|

| De Gasperi a Roma - Il lavoro della classe |
Luoghi e Memorie della riflessione e azione politica di
Alcide De Gasperi nel quartiere Prati di Roma
nel biennio 1943 - 45
|

A cura degli alunni del
Liceo Scientifico Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II – Roma
classi IV A - V A
|
La vera politica non può fare alcun passo senza prima aver reso omaggio alla morale. (Kant)
Abbiamo da poco celebrato in Italia il sessantesimo anniversario della liberazione dall'occupazione nazi-fascista. Questa data segnò per il nostro Paese il delicato e difficile passaggio dalla dittatura alla democrazia. Se ciò fu possibile e se noi possiamo oggi godere dei frutti di quella straordinaria stagione di rinnovamento, lo dobbiamo anche alla sensibilità e lungimiranza della riflessione e azione politica di Alcide De Gasperi nel biennio 1943-45.
E' infatti in questo periodo che giunge a piena maturazione la formulazione della sua proposta politica, contestualmente al suo servizio nelle più alte cariche dello Stato, dove poté sperimentare l'efficacia delle proprie teorie. Spartiacque decisivo di quegli anni fu il 4 giugno 1944, giorno che vide l'ingresso vittorioso degli Alleati a Roma, e con esso l'entrata di De Gasperi come ministro senza portafoglio nel primo Governo Bonomi. |

Documento dell’archivio personale della famiglia De Gasperi
|
Giovanni Gronchi |

Mario Scelba |
Meuccio Ruini |

Ivanoe Bonomi |
Giuseppe Romita |
Fu il ritorno alla vita e alla libertà soprattutto per coloro che nella clandestinità più assoluta avevano profuso impegno ed energie per gettare le basi del futuro Stato democratico. Gli incontri che videro protagonisti, insieme a De Gasperi, molti esponenti di vecchi partiti politici, tra i quali Spataro, Gronchi, Scelba, Ruini, Bonomi, Romita ebbero come teatro il quartiere Prati, nel quale si trova il nostro Istituto.
|
Per queste ragioni abbiamo scelto di accompagnare il nostro intervento con la proiezione di fotografie dei luoghi più significativi di quella intensa e appassionata attività, unitamente a quelle di alcuni documenti originali consultati presso l'Istituto Luigi Sturzo, e l'Archivio personale della famiglia De Gasperi, quest'ultimo messoci gentilmente a disposizione dalla figlia Maria Romana. Il lavoro è stato affrontato alla luce degli scritti politici del 1942-45, ai quali perciò faremo frequentemente riferimento nell'esposizione di questo discorso. |

Iscrizione dell’Istituto Luigi Sturzo di Roma
Url istituto: http://www.sturzo.it/
|

Piazza della Libertà, 4 |
Il 25 aprile 1945 fu istituito in Italia il primo governo libero; per decisione unanime del Comitato di Liberazione Nazionale la scelta cadde su Ferruccio Parri, esponente di spicco del Partito d'Azione, simbolo indiscusso della resistenza partigiana e uomo animato da profondi valori morali, ma di modeste capacià politiche. Si trattò più che altro di una soluzione di compromesso tra i sei partiti (socialista, comunista, liberale, democratico-cristiano, democratico del lavoro e d'azione) che maggiormente avevano contribuito alla Guerra di Liberazione. |
In esso De Gasperi conservò la carica di Ministro degli Esteri, assunta sei mesi prima nel secondo Governo Bonomi, come rappresentante della neonata Democrazia Cristiana, partito del quale era nel frattempo divenuto segretario. Nell'autunno di quello stesso anno, esaurite le urgenti preoccupazioni volte a ristabilire l'unità nazionale, prevalsero spinte disgregatici tra le diverse componenti governative: Benedetto Croce, autorevole esponente del Partito Liberale, criticò aspramente il governo per il suo immobilismo e dichiarò che la formula dell'esapartito poteva considerarsi superata. Il 22 novembre i ministri liberali si dimisero, dando il via alla crisi di governo; due giorni dopo Parri, stretto tra i liberali e i democristiani, che diversamente dal Presidente del Consiglio e dai liberali ritenevano l'accordo a sei l'unica forma possibile per questo governo, accusò entrambi i partiti di aver tentato un "colpo di stato". De Gasperi, preoccupato della risonanza che questa dichiarazione avrebbe potuto avere presso i giornalisti stranieri presenti, alla fine della Conferenza Stampa dichiarò:
Nel mio partito vi è solo il proposito fermo di non ritardare in alcun modo l'instaurazione della democrazia e di difendere, contro chiunque, sia da destra che da altre parti voglia attentarli, i fondamenti della libertà politica. E' assurdo e ridicolo volerci riconnettere sia pure indirettamente a qualsiasi velleità o manovra neofascista.
|

