A tre anni dalla dissoluzione incruenta dell'Unione Sovietica, il grande storico inglese Eric Hobsbawm ha dato alle stampe il suo libro Il secolo breve con il quale ha cercato di analizzare tutta la storia del secolo alla luce di quello che per lui rappresentava un necessario termine ad quem, cioè la caduta del comunismo. Il Novecento di Hobsbawm dura solo settant'anni, dal 1914 al 1991, dallo scoppio del primo conflitto mondiale nel 1914 (e soprattutto dalla rivoluzione russa
dell'ottobre del 1917) fino alla disintegrazione dell'Unione Sovietica nel 1991. Con questa scelta Hobsbawm prende posizione rispetto al dibattito sul valore periodizzante o meno della prima guerra mondiale. E' un’opinione consolidata in ambito storiografico che con il 1914 cominci qualche cosa di nuovo. Tuttavia, gli storici che hanno privilegiato la continuità e l'analisi dei grandi processi economici, politici e sociali hanno in genere insistito sulle anticipazioni che il mondo uscito dalla guerra aveva già conosciuto nei decenni precedenti, giudicando la rilevanza della guerra stessa in rapporto a quegli stessi processi caratterizzanti l'intera epoca. Hobsbawm, invece, vede nella guerra del 1914-1918 un momento di rottura, il passaggio ad un mondo molto diverso da quello precedente, segnato dall'emergere di problemi nuovi.
Sono due i binari sui quali verte la riflessione di Hobsbawm: il ruolo del progetto socialista e quello del mutamento economico; mentre la periodizzazione si articola in tre grandi blocchi: l'«Età della catastrofe», che va dal 1914 al 1945 (con al centro la grande crisi economica del 1929), l'«Età dell'oro», che comprende gli anni tra il 1945 e l'inizio degli anni '70, il periodo della «frana», che racchiude gli anni che vanno dalla crisi economica degli anni '70 al crollo dell'URSS nel 1991. Il secolo breve di Hobsbawm può essere allora considerato un "sandwich storico" in cui due epoche di crisi contengono un periodo segnato da una lunga e intensa crescita economica e dall'innalzamento degli standard di vita. Ma le due crisi sono molto diverse tra loro, perché mentre la crisi del 1929 esplode dopo un decennio (quello seguito alla fine della prima guerra mondiale) di sostanziale stagnazione, dominato dal tentativo di restaurare lo stato di cose precedenti, la crisi degli anni Settanta viene dopo un ventennio di sviluppo economico, sociale e tecnologico di portata assolutamente inedita e anzi rappresenta il prodotto di alcune contraddizioni insite in quel processo stesso.
L'«Età della catastrofe» (1914-1945) costituisce un periodo di instabilità e di violenza. La guerra mondiale - secondo lo storico britannico - è stata la prima guerra generale dal tempo di Napoleone e ha distrutto l'edificio della civiltà ottocentesca. Ed è questo crollo, insieme alla nascita dell'Unione Sovietica, a dare forza alla sfida dei movimenti socialisti al capitalismo. La forza di questa alternativa - quella sovietica in particolare - derivò dalla debolezza dell'antagonista. Senza la crisi della società borghese «il sistema economico improvvisato col nome di sistema socialista sulle rovine della struttura rurale eurasiatica dell'ex impero zarista non avrebbe considerato se stesso, né sarebbe stato considerato dagli altri, come una realistica alternativa mondiale all'economia capitalistica». Fu soprattutto la grande crisi degli anni '30 che gli conferì questo ruolo. Così come fu la sfida dei fascismi a trasformare l'URSS in uno strumento indispensabile per sconfiggere Hitler e, di conseguenza, in una delle due superpotenze «il cui confronto dominò, attraverso l'equilibrio del terrore, la seconda metà del secolo breve, dando stabilità [...] alle strutture economiche internazionali» (vedi Galleria multimediale: Hitler).
