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     Il caso italiano. La Repubblica | Dal "compromesso storico" alla disgregazione del sistema politico

Dal "compromesso storico" alla disgregazione del sistema politico

Nel 1973 il PCI aveva elaborato una nuova strategia politica che si basava sulla ricerca di un’alleanza diretta con la democrazia cristiana. (vedi Galleria multimediale: DC Congresso 1973) Il compromesso storico, così fu definito, si fondava sulle riflessioni di Franco Rodano secondo cui era necessario avvicinare socialismo e cattolicesimo e divenne concreta proposta politica ad opera dell’allora segretario del PCI Enrico Berlinguer. Secondo il leader comunista il compromesso storico doveva rappresentare non solo l’incontro tra due partiti e di due tradizioni popolari, ma anche l’unica strada per evitare il rischio di una soluzione autoritaria.
In quel decennio la proposta di compromesso storico si inseriva in una stagione del comunismo dell’Europa occidentale (il cosiddetto eurocomunismo) teso a marcare le proprie
differenze dall’Unione Sovietica e ribadire il principio delle vie nazionali con cui i singoli partiti comunisti affrontavano la lotta politica. Il trend elettorale comunista era positivo, nel 1975 numerosi comuni e regioni passarono nelle mani di giunte di sinistra formate da socialisti e comunisti, mentre nel 1976 il PCI toccò alle politiche il suo massimo storico con oltre il 34% dei voti.
Nel 1975 venne eletto segretario della DC Benigno Zaccagnini, artefice dell’elezione fu Moro che stava ricomponendo il suo disegno di allargamento della democrazia italiana. L’avvicinamento del PCI all’area di governo avvenne con i governi di solidarietà nazionale. Il primo varato nel 1976 con Andreotti come Presidente del Consiglio contava sull’astensione delle sinistre. (vedi Galleria multimediale: DC, Congresso 1976) In seguito il PCI entrò nell’area di governo, senza avere ministri, votando a sostegno dell’esecutivo. Venne consolidandosi in quegli anni il cosiddetto "consociativismo". Si definisce con questo termine una prassi in base alla quale il PCI avrebbe spesso votato i provvedimenti del governo in cambio dell’accoglimento di alcune sue proposte, godendo, di fatto, di una sorta di potere di veto nel caso di progetti di legge che incontravano la sua totale contrarietà.
L’avvicinamento del PCI all’area di governo e la posizione di netta condanna del fenomeno da parte comunista fece sì che il terrorismo identificasse anche questo partito tra i suoi nemici. Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro costituì una cesura fondamentale per il sistema politico venendo percepito come un attacco alle istituzioni a cui i comunisti reagirono stringendosi attorno ad esse, mentre la DC dal canto suo riscopriva le sue radici popolari e tornava a mobilitare le masse nelle piazze. La lotta contro il terrorismo fu condotta a tutto campo, non senza forzature sul piano della civiltà giuridica e non senza qualche eccesso repressivo nei confronti di aree politiche che non si identificavano con i terroristi, ma che in qualche misura ne potevano costituire un serbatoio di reclutamento. (vedi Galleria multimediale: Terrorismo) La nuova sinistra avviò in quegli anni una riflessione sul garantismo e sulla difesa dello Stato di diritto che mostrava convergenze con analoghe riflessioni di area liberale e socialista, sia pure all’interno di un percorso teorico differente.
Il PCI e il sindacato pagarono il prezzo politico più alto di questa stagione. Il sindacato varò una svolta con la quale accettava una politica di austerità per favorire il risanamento economico e il PCI sostenne questa linea. La distanza di partito e sindacato dai nuovi fermenti giovanili si accentuò, in particolare rispetto alle confuse esperienze del movimento del 1977 la cui condanna da parte del PCI fu netta. Si trattava di una frattura politica e generazionale. Se il sostegno alla linea di austerità alienò al PCI molti consensi alla sua sinistra, non gli consentì però di entrare nell’esecutivo. Nel 1979 il PCI cessò di sostenere il governo, ma alle elezioni seguenti ebbe un calo elettorale. La successiva svolta dell’alternativa democratica, la proposta di un governo che riuniva socialisti e forze laiche non riuscì a trovare consensi.
In quello stesso periodo, nel 1980, un altro evento sancì la fine del periodo che aveva preso avvio dalle contestazioni studentesche e dalle agitazioni operaie. La Fiat, dopo aver licenziato nell’ottobre 1979 sessantuno operai considerati “facinorosi”, l’8 settembre 1980 mise oltre ventimila operai in cassa integrazione con prospettive di rientro in fabbrica solo per alcuni. Pochi giorno dopo avviò le procedure per 14.000 licenziamenti. La risposta del sindacato fu molto dura. Gli operai picchettarono i cancelli della FIAT per oltre un mese, ma nel frattempo l’azienda ritirò i licenziamenti sostituiti con la cassa integrazione, un provvedimento che divise i lavoratori.