Ferruccio Parri
URL biografia

Benedetto croce |
La determinazione con la quale egli difese l'operato democratico del governo e quello del suo partito fu tale da prospettare la sua potenziale candidatura alla Presidenza, come l'unica garanzia di equilibrio tra le forze politiche del Paese. Dopo lunghe ed estenuanti consultazioni dei ministri, De Gasperi, consapevole dell'urgenza di risolvere rapidamente la crisi e con infinita pazienza, riuscì a presentare al Luogotenente Umberto I, la nuova formula di governo. Ha così inizio la cosiddetta "era degasperiana", destinata a durare fino al luglio 1953: otto mandati consecutivi che traghettarono definitivamente l'Italia verso la democrazia, restituendole dignità di fronte al mondo e reinserendola nel quadro della comunità internazionale. |

Luogotenente Umberto I |
E' già nella prima di queste legislature, che terminò nel giugno 1946, che egli diede prova del suo grande carisma e della sua straordinaria statura politica, confrontandosi con i gravissimi problemi del dopoguerra e prospettando soluzioni efficaci attraverso una fitta serie di provvedimenti e di riforme. "Senza la saggia conduzione di quel delicato periodo - osserva Gabriella Fanello Marcucci - l'Italia avrebbe avuto un dopoguerra più difficile e gli Italiani avrebbero ulteriormente sofferto dopo la durissima esperienza della guerre e delle lotte intestine che ad essa sopravvissero". |
Quella che si presenta a De Gasperi è un'Italia tutta da ricostruire sia sul piano materiale che su quello morale e istituzionale. Il primo problema è la scelta per la democrazia, che impone il necessario confronto da un lato con la pesante eredità del ventennio fascista, dall'altro con la presenza, considerata da taluni ingombrante, di un forte Partito Comunista, che aveva però offerto un contributo decisivo alla Resistenza. Già un anno prima, in una lettera all'ex leader del Partito Popolare don Luigi Sturzo in esilio dal 1924 per la sua attività antifascista, De Gasperi avvertiva le minacce insite nella transizione alla democrazia:
Due spettri grandeggiano sul nostro orizzonte politico: per gli uni il pericolo è lo stato totalitario social-comunista, gli altri sono invasati dalla paura di un colpo alla Franco… gran parte del paese è anticomunista, ma non è sulla base dell'anticomunismo che possiamo radunare le forze, altrimenti correremo il rischio di confonderci con correnti reazionarie. (De Gasperi a Sturzo, 12 novembre 1944)
La sua fede assoluta nel metodo della libertà e della democrazia, nel fermo rispetto delle regole e della legalità, lo conducevano a manifestare una irriducibile ostilità verso ogni forma di totalitarismo.
Sebbene il fascismo fosse caduto per ben due volte, prima il 25 luglio 1943, poi, definitivamente, il 25 aprile 1945, esso continuava a vivere nella mentalità del popolo, in particolare nei giovani, come osservava già in uno scritto all’indomani dell’armistizio:
Mi persuado sempre più che il fascismo è una mentalità quasi congenita alla generazione più giovane, una mentalità del resto atavica, nella quale riaffiorano molti fermenti del Risorgimento… ed ecco perché, in tal senso, l'antifascismo è una pregiudiziale ricostruttiva… questo antifascismo non riguarda la tessera, ma l'animus, i metodi della vita pubblica. (De Gasperi a Paronetto - settembre 1943).
Di qui l’esigenza di combattere l’eredità del ventennio attraverso un’analisi attenta e serena che aiutasse, soprattutto i giovani educati nello stile del regime, a comprendere il duro prezzo della libertà riconquistata e l’importanza di una rinnovata partecipazione alla res publica.
La condanna incondizionata dei principi del Fascismo si accompagnava al problema, quanto mai urgente e concreto, dell’epurazione del personale statale compromesso col vecchio sistema, da realizzarsi nei termini della legalità, evitando pericolose persecuzioni personali che avrebbero potuto compromettere la stabilità del giovane Stato democratico. A cominciare dalla propria persona rinunciò a ogni forma di rivalsa, anche legittima.
Come ci ha raccontato la figlia Lia , benchè suo padre conoscesse i nomi di coloro che lo avevano consegnato alla polizia fascista nel 1925, e anche quelli di chi aveva mandato i tedeschi nel 1945 ad introdurre dinamite nella casa Romani a Borgo Valsugana, distruggendola interamente, egli non pensò mai ad una vendetta personale. In generale affermava:
Se non si sono macchiati di colpe specifiche, non si condannino i fascisti, ma il fascismo, l’idea e il metodo: questa non ha possibilità di appello…pacificazione nel senso cristiano del perdono sì, ma non riabilitazione dei principi; questo significherebbe accettare una bomba ad orologeria in seno al regime democratico. (Maria Romana De Gasperi, De Gasperi - Ritratto di uno Statista)
Come il Fascismo, anche il Comunismo andava sfidato sul terreno della dialettica parlamentare. De Gasperi godeva da sempre della stima e del rispetto di Palmiro Togliatti, leader di un partito, quello comunista, saldamente radicato nella società di allora, ma gli era chiara la profonda distanza che separava l’ideologia della sinistra marxista dalla proposta democratico-cristiana: nella prima libertà e democrazia erano strumentali al rovesciamento irreversibile della struttura di classe, nella seconda esse rappresentavano i cardini del rinnovamento politico e morale della società italiana.
Nel discorso, tenuto presso il Teatro Brancaccio per la prima assemblea della sezione romana della DC il 23 luglio 1944, così si esprimeva:
Se la dittatura trova resistenza, diventa violenta e sanguinaria: e non lo fa per capriccio e per istinto brutale, ma lo fa perché è costretta dalla logica interna del suo compito innaturale, che è quello di determinare i destini morali, economici e materiali di tutti i cittadini. Per raggiungere l’ideale comunista ci vuole o un’altissima temperatura morale, o un’immensa coercizione. La temperatura morale si ebbe solo nelle condizioni straordinarie delle comunità cristiane della Chiesa antica attraverso la povertà volontaria, e si ha ancora nelle comunità monastiche. Per le masse, tolto il periodo di estrema accensione, come può essere la guerra di estrema difesa, non rimane che la coercizione. |
Inoltre un partito, facente parte della coalizione di governo, ma saldamente legato alla Russia di Stalin, rischiava di vanificare il complesso lavoro di De Gasperi come Ministro degli Esteri, improntato ad instaurare un rapporto di stretta collaborazione con gli Alleati. Era infatti necessario restituire all’Italia un ruolo internazionale non solo attraverso gli indispensabili aiuti alimentari, ma anche con la stipulazione di relazioni diplomatiche e di vantaggiosi trattati commerciali. Oltretutto gli Anglo-Americani osservavano attentamente l’evoluzione della scelta istituzionale, che tenacemente De Gasperi volle affidare ad un referendum a suffragio universale, anche in disaccordo con quegli alleati di Governo che consideravano il popolo italiano non ancora maturo per tale voto. Al contrario, egli era fermamente convinto che proprio quel popolo, privato a lungo della facoltà di scelta, dovesse essere rieducato a giudicare con moderazione e serenità e a decidere con coscienza delle proprie sorti, nell’interesse della Nazione. La soluzione data al grave problema istituzionale attraverso la scelta referendaria rappresentò un autentico modello di cautela e di audacia insieme.
Per me – scrive a Sturzo nella lettera già citata – il referendum ha un grande valore morale, perché dà il senso democratico e pacificatore di una suprema decisione popolare e di un consenso esplicito della maggioranza alla nuova forma dello Stato. Esso corrisponde anche all’attesa degli alleati…
|
|
Se libertà e democrazia costituiscono i pilastri del programma ricostruttivo degasperiano, esse non lo sono ancora sufficientemente nella cultura cattolica e nel magistero ecclesiastico di quegli anni. La Chiesa Romana, infatti, che pure aveva fatto passi da gigante nella dottrina sociale, indicando come moralmente determinanti i criteri di giustizia nei rapporti sociali, non si era fino ad allora pronunciata sul significato della democrazia politica. Soltanto la lezione della dittatura e del secondo conflitto mondiale l’aveva sollecitata a un mutamento di prospettiva. Il passaggio dalla teoria della “equidistanza” verso le varie forme di governo alla scelta preferenziale per la democrazia è rintracciabile nei radiomessaggi natalizi degli anni 1942-43-44 di Papa Pio XII: in essi per la prima volta è presente una netta condanna di ogni totalitarismo attraverso la riproposizione del valore imprescindibile della persona umana e della sua dignità. In questo senso De Gasperi, come anche La Pira, Dossetti, Lazzati, mostra grande modernità nell’anticipare posizioni che avrebbero trovato pieno sviluppo solo nel magistero di Giovanni XXIII, e definitiva conferma nei documenti del Concilio Vaticano II.

