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| IIIA: il lavoro della classe |

A cura degli alunni del Liceo Prati – Trento
classe III A |
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Introduzione
Consideriamo alcuni fatti significativi:
Primo: De Gasperi gestisce la politica estera italiana dal 1944 al 1953: come ministro degli esteri dalla fine del 1944 al 1946 (il ministero Nenni fu troppo breve per incidere significativamente), e poi collaborando con Sforza (dal febbraio 1947 sino al luglio 1951) e infine di nuovo in prima persona sino all’agosto del 1953. |
PRESIDENTE |
DATE |
ESTERI |
BILANCIO |
I. Bonomi II |
12/12/44 - 19/06/45 |
A. De Gasperi |
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F. Parri |
21/06/45 – 10/12/45 |
A. De Gasperi |
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A. De Gasperi I |
11/12/45 – 15/07/46 |
A. De Gasperi |
- |
A. De Gasperi II |
15/07/46 – 03/02/47 |
A. De Gasperi
(fino al 18/10/1946)
poi P. Nenni |
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A. De Gasperi III |
03/02/47 – 31/05/47 |
C. Sforza |
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A. De Gasperi IV |
31/05/47 – 15/12/47 |
C. Sforza |
L. Einaudi |
A. De Gasperi V |
15/12/47 – 23/05/48 |
C. Sforza |
L. Einaudi |
A. De Gasperi VI |
24/05/48 – 14/01/50 |
C. Sforza |
G. Pella |
A. De Gasperi VII |
27/01/50 – 19/07/51 |
C. Sforza |
G. Pella |
A. De Gasperi VIII |
26/07/51 – 07/07/53 |
A. De Gasperi |
G. Pella |
A. De Gasperi IX |
16/07/53 – 02/08/53 |
A. De Gasperi |
G. Pella |
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Secondo fatto: L’accordo con l’Austria del 5 settembre 1946 (accordo De Gasperi-Gruber) per il Sudtirolo. Si tratta di un accordo diretto tra Italia e Austria, proposto come “emendamento” al testo del trattato di pace in preparazione; in realtà si trattava di mettere le potenze vincitrici di fronte al fatto compiuto e di sperimentare una politica di accordi bilaterali.
Terzo fatto significativo: La scelta di Carlo Sforza come ministro degli esteri e di Luigi Einaudi (dal maggio 1947 al maggio 1948) come ministro del Bilancio (ministero creato allora) e come vice-presidente del Consiglio. Insomma la scelta di due “federalisti europei”, che nel contempo rappresentavano anche componenti della tradizione dello Stato (e dell’economia).
Quarto fatto: Il viaggio negli USA del gennaio 1947 (alla ricerca di “credito” politico e finanziario e non senza rapporto con la diplomazia parallela del Vaticano e con le lobbies cattoliche e italo-americane negli USA). |

Luigi Einaudi

Carlo Sforza |
Cercheremo ora di interpretare questi fatti in una maniera relativamente unitaria, concentrandoci su alcune fasi cruciali: la situazione italiana rispetto al trattato di pace, la crisi economica del ’46-’47, la scelta di campo del ’47, il piano Marshall e il Patto atlantico tra ’47 e ’49. |

Vignetta satirica del Partito Comunista |
La situazione dell’Italia rispetto al Trattato di pace.
Quali erano le preoccupazioni prioritarie di De Gasperi nel dopoguerra?
Il trattato di pace, che poteva essere disastroso per l’Italia, a causa del tardivo appoggio agli alleati nel corso della guerra.
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La “cooperazione internazionale”, come antidoto al nazionalismo, che aveva portato ai regimi totalitari in Europa
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L’avvio in Italia di un sistema politico democratico come garanzia per le potenze vincitrici del fatto che il nostro Paese si era lasciato il fascismo alle spalle
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La ricostruzione e la ripresa economica del paese, tra i problemi quello più immediato.
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Partiamo dal trattato di pace:
Nella seconda metà del 1946 divenne chiaro che era impossibile evitare un trattato di pace “punitivo”, al quale tendevano Francia e Regno Unito. Al massimo si poteva cercare di mitigarne qualche clausola, cercando invece di preparare la possibilità di una sua revisione. Il successo dell’accordo bilaterale con l’Austria resterà un fatto isolato e non potrà essere replicato in altri settori.