La guerra del 1914-18 - che inaugurò l' ”età dei massacri” - determinò, a giudizio di Hobsbawm, uno sconvolgimento delle coscienze degli uomini che vi parteciparono tale da avere effetti anche sulla sfera politica; inoltre, il suo carattere di momento di rottura emerse con evidenza nella situazione verificatasi al termine del conflitto: nell'area che va dalle frontiere francesi fino al Mar del Giappone nessun vecchio governo rimase in piedi, in tutti i paesi sconfitti si determinarono esiti rivoluzionari. Secondo Hobsbawm di tutti i fenomeni che si svilupparono nell'«Età della catastrofe», forse quello che più di ogni altro turbò i sopravvissuti del diciannovesimo secolo fu il collasso dei valori e delle istituzioni della civiltà liberale, il cui progresso nel corso dell'Ottocento era dato per scontato, almeno nelle parti "avanzate" e "avanzanti" del mondo.
Il titolo originale dell'opera The Age of Extremes voleva sottolineare come il Novecento sia stato un secolo in eccesso, in cui tutto ciò che è avvenuto ha assunto le forme più radicali. Hobsbawm non si riferisce solo agli avvenimenti violenti tout court - come le guerre mondiali, o lo sterminio degli ebrei - ma fa riferimento anche ai cambiamenti nel modo di vivere e di pensare degli uomini e allo sviluppo dell'economia, che furono estremi per la loro rapidità e radicalità. Questo dato è particolarmente evidente nella fase che lo storico britannico ha denominato «Età dell'oro», «la più rapida e fondamentale trasformazione che la storia ricordi».
Un altro problema centrale che segnò non solo la prima fase del «secolo breve» scaturì dalla sistemazione postbellica, sia per quanto riguarda l'Europa che per quanto riguarda altre aree (come, ad esempio, il Medio Oriente). Essa si rivelò disastrosa. Da essa trassero le ragioni molti dei conflitti successivi. Del resto, secondo Hobsbawm, i conflitti nazionali che hanno lacerato alcune aree europee sino ai nostri giorni altro non sono che «i nodi di Versailles che ancora una volta vengono al pettine». I nuovi stati che vennero costituiti sulle terre dell'Impero asburgico o della Russia – contrariamente al principio che aveva ispirato i trattati (almeno sulla carta) - erano multietnici quanto gli imperi che li avevano preceduti.
In definitiva, già negli anni '30, a eccezione della sistemazione territoriale, nulla restava in vigore di quello che il Trattato di Versailles aveva stabilito. La guerra sancì la fine del «concerto europeo», della centralità europea sulla scena mondiale, soprattutto dal punto di vista economico e dunque non fu possibile costruire un equilibro internazionale stabile, sia perché gli USA si svincolarono quasi subito dagli impegni contratti - facendo venire meno così il ruolo assunto dall'unico paese che avrebbe potuto farsi garante di un nuovo ordine e del rispetto degli accordi - sia perché due grandi potenze europee e mondiali, la Germania e la Russia sovietica, vennero emarginate dal concerto delle nazioni (con una pace punitiva, la prima, con il "cordone sanitario", la seconda). E' in questo contesto che si inserisce, a giudizio di Hobsbawm, la grande crisi del 1929 che, da una parte, portò le «forze politiche del militarismo» al potere in Germania e Giappone (forze impegnate in primo luogo a infrangere lo statu quo internazionale), dall'altro lato, conferì all'esperienza sovietica il valore di una concreta alternativa al capitalismo. La crisi, inoltre, determinò un altro elemento periodizzante cioè l'alleanza temporanea e insolita del capitalismo liberale e del comunismo in funzione antifascista. L'alleanza antifascista che - per molti aspetti, secondo Hobsbawm, va retrodatata agli anni '30 - costituì «il cardine della storia del nostro secolo, il suo momento decisivo».
E' in questo quadro che si comprende meglio la centralità che, secondo Hobsbawm, hanno il comunismo e l'Unione Sovietica nell'ambito del «secolo breve». A Hobsbawm pare una ironia della storia che il risultato più duraturo della Rivoluzione d'Ottobre, il cui obiettivo era il rovesciamento del capitalismo su scala planetaria, «sia stato quello di salvare i propri nemici», sia nella seconda guerra mondiale, con la vittoria militare sulle armate hitleriane, sia nella pace, procurando al capitalismo dopo il 1945 «l'incentivo e la paura che lo portarono ad autoriformarsi».
