Il crollo del muro di Berlino e la prepotente spinta all’unificazione tedesca segnano la fine della guerra fredda in Europa. Cambiano i vecchi equilibri, nuove energie si mettono in moto. E si sommano ai processi endogeni già operanti all’interno della Cee, di cui sono testimonianza anche gli Accordi di Schengen, la cui gestazione inizia già nel 1985 e si conclude con la firma il 19 giugno 1990, e il Trattato di Oporto del 2 maggio 1992, che istituisce lo Spazio economico europeo (See) tra Cee ed Efta.
L’incontro dei fattori esterni, la fine della guerra fredda, con quelli interni, gli atti della Comunità, dà nuovo vigore alla prospettiva della costituzione dell’Unione europea. Il 15 dicembre 1990 si riuniscono a Roma due conferenze intergovernative: una sull’Unione economica e monetaria, l’altra sull’Unione politica. E’ la strada che conduce al Trattato istitutivo dell’Unione europea, approvato nelle sue linee generali durante il Consiglio europeo di Maastricht del 9-10 dicembre 1991, e sottoscritto nel corso di una conferenza dei ministri degli Esteri dei paesi membri il 7 febbraio 1992 nella stessa città.
Il Trattato di Maastricht modifica e arricchisce i precedenti trattati Cee, Ceca e Ceea (che diventano il cosiddetto “primo pilastro” su cui poggia la costruzione dell’Ue), istituisce la Politica estera e di sicurezza comuni (la Pesc, che costituisce il secondo pilastro), contiene un titolo relativo alla giustizia e agli affari interni (il terzo pilastro) e una serie di protocolli aggiuntivi e di disposizioni comuni.
La portata innovativa del Trattato di Maastricht ha ricevuto indiretta conferma dalla difficoltà con la quale è stato approvato da alcuni paesi europei. In Danimarca il trattato viene respinto in seguito al risultato negativo di un primo referendum, e poi approvato da una seconda consultazione popolare dopo che erano state concesse importanti deroghe. In Francia il trattato è approvato in un referendum popolare con solo il 51,4% dei voti. Nel regno Unito l’approvazione del trattato spacca a metà il partito conservatore al governo, la cui componente “euroscettica” ha potuto essere superata solo con il ricorso al voto di fiducia in un’atmosfera di psicodramma collettivo.
Nel frattempo, dal 1° gennaio 1995, tre nuovi paesi sono entrati ufficialmente a far parte dell’Unione europea: l’Austria, la Finlandia e la Svezia. La Norvegia, ancora una volta, non aderisce a seguito dell’ennesimo esito sfavorevole del referendum interno.
L’Ue è dunque costituita oggi da 15 Stati membri.
Il processo avviato a Maastricht è proseguito fino ai nostri giorni. Il 29 marzo 1996 si è svolta a Torino un’importante conferenza intergovernativa per la revisione di alcune disposizioni del trattato, in particolare per quanto riguarda il secondo e terzo pilastro. Il 2 ottobre 1997 viene firmato dai paesi membri il Trattato di Amsterdam che estende la procedura di codecisione del Parlamento europeo, quella a maggioranza qualificata del Consiglio, avvia la progressiva inclusione del terzo pilastro nelle procedure comunitarie del primo, inserisce fra gli obiettivi dell’Ue il raggiungimento di un elevato livello di occupazione. Nel frattempo, il 16 luglio 1997, la Commissione europea ha presentato la comunicazione denominata Agenda 2000, che definisce le strategie per il rafforzamento e l’ampliamento dell’Unione nei prossimi anni.
A oltre cinquanta anni dalla Dichiarazione Schuman si può guardare con un certo ottimismo al processo storico di unificazione europea: l’integrazione ha compiuto passi da gigante e l’area degli Stati interessati è destinata a estendersi. Un processo che nell’ultimo decennio ha vissuto una forte accelerazione coinvolgendo numerosi soggetti, non soltanto di carattere istituzionale. Tuttavia, si è trattato prevalentemente di un processo di integrazione economica, che ha trovato compimento nella costituzione dell’Unione economica e monetaria (Uem), definitivamente sancita all’inizio del 1999 con la creazione della moneta unica (Euro) e con l’istituzione della Banca centrale europea (Bce).
A tale dinamismo economico-finanziario non ha finora corrisposto un’altrettanto vivace azione di unificazione politica e oggi si corre il rischio di vanificare i risultati raggiunti. Il sistema politico-istituzionale che si è andato materialmente definendo soffre infatti di forti incertezze e di gravi deficienze, specie in materie delicate quali la politica estera e di sicurezza, i nuovi diritti della cittadinanza europea, l’ampliamento delle competenze comunitarie in materia di affari interni. Si tratta di questioni che incidono direttamente sulle prerogative fino ad ora considerate essenziali per esercitare la sovranità dei singoli Stati e che inducono questi ultimi a svolgere un’azione di sorda resistenza alla creazione di un nuovo centro autorevole di governo sovranazionale.
La resistenza al processo di unificazione politica giunge anche dall’opinione pubblica del Vecchio continente attraversata da sentimenti anti-europei che traggono alimento dalla crisi sociale e occupazionale, ma anche da un “deficit democratico” delle istituzioni europee, diventato ormai insostenibile. Le istituzioni dell’Ue devono rapidamente trovare una maggiore legittimità democratica per non rischiare di alienarsi la già fragile opinione pubblica europeista. La domanda democratica che si impone nella società civile indica due strade maestre: il rafforzamento dell’Europa politica e quello dell’Europa sociale.
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