De Gasperi espresse spesso in discorsi pubblici l’insoddisfazione italiana, come per es. alla Conferenza di Parigi nell’agosto del ’46:
«Questo trattato è, nei confronti dell’Italia, estremamente duro; ma se esso tuttavia fosse almeno uno strumento ricostruttivo di cooperazione internazionale, il sacrificio nostro avrebbe un compenso: l’Italia che entrasse, sia pure vestita del saio di penitente, nell’ONU, sotto il patrocinio dei Quattro, tutti d’accordo nel proposito di bandire nelle relazioni internazionali l’uso della forza (...), tutti impegnati a garantirsi vicendevolmente “l’integrità territoriale e l’indipendenza politica”, tutto ciò potrebbe essere uno spettacolo non senza speranza e conforto. (...) Si può credere che sia così? Evidentemente ciò è nelle vostre intenzioni, ma il testo del trattato parla un altro linguaggio. »
De Gasperi sottolineava in particolare la durezza delle clausole territoriali del trattato che non risolsero ma anzi acuirono la “questione di Trieste”. |
Nelle relazioni con l’estero De Gasperi deve allora puntare in particolare sul rapporto con gli Stati Uniti per:
- preparare una futura revisione del trattato;
- procurarsi aiuti per la ripresa economica;
- preparare la possibilità di una cooperazione europea orientata ad una soluzione federalista o addirittura sul piano mondiale;
- assicurarsi la possibilità di una difesa militare rispetto all’est comunista – possibilmente senza pagarne le spese, dal momento che mancavano le risorse finanziarie, come nota il conte Zoppi ancora nel 1950: «Della difficoltà in cui ci troviamo siamo i primi a soffrirne, anche perché mentre non possiamo finanziare piani di aiuto reciproco (e quasi neanche di self help) abbiamo una potenzialità industriale ed un’esuberanza di mano d’opera che potrebbe essere messa con profitto al servizio di tutti.» (Vittorio Zoppi, dirigente generale del MAE, lettera all’ambasciatore A. Tarchiani (Washington), 29 marzo 1950).
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Palmiro Togliatti |

Pietro Nenni |
Dal PSI e dal PCI poteva venire un aiuto rispetto alle preoccupazioni politiche di De Gasperi?
Solo per l’elaborazione della Costituzione!
Invece riguardo alla ricostruzione (agli obiettivi e ai mezzi) e alla politica estera potevano venirne solo ostacoli, a causa del pregiudizio antiamericano, dell’atteggiamento nei confronti dell’URSS e della prospettiva paradossalmente nazionalista (che si voleva “patriottica”).
A De Gasperi Togliatti appariva retrogrado, o almeno gli conveniva dipingerlo in questo modo. Nell’intervento del 31 luglio del 1947 alla Costituente disse:
« Ebbene, noi dimostreremo loro di essere noi – non loro – all’avanguardia di un mondo nuovo che non dispera della fratellanza tra i popoli […]. Quando ho sentito la alata esposizione dell’onorevole Einaudi, che dovrebbe essere il rappresentante tipico di quella che indiscriminatamente si dice reazione, ed ho sentito poi le combinazioni complicate e le cautele esecutive dell’onorevole Togliatti, mi sono chiesto: quale dei due uomini guarda più in avanti e quale si attarda all’indietro? Quale di questi due uomini rappresenta l’avvenire dei rapporti internazionali? Può essere che Einaudi si illuda, ma sua è la gioventù e sua è la speranza in un mondo migliore. No, dimostreremo ai nostri contraenti che siamo noi, l’Italia, piccolo paese, ma grande paese, non loro, i grandi, all’avanguardia di un mondo nuovo per la fratellanza dei popoli.» |
Analoga visione avevano i vignettisti de “il Travaso”: in un angolino Togliatti e Nenni discutono di questioni astratte, mentre c’è chi agisce, inchiodando e trafiggendo l’Italia allo scudo crociato della DC. L’Italia, da parte sua, spera in una terza forza politica, che però non esisteva.
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L’ITALIA – Ah, se avessi la (terza) forza di liberarmi da questa croce o da chi mi ha inchiodato!