PIO XII |

Giuseppe Dossetti
|

Giovanni XXIII |
|
|
Le problematiche sinora delineate e le soluzioni via via approntate ci aiutano a cogliere come la via della ricostruzione fosse quanto mai tortuosa, seminata di ostacoli e di equilibrismi. Se all’età di sessantaquattro anni, quando le forze fisiche sembravano venir meno, egli seppe percorrerla con tanta determinazione ed efficacia, è perché essa fu preceduta da quella che Maria Romana considera la sua seconda vita: una fase di meditazione e di arricchimento dello spirito che ebbe come sfondo gli anni bui della “lunga vigilia” (1927-1944).
In questa stagione, iniziata ben oltre i quarant’anni, si consolidano le radici e le convinzioni che ispireranno la sua futura attività di statista: l’umiliazione della prigionia e della clandestinità, che induce una riflessione quasi forzata sul valore della libertà come principio cardine di ogni forma di governo; la costante rivisitazione dei classici, che rende per lui inutile, secondo quanto ci hanno detto entrambe le figlie, l’uso del dizionario nelle traduzioni dal greco e dal latino; l’attività giornalistica che affina in lui uno stile lontano da ogni retorica ma denso di contenuti; la Biblioteca Vaticana, che lo apre a una visione internazionale, non provinciale, dei problemi, dandogli il senso di una cittadinanza più ampia; l’approfondimento della dottrina sociale della Chiesa, con la stesura del libro “I tempi e gli uomini che prepararono la Rerum Novarum”. La prigionia e la forzata inattività rafforzano la dimensione contemplativa della sua fede, che egli alimenta quotidianamente con la lettura della Bibbia e dei Padri della Chiesa. Questa fede solida e semplice, vissuta senza ostentazioni, rimarrà una costante della sua vita pubblica e privata.
La distinzione laica tra autorità civile e autorità religiosa, così netta e inequivoca in lui, si accompagnava a una profonda unità nella coscienza tra impegno civile e senso religioso. E poteva parlare di Dio nei discorsi pubblici senza rischiare di essere predicatorio o retorico perché lo faceva con semplicità e sincerità. Ma, anche a prescindere dalla politica, De Gasperi aveva fede. Leggeva la Bibbia ogni giorno e con essa pregava. Quando fu arrestato aveva in tasca l'Imitazione di Cristo, sorta di suo breviario. Certo, le esigenze della realtà premevano sempre negli anni di libera attività politica. Scriveva alla figlia suora da una vacanza in montagna: "Sento bene che dovrei approfittare di questo ritiro per parlare a Dio, ma le voci degli uomini mi chiamano al loro servizio; e non li servo in nome di Dio?". In ogni caso, De Gasperi sentiva costantemente questo duplice richiamo, a Dio e agli uomini, alla preghiera e alla lotta per la libertà e la giustizia. (Roberto Morozzo della Rocca, La spiritualità di De Gasperi
|
E’ interessante notare che, alla fine di questa “lunga vigilia”, De Gasperi non prevede affatto un nuovo periodo di servizio politico (che sarà coronato da grandi successi nazionali e internazionali); si sente vecchio, pensa alla morte e si domanda se vedrà la fine della guerra.
Inverno lungo; per la prima volta sento gli attacchi dell’età e mi spavento degli anni, perché tutti, parlando di altri sessantenni, dicono spesso: è un uomo finito, troppo vecchio… la guerra si allunga, e pare una galleria infinita sotto la montagna. Li trascinerò fino al di là i miei cari, o verrò meno nell’oscurità? Sentirei il bisogno di raccogliere la mia eredità spirituale, valorizzare per altri la mia esperienza, scrivere… …ma il tempo mi manca; devo occuparmi, per campare, d’arte missionaria e la sera sono stanco. Com’è breve il nostro ciclo, come moriamo lentamente prima di spirare. (Maria Romana De Gasperi, Mio caro padre)
|

