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     Europa | Il Manifesto di Ventotene

Da Ventotene ai Trattati di Roma - Giancarlo Monina

Il progetto riprende proprio nel pieno della seconda guerra mondiale, quando Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, antifascisti confinati nella piccola isola di Ventotene, lanciano nel 1941 il manifesto Per un’Europa unita, sulle cui basi nel 1943 viene costituito il Movimento federalista europeo. Il “Manifesto di Ventotene” segna una svolta in quanto propone non solo una dichiarazione di principi, ma anche un programma di iniziative concrete. Dopo la fine della seconda guerra mondiale e la sconfitta del nazi-fascismo il Movimento federalista convoca i primi stati generali a Montreux nel settembre del 1947. Gli esponenti federalisti, presenti in tutto il continente, partecipano poi al Congresso d’Europa, apertosi a L’Aja il 7 maggio 1948, che si conclude auspicando un’azione unitaria di tutti i paesi europei per evitare nuovi conflitti, per contrastare l’insorgere di nuovi dispotismi e per tutelare i diritti umani.

Le istanze formulate a L’Aja vengono riprese da dieci Stati europei (Regno Unito, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Italia, Irlanda, Danimarca, Norvegia, Svezia) che, il 5 maggio 1949, sottoscrivono il trattato con il quale viene istituito il Consiglio d’Europa, un’organizzazione internazionale di tipo classico, basata sulla cooperazione politica e sull’unanimità delle decisioni. Parallelamente viene costituita, per le relazioni economiche, l’Organizzazione europea di cooperazione economica, con sede a Parigi, il cui compito è di gestire in comune gli aiuti americani del Piano Marshall; finiti i quali, si trasformerà in Ocse. Entrambe le organizzazioni, pur segnando un passo decisivo verso il progetto di integrazione, presentano un grave limite, poiché indicano degli obiettivi ma non hanno alcun potere di coordinamento delle azioni svolte in tal senso. L’unico strumento di collaborazione previsto, tipico del diritto internazionale, è il trattato.

Il 9 maggio 1950, il ministro degli Esteri francese, Robert Schuman, propone, in una Dichiarazione che ha assunto il valore di “carta costituente” di tutto il successivo processo comunitario, la creazione di un mercato comune carbosiderurgico fra Francia e Germania, estendendo l’invito agli altri paesi europei. Tale proposta, elaborata su indicazione di Jean Monnet, stretto collaboratore del ministro e considerato uno dei padri dell’Unione europea, si basava sui due principi della sovranazionalità e dell’integrazione. Il valore politico del progetto è evidente negli espliciti riferimenti alla Federazione europea, alla gradualità dell’azione, alla riconciliazione franco-tedesca, alla salvaguardia della pace attraverso un’entità europea organizzata, La proposta francese viene accettata da Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo, che il 18 aprile 1951 firmano a Parigi il Trattato istitutivo della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca).

L’onda di questo successo e l’esigenza di procedere al riarmo della Repubblica federale tedesca, in funzione antisovietica, spingono alcuni Stati europei a firmare il 25 maggio 1952 il trattato istitutivo della Comunità europea di difesa (Ced). La Ced dovrebbe, integrando gli eserciti nazionali, rendere accettabile il riarmo della Germania, uscita sconfitta dalla guerra mondiale, garantendo un controllo adeguato del suo esercito. In un clima di ottimismo europeista, nel settembre del 1952 i sei governi decidono inoltre di dare autonomia all’assemblea della Ceca affidandole il compito di elaborare un progetto di Trattato che istituisca una Comunità politica europea (Cpe). Ma nei mesi successivi la spinta europeista si infrange contro il rifiuto da parte dell’Assemblea nazionale francese, probabilmente restia a rinunciare a un proprio esercito nazionale, di ratificare il trattato Ced, che non lo rende dunque operativo e causa il fallimento a catena di tutti i progetti di unificazione.

La strada dell’Unità europea sembra definitivamente bloccata. L’iniziativa viene ripresa con la Conferenza di Messina del 1955, dove i governi dei sei indicano l’obiettivo di un mercato comune, anche alla luce degli incoraggianti risultati dell’integrazione economica rispetto a quella politica, e danno mandato a una commissione presieduta dal belga Spaak di preparare uno studio preliminare. Il rapporto, approvato nella Conferenza dei ministri degli Esteri a Venezia il 29 maggio 1956, propone l’istituzione di un’unione doganale, di un’unione economica, da attivare in un secondo tempo, e di una Comunità europea dell’energia atomica tra i sei paesi membri. Il 25 marzo 1957 vengono firmati a Roma i due trattati che istituiscono rispettivamente la Comunità economica europea (Cee) e la Comunità europea dell’energia atomica (Ceea).

Il tentativo di una unificazione anche politica viene rilanciato all’inizio degli anni sessanta, quando al vertice di Bonn dei capi di Stato e di governo dei sei viene costituita la Commissione Fouchet, i cui lavori per una istituzionalizzazione della cooperazione politica sono però definitivamente accantonati l’anno seguente. Si torna alla politica dei piccoli passi: l’8 aprile 1965 viene firmato a Bruxelles il Trattato sulla “fusione degli esecutivi”, che riunisce in una Commissione e in un Consiglio unici i poteri e le competenze prima divisi tra i vari organi esecutivi e i consigli Ceca, Cee e Ceea.

Ma il 1965 segna anche un momento di profonda crisi della Comunità: il 9 settembre, il generale Charles De Gaulle, presidente della Repubblica francese, contesta il potere di iniziativa della nuova Commissione quando siano in discussione gli interessi espliciti di uno Stato membro. L’occasione è offerta dalla proposta della stessa Commissione di sostituire il sistema dei contributi versati dai singoli membri con quello delle risorse proprie, come poi avverrà nel 1970. Una proposta tesa a rafforzare il ruolo del nuovo organo. De Gaulle ordina dunque ai rappresentanti francesi di attuare la cosiddetta “politica della sedia vuota”, disertando, cioè, tutte le riunioni comunitarie; una “politica” che, vigendo la pratica delle decisioni unanimi, paralizza completamente la Comunità. La situazione di stallo viene risolta il 29 gennaio 1966 con il cosiddetto “Accordo di Lussemburgo”, concordato in una riunione dei ministri degli Esteri dei Sei, con il quale si propone di salvaguardare gli interessi nazionali a scapito di quelli comunitari, anche ridimensionando i poteri della Commissione.

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