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ANNO |
PREZZI INGROSSO |
COSTO DELLA VITA |
1944 |
858 |
1215 |
1945 |
2060 |
2392 |
1946 |
2884 |
2823 |
1947 |
5159 |
4575 |
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La crisi economica del 1946-47
Al fine di comprendere la scelta “atlantica” di De Gasperi non è essenziale solo l’esito della definizione del Trattato di Pace. Altrettanto e forse più importante è la crisi economica europea del periodo estate 1946-primavera 1947. Le produzioni dell’Europa occidentale scendono dall’83% al 78% rispetto all’anteguerra, la lira italiana perde 2/3 del suo valore, sia rispetto ai cambi sia in termini di potere d’acquisito dei salari – come si può vedere dai seguenti dati, che mostrano la fortissima crescita dei prezzi, con un crollo del potere d’acquisto dei salari e perdita di affidabilità della lira sui mercati finanziari. (Numeri indice: 1938 = 100)
In un’economia fragile come quella italiana una crisi così grave non mancò di provocare anche violente tensioni sociali. |
Questa crisi mise in difficoltà tutti i principali paesi dell’Europa occidentale, ma in particolare l’Inghilterra, rispetto ai suoi impegni militari, e la Francia rispetto al compito di mantenere le sue postazioni coloniali.
Perciò gli USA furono costretti ad intervenire sul piano economico (→ piano Marshall) e ad ampliare il loro impegno militare (in Grecia, in Turchia) benché avrebbero preferito l’esatto contrario.
La consapevolezza di questa necessità matura presso il governo statunitense nell’autunno-inverno del ’45-’46 e trovò infine espressione pubblica nel famoso discorso di Truman del 12 marzo 1947:

Harry Truman
«At the present moment in world history nearly every nation must choose between alternative ways of life. The choice is too often not a free one.
One way of life is based upon the will of the majority, and is distinguished by free elections, representative government, guarantees of individual liberty, freedom of speech and religion, and freedom from political oppression.
The second way of life is based upon the will of a minority forcibly imposed upon the majority. It relies upon terror and oppression, a controlled press and radio; fixed elections, and the suppression of personal freedoms.
I believe that it must be the policy of the United States to support free peoples who are resisting attempted subjugation by armed minorities or by outside pressures.
I believe that we must assist free peoples to work out their own destinies in their own way.
I believe that our help should be primarily through economic and financial aid which is essential to economic stability and orderly political processes.»
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In Italia la crisi pone con urgenza la necessità di scelte drastiche nella politica economica e una rapida ricerca di aiuti e alleanze internazionali, essendo i due aspetti interno ed estero le due facce della sfida politica italiana di quegli anni. E certamente non è solo De Gasperi a rendersene conto.
Pietro Nenni annota nel suo diario:
«Abbiamo grano al massimo sino a gennaio (in diverse province mancherà a dicembre)… Si dovrebbe ridurre la razione del pane ma ce ne manca il coraggio. E fatto più grave, non si intravedono i rimedi». (fine 1946)
E poi a gennaio del ’47:
«Le scorte sono a zero. Abbiamo dato pane a Milano perché l’ammiraglio Stone ci ha prestato cinque mila quintali di farina [dell’esercito americano]».
Più articolata l’analisi che propose Francesco Calasso sulla rivista “Il Mondo” (fine 1946):
«In queste settimane decisive per l’Italia vengono al pettine i nodi delle politica di un governo che per due anni si è lasciato sfuggire troppe occasioni per governare. Quel senso di provvisorietà che poteva tollerarsi ed essere giustificato di fronte a un governo di Comitato di liberazione, nato da un compromesso eroico in fase di emergenza, si trasforma in un senso di diffidenza, di sfiducia e di nausea di fronte a un governo che ha ormai tutti i crismi della legalità ed apre la fase della ricostruzione. Non è più lecito giocare alla politica, come per troppo tempo si è fatto: i dosaggi, generatori dei compromessi più assurdi e attuati a spese della competenza e della giustizia; gli equilibri, che sono quasi sempre equilibrismi di fazioni e di uomini; le coalizioni che non rappresentano veramente il crogiuolo dove i più disparati elementi bruciano al calore di un unico fuoco: il paese non li sente più. Sono i ferri vecchi di una politica logora, dichiarata fallita per bocca dei suoi artefici stessi. Che la crisi attuale sia ufficiale o latente, limitata a un solo dicastero [si riferiva alle dimissioni di Corbino dal ministero del Tesoro] o coinvolgente tutto il governo, vuol dire poco: è l’astenia cronica del governo, questa paurosa contraddizione in termini, la vera crisi: ed è questa la realtà che gli uomini politici italiani hanno il dovere di guardare in faccia».