Opuscolo delle Idee Ricostuttive della DC
|

Manoscritto Idee Ricostruttive DC – Archivio De Gasperi |
In questo spirito, quando le sorti della Guerra sono ancora incerte, stende il suo “testamento politico da pubblicarsi se possibile dopo la morte”, dattiloscritto dalla figlia Maria Romana. Esso diviene invece la premessa del programma politico della nascente Democrazia Cristiana, che troverà la sua prima formulazione nelle “Idee ricostruttive della democrazia cristiana”.
|
Si tratta di un opuscolo diffuso nel luglio 1943, che è oggetto, nei mesi successivi, di una lunga serie di stesure, correzioni e consultazioni, anche tecniche, di ex popolari come Gronchi, Spataro, Gonnella, Scelba. Esso è il frutto di un lavoro a più mani, elaborato in una fitta serie di incontri clandestini che hanno luogo proprio nel nostro quartiere, che già gli era familiare dai tempi di un precedente soggiorno in una piccola pensione di via Crescenzio, quando scriveva alla moglie Francesca:
Sai cara, qui nel quartiere ci sono delle case appena costruite in questi prati… ai Prati pare di essere in una città di provincia. I film che sono inaugurati al Corso arrivano qui un mese dopo, a Trento tre mesi dopo, a Borgo mai o dopo un lustro: ecco le proporzioni.” (De Gasperi, Mia cara Francesca,)
Del resto, prima di abitare in via Bonifacio VIII, oggi via Alcide De Gasperi, egli risiedeva con la giovane famiglia in via Monte Santo, proprio dietro la nostra scuola.
|