Mentre stava declinando la stagione dell’impegno politico per lasciare posto al cosiddetto “riflusso” nel privato, emerse un nuovo protagonista nella figura di Bettino Craxi che nel 1976 aveva spodestato De Martino diventando segretario del partito. Craxi, consapevole dell’azione di risucchio dei voti socialisti che il PCI aveva compiuto in quegli anni e della mancanza di spazio che l’ipotesi del compromesso storico lasciava al suo partito si pose lungo un’altra strada diventando negli anni Ottanta l’ago della bilancia del sistema politico e avviando una doppia competizione, a sinistra con il PCI per sottrargli l’egemonia, a destra con la DC per scalzarne il ruolo di asse del sistema politico. Craxi cercò soprattutto di evitare che la DC potesse giocare su due tavoli tenendo aperti contemporaneamente i canali di comunicazione con socialisti e comunisti.
Dal punto di vista dei contenuti ideologici, la proposta politica di Craxi fu segnata dal pragmatismo e da un certo eclettismo nella scelta dei temi, eclettismo al quale non era estranea una volontà di ricercare occasioni di differenziazione dal PCI. L’asse della proposta socialista consistette nel sottolineare l’importanza della “governabilità” per il sistema politico italiano, cioè garantire la stabilità dell’esecutivo e la sua capacità di prendere decisioni. Abile fu la capacità di manovra politica di Craxi che riuscì a entrare in competizione con la DC per la leadership: riuscì a diventare Presidente del Consiglio e a esercitare un’influenza sulla concreta gestione del potere molto superiore in proporzione al consenso elettorale che il suo partito raccoglieva.
La Democrazia Cristiana dal canto suo aveva perso ormai una capacità di elaborare programmi economico-sociali di ampia portata.
Gli anni Ottanta iniziarono con il superamento della segreteria Zaccagnini, che stava cercando di mantenere il rapporto con il PCI, e la marginalizzazione della sinistra DC.
Le trasformazioni innescate dal ’68 e dalla modernizzazione della società italiana che l’aveva accompagnato e che coinvolgevano stili di vita, modelli di comportamento, valori morali, non potevano non influenzare un partito che si basava sul presupposto dell’unità politica dei cattolici e che puntava alla realizzazione di una società in cui la visione del mondo e i valori del cattolicesimo erano il punto di riferimento della coscienza collettiva. (vedi Galleria multimediale: Modernizzazione) Viceversa gli anni ’80 segnarono nel bene e nel male l’affermazione di modelli individualistici. Il risultato del referendum abrogativo della legge sull’aborto testimonia il profondo cambiamento di valori. Non erano cambiati solo i valori, ma anche la struttura socioeconomica con il declino numerico della componente operaia e un aumento delle capacità di consumo dei singoli e delle famiglie. (vedi Galleria multimediale: Consumi) Di queste trasformazioni furono colpiti i due grandi partiti di massa.
Per ovviare allo stallo del sistema politico e per combattere i più diffusi fenomeni degenerativi (corruzione, eccessiva presenza dei partiti ecc.) durante gli anni Ottanta la questione della riforma delle istituzioni fu uno dei temi principali dell’agenda politica.
Il punto sul quale il dibattito venne a concentrarsi fu la legge elettorale perché esclusa dalla Costituzione e quindi più facilmente riformabile. Da una parte vi fu chi sottolineò l’esigenza di introdurre una riforma in senso maggioritario, partendo dalla convinzione che questo avrebbe prodotto mutamenti all’interno del sistema politico. Il proporzionale fu additato come la causa principale della frammentazione politica e dell’incapacità decisionale dei governi.
In una fase di frammentazione del sistema politico è evidente che il proporzionale non contribuisce a semplificare il sistema né alla sua evoluzione. Tuttavia nemmeno i sistemi elettorali maggioritari godono delle virtù taumaturgiche che talvolta il dibattito politico ha a loro attribuito. Ad ogni modo i veti incrociati delle forze politiche rallentarono la riforma elettorale impedendo tra l’altro che venisse realizzata la cosa più semplice, e forse in quel momento migliore per la transizione del sistema, vale a dire l’introduzione di una soglia di sbarramento per la distribuzione proporzionale dei seggi. Per superare i veti incrociati si ricorse allo strumento dei referendum.
La grande novità degli anni Ottanta fu la nascita di nuovi movimenti politici di carattere localistico, la Lega Lombarda e la Liga Veneta che in seguito diedero vita ad un movimento unitario denominato Lega Nord.
Il terremoto politico prodotto dalle elezioni del 1994 ha visto l’emergere di un nuovo movimento politico espressione del centrodestra, Forza Italia, mentre si è frantumata l’unità politica dei cattolici su cui si era retta la Democrazia Cristiana. Forza Italia, unita in due poli, uno al nord con la Lega e uno al sud con Alleanza Nazionale, ha prodotto la vittoria della coalizione di centrodestra portando al governo per la prima volta dalla fine della guerra esponenti di un'area politica che aveva un’indubbia continuità con la cultura del fascismo. Alla guida di questo governo vi era un leader politico che nasceva come imprenditore, senza avere alle spalle un’organizzazione politica che ha cominciato a svilupparsi solo in seguito.
Questa ricostruzione sulla storia dell’Italia repubblicana si chiude evidenziando il carattere bipolare che il sistema politico è andato assumendo nell’ultimo quindicennio, nonostante molti limiti e difetti.

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