Calasso aveva ragione. Proprio a causa della gravità della crisi (sociale, economica, finanziaria) si delinea l’opposizione sul piano concreto e non più solamente ideale dei diversi orientamenti ideologici che fino ad allora avevano collaborato nel governo del paese. |
In particolare non poteva più avere spazio nella politica estera l’opzione neutralista, sostenuta in particolare dal PSI, come aveva spiegato Nenni l’8 agosto del ’46 alla Delegazione Britannica alla Conferenza di pace di Parigi (dal testo della relazione della Delegazione):
«Il signor Nenni nutre l’intenzione di vedere firmato il trattato il più presto possibile. Con questo evento in vista egli deve ottenere alcune concessioni [...] che consentiranno al governo italiano di giustificare la firma agli occhi dell’opinione pubblica. Una volta che il trattato sia stato firmato il signor Nenni intende dare avvio a una nuova linea di politica estera. Vi sarà una chiara rottura con il passato e l’Italia cercherà di trovare un proprio ruolo come nazione soddisfatta senza alcuna illusione circa la sua grandezza. Ufficialmente essa si dichiarerà indipendente da ogni blocco e cercherà di intrattenere buone relazioni con tutte le nazioni, in particolare con i suoi vicini, ma in effetti il suo destino sarà legato a quello delle democrazie occidentali alle quali essa guarda per un aiuto, e in modo specifico al Regno Unito.»
Ora s’impone la “scelta di campo”, come annota Nenni stesso nel suo diario il 18 aprile del ’47:
«Gli Stati Uniti da una parte, l’Urss dall’altra esigono che si sia con l’uno o con l’altro al cento per cento.»
E tuttavia il neutralismo veniva ancora teorizzato e in maniera ancor più netta nel comizio tenuto a Canzo il 13 ottobre 1946:
«L’Europa si troverà, da ora in poi, davanti ad una Italia che vuole collaborare all’opera comune di progresso, che vuole vivere in pace con i suoi vicini, che fonda la sua azione sul principio di solidarietà internazionale, che non punta sugli anglo-americani contro l’Unione Sovietica o sull’Unione Sovietica contro gli anglo-americani, ma sull’unione di tutte le forze democratiche dell’Europa e del mondo, che rinunzia ai miti insanguinati dell’impero e della potenza militare, ma che mantiene aperte le sue sacrosante rivendicazioni, decisa a farle trionfare appellandosi al diritto e alla ragione.»
Ma questi erano ormai solo ideali: dieci giorni dopo De Gasperi avrebbe pronunciato nel Consiglio dei Ministri il discorso che preludeva all’estromissione di socialisti e comunisti dal governo!
Nel contesto della crisi economica non era più praticabile la mediazione fra i tre partiti di massa, come invece era avvenuto nell’immediato dopoguerra, quando si trattava di gestire la normale ripresa economica post-bellica e scelte di ordinaria amministrazione. Questa collaborazione poteva dare ancora frutti solo nell’elaborazione del testo costituzionale. |
La scelta di campo del 1947
Il processo di definizione del “trattato” di pace con l’Italia era avvenuto in parallelo rispetto a quello con gli altri ex-alleati della Germania e la sua conclusione consolidava la “cortina di ferro” – preconizzata da Churchill a Fulton, Missouri, il 5 marzo del ’46:
«From Stettin in the Baltic to Trieste in the Adriatic an iron curtain has descended across the Continent. Behind that line lie all the capitals of the ancient states of Central and Eastern Europe. Warsaw, Berlin, Prague, Vienna, Budapest, Belgrade, Bucharest and Sofia; all these famous cities and the populations around them lie in what I must call the Soviet sphere, and all are subject, in one form or another, not only to Soviet influence but to a very high and in some cases increasing measure of control from Moscow.» |

Cortina di ferro
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De Nicola saluta De Gasperi in partenza per gli USA, 3 gennaio 1947 |

Arrivo dei primi aiuti americani nell’aprile 1947 |
In ogni caso il Trattato obbligava, in vista di un’eventuale revisione, a muoversi necessariamente in direzione di una cooperazione europea e soprattutto a rivolgersi agli USA – opzioni entrambe fuori portata per il PCI.
