud sollevava anche problemi di rapporti tra culture che ancora negli anni Sessanta erano molto diverse rendendo non facile l’integrazione dei nuovi arrivati. La crescita della popolazione operaia e uno sviluppo economico che aveva avuto nella compressione del costo del lavoro uno dei suoi capisaldi erano i presupposti per un incremento della conflittualità sociale. Quest’ultima sarebbe esplosa nel ’69 sommandosi alla rivolta degli studenti che, partita dalla percezione di un’offerta formativa universitaria inadeguata, si sarebbe caricata di speranze per un rinnovamento più generale della società.
Il movimento studentesco vide ben presto il prevalere della sua componente di sinistra, mentre il radicalismo della protesta fece saltare i tradizionali meccanismi di rappresentanza universitaria. Si partiva dalla rivendicazione di un nuovo modo di studiare e si finiva per mettere in discussione gerarchie e strutture sociali. Rispetto a queste agitazioni la posizione del PCI non fu facile perché in seno al movimento si formarono gruppi extraparlamentari come Lotta Continua o Potere Operaio che erano in aperta polemica con i partiti della sinistra
storica. (vedi Galleria multimediale: Conflitto sociale)
E’ indubbio che, anche per effetto della spinta data da questi avvenimenti, all’inizio degli anni Settanta vennero portate a compimento alcune grandi riforme lungamente attese. Prima di tutto furono introdotte le Regioni, dando attuazione al dettato costituzionale e delegando ad esse la competenza su vari settori prima di competenza del centro. Nel 1970 venne anche introdotto il divorzio che fu separato da una necessaria riforma generale del diritto di famiglia che fu fatta solo nel 1975 e che giunse dopo un’aspra battaglia che contrappose la Democrazia Cristiana alle sinistre e ai partiti laici.
Sul piano dei rapporti politici, gli anni Settanta si aprirono con l’elezione di Giovani Leone a Presidente della Repubblica nel 1972. Come ha rilevato Craveri, quest’elezione fu un trauma per il sistema politico: la DC ne uscì spaccata ponendo fine alla gestione unitaria del partito; i socialisti si erano appiattiti sulla posizione del PCI, il sostegno missino diede il segno di una svolta a destra della DC. Come primo atto da Presidente, Leone decise di sciogliere anticipatamente le camere per superare lo stallo politico determinatosi con la caduta del governo Colombo nel gennaio 1972 e varò un governo elettorale monocolore guidato da Andreotti.
Nel prendere in esame l’evoluzione degli anni Sessanta e Settanta, non si può omettere un altro, inquietante, elemento, la presenza di manovre oscure e di stragi, poi definite come momenti di una cosiddetta “strategia della tensione”. La bomba esplosa nella Banca Nazionale dell’Agricoltura a Piazza fontana nel 1969, quella scoppiata a Piazza della Loggia a Brescia durante una manifestazione sindacale nel 1974, quella sul treno Italicus nello stesso anno per arrivare all’esplosione alla stazione di Bologna nell’agosto 1980, sono episodi che hanno segnato profondamente la coscienza collettiva degli italiani e non solo per i loro drammatici effetti in termini di vite umane, ma anche per le successive difficoltà degli inquirenti a individuare i responsabili di questi crimini. L’idea di “strage di Stato”, utilizzata a sinistra per definire la strategia della tensione non può certo trovare posto in sede storiografica, per l’assenza di prove certe, ma essa ha condizionato l’immaginario di più di una generazione indebolendo la fiducia nei confronti dello Stato e del sistema politico.
La "strategia della tensione" fu accompagnata in quegli anni dall’emergere del terrorismo. In un primo tempo, fin verso il 1972, la matrice del terrorismo fu di estrema destra, questo non solo perché gli autori materiali delle stragi provenivano dalle file delle organizzazioni eversive di destra, ma anche perché queste ultime nel periodo che va 1968 al 1972 diedero vita a gruppi paramilitari organizzati e clandestini che colpirono, con attentati dinamitardi o omicidi, nel quadro della loro lotta al sistema. Nel periodo successivo il terrorismo di destra fu bersaglio di un’azione incisiva da parte dello Stato che ne scardinò le organizzazioni, ma che non esaurì il fenomeno. Con il venire meno dei gruppi organizzati, entrò in scena una generazione di militanti meno consapevole sul piano politico, la cui strumentalizzazione da parte di altri poteva risultare molto più facile.
Mentre declinava il terrorismo nero, emergeva quello di sinistra.
Il ’68 aveva prodotto uno sconvolgimento radicale del paese, pari a quello del maggio francese, ma con la differenza, rilevata da alcuni studiosi, che gli eventi francesi furono riassorbiti rapidamente dal sistema politico francese, assumendone in parte le ragioni.
Lo scossone dato dal ’68 non fu metabolizzato dal sistema politico e i bisogni che lo alimentavano non furono soddisfatti lasciando così spazio al perdurare della spinta utopica. La mancanza di una risposta poté spingere certamente alcune frange estreme nelle braccia della lotta armata e in ogni caso favorì il mantenimento di un clima di sfiducia nei confronti delle istituzioni che era già stato innescato dalla stragi di quel periodo. (vedi Galleria multimediale: Terrorismo)

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