Guido Gonella
|

Via Cola di Rienzo, 217
|
Giuseppe Spataro, che ospitava nel suo studio di via Cola di Rienzo queste animate discussioni, ricorda che gli incontri “avevano le caratteristiche delle riunioni proibite, pericolose” e Andreotti aggiunge:
Mi ricordo che nelle riunioni a casa Spataro, che era un po’ lo stato maggiore della DC, ma non solo, anche di quello che poi sarebbe stato il Comitato di Liberazione, il primato di De Gasperi s’imponeva da sé, sia per la sua personalità morale, sia per la sua grande serietà e per la sua intelligenza. Certamente era un uomo diverso dagli altri… la sua funzione di guida nel partito fu incontestata fin dagli inizi.
|
E’ in questi rifugi, casa Chiri a piazza Cola di Rienzo, casa Scelba a via Orazio, che prende faticosamente corpo la struttura portante di una proposta politica che inizialmente non prevedeva la forma del partito. De Gasperi e il gruppo di Roma erano infatti convinti che costituire un partito nel periodo dei 45 giorni del governo Badoglio, che vietava ancora la rinascita di partiti, fosse inopportuno e per ragioni legalitarie e per l’intento di favorire una larga intesa di forze antifasciste intorno a un movimento di idee “sulle quali dovranno concentrarsi le volontà quando verrà il tempo della Ricostruzione.” Questo processo di elaborazione programmatica che si avvale anche del contributo di altre componenti cattoliche (Guelfi di Milano, giovani della FUCI e movimento dei Laureati Cattolici) deve necessariamente confrontarsi col popolarismo sturziano; ma pur nella volontà di conservare e valorizzare il patrimonio morale della precedente esperienza partitica, si rivolgeva alle nuove generazioni lanciando loro segnali significativi di rinnovamento. I giovani del ventennio, infatti, non avevano avuto modo di conoscere e di apprezzare le battaglie dei Popolari, fortemente screditate dalla propaganda del regime. Lo stesso Sturzo, con il quale De Gasperi manteneva un intenso rapporto epistolare, era consapevole dell’unicità e irripetibilità del progetto politico del 1919. Nella lettera del 12 novembre 1944 l’amico trentino lo ringraziava degli aiuti finanziari fatti pervenire dagli Stati Uniti e l’informava dei progressi organizzativi:
Siamo molto più avanti che nel ‘22–‘26, ma la situazione è ancora più complicata e difficile. Tenderemo i muscoli fino all’irrigidimento. Lo spirito combattivo non manca. Le tue lettere ci portano lume e incoraggiamento. Finora ho superato tutte le difficoltà delle tendenze interne, mantenendo l’unità e la forza combattiva del partito. Non avrei che un’ambizione, quella di riconsegnartelo degno di te. |
|
La denominazione di Democrazia Cristiana per il nascente partito è la conferma di un desiderio di rinnovamento nella continuità; il nome infatti venne scelto per tener viva la tradizione risalente a Romolo Murri e, soprattutto, per coinvolgere i giovani nei quali da sempre De Gasperi riponeva grande fiducia e ai quali insistentemente si richiamava nei suoi discorsi. La sua naturale propensione a non rimanere prigioniero del passato e a proiettarsi verso il futuro, nonostante l’età, è una caratteristica costante del suo atteggiamento. In un resoconto di una seduta clandestina dei democristiani del 15 maggio 1943, queste erano le sue impressioni:
Se si vuole che il programma non possa sembrare, come non è, un semplice ritorno al passato, sarebbe opportuno che, terminata la difesa del Partito Popolare, si facesse appello alle nuove generazioni, che hanno dovuto subire la servitù delle tessere e dei dogmatismi totalitari, offrendo ad essi, con la Democrazia Cristiana, un clima favorevole ad una nuova e più dignitosa vita sotto il segno della libertà, senza scoraggiare la gioventù con il timore di umilianti discriminazioni morali. Se non si dice ciò, può darsi che i giovani finiscano di cercare altrove una fede politica che non li umilii. (resoconto di una seduta clandestina, 15 maggio 1943, in Archivio personale, Carte De Gasperi, Democrazia Cristiana) |