I primi mesi del 1947 sono decisivi: De Gasperi esce dal neutralismo e fa la scelta di campo, riuscendo a comprendere il nuovo orientamento USA nel momento stesso in cui prende forma, o comunque prima che emerga esplicitamente.
Poiché De Gasperi comprende – almeno in parte – il nuovo corso della politica americana, le sue conseguenti scelte lo rendono progressivamente credibile come partner agli occhi dell’amministrazione statunitense:
La prima scelta fu il viaggio in America (gennaio 1947), che fu importante ma certamente non decisivo; servì soprattutto a far conoscere De Gasperi al di là della presentazione assai modesta che ne aveva fornito il Vaticano:
«Il Papa mi ha detto che De Gasperi è un uomo intelligente, che la sua esperienza di affari internazionali è circoscritta, che egli è stato deputato nella Dieta austriaca prima che il Trentino diventasse parte dell’Italia; che è stato rifugiato in Vaticano durante l’occupazione tedesca e che ha prestato servizio nella Biblioteca Vaticana.» – riferisce l’ambasciatore americano a Roma nel 1944.
In un banchetto del viaggio negli Stati Uniti invece il Segretario di Stato Byrnes, con un po’ di enfasi, disse di De Gasperi:
«In tutta Italia non vi è uomo di cuore più saldo e di coraggio più grande dell’uomo che onoriamo. Noi desideriamo aiutare l’Italia nei giorni neri che le stanno davanti.»
Gli aiuti ottenuti nella missione americana vennero ovviamente propagandati.
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Povero Cappuccetto Rosso! Questa volta non è un lupo, ma una volpe! |
Il IV governo De Gasperi con Luigi Einaudi, Alcide De Gasperi, Carlo Sforza |
La seconda scelta decisiva di De Gasperi fu l’estromissione di PCI e PSI dal governo e l’alleanza con la lobby della grande industria e della finanza (una specie di “quarto partito”). Il 28 aprile De Gasperi introdusse la crisi di governo con un discorso al Consiglio dei Ministri, in cui sosteneva che il problema di un’eventuale dipendenza politica dagli Stati Uniti era del tutto relativo rispetto all’influenza decisiva di questo “quarto partito”:
«Mai, in nessun momento, il governo americano ha posto alcuna condizione politica di struttura governativa alle concessioni di credito all'Italia [...]. È innegabile che noi possediamo una forte maggioranza in Assemblea ma i voti non sono tutto [...] Le leve di comando decisive in un momento economico cosi grave non sono in mano né degli elettori né del governo [...] ; non sono questi elettori che decidono ed orientano le campagne della stampa indipendente, che presenta in forma scandalistica e comunque ostile ogni sforzo che il governo fa per superare le difficoltà del momento. Non sono i nostri milioni di elettori che possono fornire allo Stato i miliardi e la potenza economica necessaria a dominare la situazione. Oltre ai nostri partiti vi è in Italia un quarto partito, che può non avere molti elettori, ma che è capace di paralizzare e di rendere vano ogni sforzo organizzando il sabotaggio del prestito [per la ricostruzione] e la fuga dei capitali, l’aumento dei prezzi e le campagne scandalistiche. L’esperienza mi ha convinto che non si governa oggi l’Italia senza attrarre alla nuova formazione di governo [...] i rappresentanti di questo quarto partito. »
Togliatti stava per essere fatto fuori dalla volpe - De Gasperi!
L’inclusione di Einaudi e di altri “tecnici” nel nuovo governo De Gasperi aveva appunto il senso di una proposta di alleanza col “quarto partito”. Intanto veniva confermato l’asse Sforza-De Gasperi nella politica estera.
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La terza scelta decisiva fu la tempestiva dichiarazione favorevole alla proposta del piano di aiuti progettato da Marshall. Carlo Sforza il 12 luglio 1947:
«Un grande Paese [...] fu scoperto quattro secoli fa da un italiano; questo Paese è forse alla vigilia di scoprire lui l’Europa unita. Noi siamo alla vigilia di una trasformazione del vecchio mondo.»
Si apriva però all’interno il dibattito sull’ “asservimento” dell’Italia agli interessi americani. Alla Costituente, il 19 dicembre 1947, De Gasperi dichiarò:
«A me appare ben chiaro che il fatto che l’America cerchi di rimettere in piedi l’Europa come forza autonoma, indica evidentemente non una tendenza all’asservimento, ma alla ricostruzione. [...] Noi siamo oggi tributari dell’America per il carbone [...]. ma se il Piano Marshall riuscisse a farci tornare alla possibilità di acquistare il carbone in Europa, noi saremmo indipendenti dall’America, e saremmo tornati alle condizioni naturali del nostro mercato europeo. Non mi pare sia questa una tendenza di asservimento all’America.»
Mentre Togliatti, già nella primavera del ’47, articolava la tesi opposta in termini paradossalmente nazionalistici per un comunista:
«[...] una concezione di politica estera legata all’idea degli ‘aiuti’ e quindi del padrone che dispone di noi a suo talento. [...] Questo modo di porre il problema è antinazionale. Esso contiene in germe il più grave pericolo per la nazione italiana, perché contiene in germe la rinunzia alla nostra libertà e indipendenza economica, e quindi – e per ciò stesso – la rinunzia all’affermazione dello Stato e quindi della nazione italiana come Stato e Nazione indipendente, la rinunzia per l’Italia ad essere potenza fra le potenze, il che è poi [scil.: sarebbe invece] l’obbiettivo che dovremmo proporci di raggiungere nell’attuale fase della nostra politica nazionale.» |
ANNI |
PREZZI ALL’INGROSSO |
COSTO DELLA VITA |
1947 |
5159 |
4575 |
1948 |
5443 |
4844 |
1949 |
5169 |
4915 |
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La quarta scelta di De Gasperi fu il mutamento deciso della politica economica italiana, assai apprezzato in America e realizzato in pochi mesi da Einaudi, come mostrano questi dati:
Cambio lira / dollaro
Maggio 1947: 225 lire
Agosto 1947: 350 lire
Novembre 1947: 575 lire |
Dal Piano Marshall al Patto Atlantico: quarta e ultima fase
Contemporaneamente, tra il 1947 e il 1948, l’URSS cerca di consolidare le posizioni raggiunte nell’Europa orientale con il rifiuto del piano Marshall nella conferenza di fondazione del Cominform, alla fine del settembre del ’47. Andrej Zhdanov, che Stalin chiamava “il nostro Himmler”, fu estremamente chiaro:
«Due linee politiche opposte si sono cristallizzate: a uno dei poli la politica dell’Urss e degli altri paesi democratici, che mira a scalzare l’imperialismo e a rinforzare la democrazia; al polo opposto, la politica degli Stati Uniti d’America e dell’Inghilterra, che mira a rinforzare l’imperialismo e a soffocare la democrazia.»
Mentre Edvard Kardelj s’incaricò di evidenziare gli “errori” del PCI:
«[Il PCI ha riconosciuto] troppo tardi il vero senso della politica americana e da ciò era uscita la parola d’ordine opportunista “né Londra né Washington né Mosca”, quando doveva essere chiaro che senza Mosca non vi è libertà, non vi è indipendenza.»
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Andrej Zhdanov

Edvard Kardelj |
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Questi sviluppi (e altri fatti, come il cosiddetto “colpo di stato” comunista della fine di febbraio del ’48 a Praga) impediscono al PCI di estendere i consensi e riducono la sua credibilità come forza di governo.
Perciò, nella “lunga campagna elettorale” in vista delle elezioni dell’aprile 1948, non si profila solo più una scelta ideale e partitica ma si tratta ormai di una scelta assai concreta: accettare o meno di ricevere gli indispensabili aiuti americani, come disse carlo Sforza in un comizio elettorale a Milano l’11 aprile 1948:
«Per la prima volta in Italia siamo chiamati a votare su un dilemma internazionale: cioè votare pro o contro il Piano Marshall [...].» |
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Se in Italia veniva in primo piano l’interesse concreto agli aiuti del Piano Marshall (e questo non poteva che danneggiare le sinistre) negli Stati Uniti l’opinione pubblica e il governo leggevano la competizione in termini di scontro di civiltà, molto di più di quel che in Italia si era disposti a credere:
La rivista “Time” si chiede se De Gasperi saprà liberare l’Italia dalla piovra rossa.