Romolo Murri
|
|
Nel gennaio 1944, quando, a seguito del fallito sbarco ad Anzio, si inaspriva a Roma l’occupazione tedesca, il Popolo clandestino pubblicava “La parola dei democratici cristiani”. Quest’articolo lanciava “una parola sincera di fede e di speranza, una parola di fraternità che ridesti e guidi tutte le energie della nostra volontà rinnovatrice” e l’invito a “costruire un ponte fra due generazioni tra le quali il fascismo aveva tentato di scavare un abisso” in vista della “immancabile ripresa”. Si tratta di una lucida sintesi del programma di ricostruzione secondo alcuni principi da “adeguare alle esigenze dei tempi e alle necessità del popolo italiano”.
Al primo posto figura il primato della coscienza morale: De Gasperi, che citava volentieri le parole di Pio XII “le energie che dovranno rinnovare la terra dovranno venire dal di dentro, dallo spirito”, era convinto che nessuno stato democratico potesse vivere in assenza di una coscienza morale. In virtù di questa coscienza gli uomini devono sentirsi responsabili delle proprie azioni dinanzi a Dio. Essa precede il rispetto della legge e senza di lei neppure la libertà ha senso.
Le riforme politiche, sociali ed economiche, le garanzie costituzionali, i controlli amministrativi, le stesse sanzioni penali restano inefficaci se non è viva e operante la coscienza morale. Il carabiniere, il finanziere, il revisore, il giudice, non bastano a frenare e sopprimere la corruzione. Bisogna che controllori e controllati, custodi e custoditi, governo e governati, si sentano responsabili innanzi al supremo Creatore e Moderatore di tutte le cose.
Presupposto e fondamento dello stato democratico è poi la libertà, in cui De Gasperi individua non un semplice slogan, ma l’essenza di ogni battaglia; questa parola appare sottolineata nel Testamento dattiloscritto:
Chi, dopo così disastrosa vicenda e così tragico crollo, darà la sua opera alla ricostruzione dello Stato italiano avrà la sensazione precisa, avvalorata dalla storica esperienza, che compito sopra ogni altro inderogabile è quello di ricostituirlo in Libertà.
Libertà e democrazia, indissolubilmente legate, rivelano una comune origine cristiana in quanto valori profondamente evangelici, che la Chiesa, alla quale lo Stato deve assicurare piena libertà d’azione, dovrebbe tener vivi nella coscienza di tutti gli uomini. Se i cittadini vivessero la fraternità e la tolleranza, fermento della civiltà cristiana, lo Stato non sarebbe indotto a emanare leggi eccessivamente rigide.
Certamente –egli scrive nel febbraio 1944– noi dobbiamo fare ogni sforzo perché l’etica cristiana ispiri la legge e l’azione dello Stato: ma oggi e domani, nella convivenza europea, quale ce l’ha lasciata lo sviluppo del secolo XX, dovremo affrontare anzitutto questo preliminare dilemma: Stato totalitario o Stato democratico.
Proprio richiamandosi alla matrice cristiana, De Gasperi ha quindi promosso la laicità delle istituzioni e la partecipazione di tutti i cittadini alle decisioni comuni, poiché “la democrazia non è semplicemente una bandiera, è soprattutto una convinzione e un costume di popolo”. L’Italia che De Gasperi invoca alla fine del programma della DC è non solo democratica, ma anche solidale e pacifica. Oltre alla libertà economica lo Stato deve difendere e promuovere anche la giustizia sociale. La pace a cui egli si appella nasce prima di tutto nel cuore degli uomini, ma deve poi tradursi in una volontà di cooperazione tra i popoli, in un “nuovo ordine internazionale secondo giustizia”. |
|

|
Come in altri scritti e discorsi, anche in questa visione chiara della futura convivenza europea e di un nuovo ordine internazionale, formulata nel pieno di una guerra non ancora conclusa, ci è sembrato di cogliere un profondo spirito profetico: la capacità di guardare molto lontano, verso realtà che solo cinquant’anni dopo vediamo realizzate. Ci ha stupito la sua grandezza nel coniugare fortissime spinte ideali con la concretezza dei problemi, nel rifiuto di ogni modello ideologico preordinato. Amava rifarsi alle parole di Felice De Merode: “quando ordino un paio di scarpe, il mio calzolaio prende la misura sul piede mio, non su quello di Apollo”. |
|
Anche le sue parole non appaiono mai di convenienza, non sono dette, come quelle di molti politici, per allietare o ipnotizzare chi ascolta; la sua oratoria semplice, quasi scarna, nasconde invece un’intensa forza espressiva e comunica la sua visione della politica come vocazione a servizio della comunità.
Il suo stile di coerenza e di fedeltà agli ideali in cui fermamente credeva sono anche oggi un esempio a cui ispirarsi: nello svolgimento di questo lavoro ci siamo sentiti i naturali destinatari del suo testamento, i depositari del suo sogno.
A noi, cittadini di un’Europa riunita intorno a un’unica bandiera, il compito di renderlo una realtà.
|
|
torna su
|
|
|