La rivista “Life” scrive che «La cruciale campagna tra i comunisti e l’occidente è stata scatenata con tutti i mezzi.» |
 Il film Ninotchka di Ernst Lubitsch, una commedia che racconta la conversione alla civiltà occidentale dell’austera agente sovietica Ninotchka, venne proiettato in Italia durante la campagna elettorale del ’48 ed ebbe un enorme successo: forse gli italiani vivevano lo scontro ideologico con più pragmatismo degli americani.
Tuttavia non solo il PCI è in difficoltà: anche De Gasperi si muove entro sponde ristrette e rischiose:
- il rischio di essere schiacciato di fatto o almeno a livello di propaganda nel ruolo di “servo degli americani” (e del loro “imperialismo”).
- il rischio di divenire succube o vincolato ad un certo clericalismo conservatore (ambienti della curia romana, Pio XII, la “Civiltà Cattolica” del p. Lombardi) che manovrava la parte essenziale del sostegno elettorale alla DC.
- il rischio di essere strumentalizzato dal “quarto partito”, anche in vista di un possibile ritorno ad un governo autoritario (sostenuto anche da ambienti ecclesiastici).
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Servo degli americani?
De Gasperi riceve un assegno di 50 milioni di dollari dal governo USA |
Succube del clericalismo conservatore? 
Padre Lombardi con Pio XII |
Strumentalizzazione da parte del “Quarto Partito”?

Angelo Costa, presidente di Confindustria dal 1945 al 1955 |
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La capacità di De Gasperi di sfuggire, almeno in parte, a questi rischi si potrebbe misurare – riguardo alla politica estera – rispetto a diversi ambiti:
In primo luogo la politica “europeista” di De Gasperi – una prospettiva che sembra non sia mai venuta meno e che anzi probabilmente fu già perseguita assieme alle scelte “atlantiche” del 1947. Anche se si scontrava con la diffidenza inglese e l’instabilità dei governi francesi.
«Di fronte a questa politica di guerra [inglese – disse alla Camera il 4 dicembre 1948] noi vediamo la politica di pace nella tendenza a costruire un’Europa consapevole della propria missione pacifica. Si è detto “neutra”; meglio si direbbe “autonoma”, nel senso che dovrà avere una propria politica e acquistare a mano a mano una funzione propria di pace.»
E ancora al Senato il 27 marzo 1949:
«[…] il Patto [di Bruxelles] nacque al di fuori di noi e avevamo tutti l’impressione che esso riguardasse la difesa renana e soprattutto fosse rivolto contro il ritorno di un’eventuale minaccia germanica contro gli Stati che avevano sofferto l’invasione e la guerra.»
In realtà, almeno in questo periodo, De Gasperi sembra privilegiare il rapporto con gli Stati Uniti rispetto a quello europeo: riassumendo le linee di politica estera del governo davanti al senato, il 15 novembre del 1950 affermava che
«[Occorre:]
1) agire per la pace, promuovendo o favorendo la progressiva solidarietà e l’unificazione dei Paesi europei [...] fino alla creazione di un vincolo federativo;
2) tendere con tenacia e con pazienza a superare difficoltà, esitazioni, lentezze che si oppongono ancora ad una solidarietà europea totale, senza escludere attuazioni graduali per settore o per ambito regionale che si dimostrino realizzabili [...];
3) strumento decisivo di solidarietà europea federativa può essere un Patto comune di difesa, con un esercito al servizio di tale Patto;
4) deve essere chiaro, però, che tale permanente soluzione non dovrà in nessuna misura intralciare o indebolire oggi l’urgente organizzazione del Patto Atlantico e del suo piano militare, suprema necessità di pace, barriera indispensabile di sicurezza, soltanto al riparo della quale potrà svilupparsi il piano di unificare l’Europa.» |
Un’altro ambito in cui De Gasperi dimostrerà una certa autonomia riguarda le modalità di utilizzazione degli aiuti del Piano Marshall, diverse da quella che si aspettava l’America: i finanziamenti vennero indirizzati in particolare a sostegno dell’agricoltura piuttosto che dell’industria e anche a favore dell’Arma dei Carabinieri: cioè in vista dell’ordine pubblico interno e non di impegni esteri. (Il grafico in appendice mostra l’andamento dei principali aiuti che l’Italia ricevette nell’ambito dell’ERP).
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In terzo luogo si può notare una relativa autonomia di De Gasperi e Sforza rispetto alla opportunità di aderire al Patto Atlantico come mostra l’ampia discussione tra governo e diplomatici dell’estate del 1948 sulle prospettive di alleanze internazionali e dei rapporti con l’Urss.
«Occorrerebbe chiarire al più presto che cosa gli americani vogliono da noi: se la nostra adesione al patto di Bruxelles o al Patto Atlantico o a tutti e due. Le vie degli americani sono altrettanto, se non più misteriose, di quelle del Signore. Tuttavia, a lume di logica, gli americani dovrebbero volere, o contentarsi, della nostra adesione al Patto Atlantico: essi sanno perfettamente che i membri del Patto di Bruxelles non è proprio che muoiano dal desiderio di averci fra loro.»
Pietro Quaroni a Carlo Sforza, 3 novembre 1948
Se gli apparati diplomatici sono coinvolti nella discussione politica, non lo sono altrettanto i parlamentari. Rispetto alle richieste che venivano dal Parlamento De Gasperi mostra un atteggiamento alquanto reticente, che tra l’altro spingeva socialisti e comunisti a interpretare ideologicamente le scelte della maggioranza – anche per carenza di informazioni. Si veda per esempio questo scambio tra Togliatti e De Gasperi:
Nella dichiarazione di voto sull’adesione alla NATO, 16 marzo 1949, Togliatti disse:
«Constatato il dissenso nostro sulla proposta generale, possiamo però trovarci d’accordo sul minimo, che consiste nell’escludere che sul nostro territorio nazionale vengano organizzate basi militari di qualsiasi genere e a qualsiasi potenza straniera.»
La replica quantomeno evasiva di De Gasperi fu:
«Nessuno ci ha mai chiesto basi militari e, d’altra parte, non è nello spirito dei patti di mutua assistenza fra Stati liberi e sovrani, come il Patto Atlantico, di chiederne e concederne.» |


De Gasperi e Carlo Sforza |

Alcide De Gasperi, Winston Churchill e Carlo Sforza |
Una volta che l’Italia entrò nel patto Atlantico è interessante osservare come De Gasperi si sottragga di fatto alle richieste americane di maggior impegno militare nel conflitto coreano nel 1950-51.
De Gasperi e il governo si dibattono nella contraddizione tra la volontà di non avere un ruolo marginale nella NATO e l’impossibilità anche politica di sostenere concretamente grosse spese militari.
Si trova scritto in un memorandum interno del Ministero degli Esteri (18 ottobre 1950):
«Il valore dell’Italia nel quadro dell’alleanza nord-atlantica è considerato purtroppo soltanto marginale e tale pericolosa marginalità potrà essere ridotta unicamente se si sarà potuta dare la sensazione della serietà del nostro sforzo e della nostra ferma volontà di perseverarvi.»
De Gasperi, da parte sua, confermava a Schumann (1951, incontro di S. Margherita Ligure) la sua idea della priorità del Patto Atlantico rispetto ad altre prospettive come la CED:
«[...] In ogni caso, converrà dare la priorità all’organizzazione della difesa nel quadro del Patto Atlantico [...] e l’organizzazione di tale difesa sarebbe un compito estremamente urgente.»
Ma l’Italia non era in grado di spendere per tale “compito estremamente urgente” e, su questo piano, la politica atlantica così come quella europea rischiavano di rimanere solo parole, agitate per ottenere ulteriori “aiuti” o protezioni esterne – come sembrava allo stesso ambasciatore Quaroni:
«Mi pare – scriveva a Sforza nel luglio del 1951 – di aver capito che V.E. pensa si possa da parte nostra porre come condizione che si risolvano altri problemi nostri, soprattutto nel campo economico: se ho ben compreso si tratterebbe di impostare la questione dell’esercito europeo come prima tappa verso una soluzione federalista europea [...]. Come posizione polemica, all’interno [...] va benissimo. All’esterno non c’è da farsi illusioni: potremmo forse avere l’approvazione di qualche trombone dell’europeismo verbale, ma non inganneremo nessuno: tutti capiranno e diranno che il nostro europeismo è solo a parole.» |
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