Il secondo periodo, l'«Età dell'oro», fu caratterizzato dal più rapido e intenso sviluppo economico che il mondo avesse conosciuto e da uno straordinario rivolgimento dell'organizzazione della società. Questo processo di sviluppo riguardò essenzialmente i paesi capitalistici sviluppati. Per gli Stati Uniti si trattò della continuazione di un trend iniziato negli anni della guerra mondiale. La crescita sembrava estesa a tutto il pianeta, indipendentemente dal tipo di regime politico, ma negli anni '60 «divenne chiaro che il capitalismo era passato in testa rispetto al socialismo e procedeva a ritmo velocissimo».
L'«Età dell'oro» - secondo Hobsbawm - va considerata un fenomeno mondiale, benché l'opulenza generalizzata «non sia neppure stata intravista dalla maggioranza della popolazione mondiale, cioè da coloro che vivevano in paesi per definire la cui povertà e arretratezza gli esperti dell'ONU cercavano di escogitare eufemismi diplomatici». Non ci sono spiegazioni definitive per comprendere l'enormità di quello che lo storico inglese ha chiamato il «grande balzo: esso infatti consistette in una sostanziale ristrutturazione e riforma del capitalismo e in una spettacolare mondializzazione e internazionalizzazione dell'economia». Nei paesi più ricchi si ebbe l'introduzione dei sistemi di Welfare (tesi al benessere della popolazione) e un trend quasi ininterrotto di crescita dei salari, sul piano mondiale si registrò la sempre maggiore integrazione delle economie dei singoli paesi in un sistema economico mondiale. La riforma del capitalismo produsse un'«economia mista», che «consentì agli Stati di pianificare e dirigere più facilmente la modernizzazione economica e che accrebbe la domanda in misura enorme». L'internazionalizzazione dell'economia, d'altro canto, moltiplicò la capacità produttiva dell'economia mondiale rendendo possibile una divisione internazionale del lavoro assai più elaborata e sofisticata. Il commercio mondiale "esplose" e si accelerò il ritmo della rivoluzione tecnologica.
L'«Età dell'oro» dunque «aveva dato inizio e anzi aveva largamente realizzato la più sensazionale, rapida e profonda rivoluzione nella condizione umana di cui vi sia traccia nella storia», una rivoluzione sociale e culturale che è proseguita fino a oggi, oltre i limiti cronologici che Hobsbawm pone all'«Età dell'oro». La fine della società contadina, l'urbanizzazione, la scolarizzazione di massa, le grandi migrazioni tra le diverse parti del mondo, il nuovo ruolo delle donne, il cambiamento nella struttura della famiglia e l'evoluzione dei costumi sessuali, il crollo della tensione ideologica sono alcuni degli elementi che caratterizzano questo rivolgimento rivoluzionario. La novità di questa trasformazione consiste, secondo Hobsbawm, sia nella sua velocità straordinaria sia nella sua universalità, benché essa si dispiegò in misura e intensità diverse per abitanti delle parti sviluppate e quelli delle parti non sviluppate del globo.
Il 1968 costituisce un momento importante della proposta di periodizzazione di Hobsbawm. (vedi Galleria multimediale: 1968) La mobilitazione studentesca - e in alcuni casi operaia (Francia e Italia, in primo luogo) - che esplose nei paesi capitalistici avanzati, ma anche in alcune realtà dell'area del sottosviluppo (come in Messico), rappresenta per Hobsbawm il «segno che l'equilibrio dell'Età dell'oro non poteva durare».
L'ultimo periodo che caratterizza il secolo breve, quello che Hobsbawm ha definito «la frana», ha inizio nei primi anni Settanta e si conclude nel 1991 con il crollo dell'Unione Sovietica: è una fase in cui si sgretolarono le fondamenta su cui si reggeva l’«Età dell'oro». La crisi prese il via con la decisione del presidente americano Nixon, nell'agosto del 1971, di sospendere la convertibilità del dollaro, dando un colpo durissimo al sistema monetario fondato nel 1944 a Bretton Woods. L'egemonia americana era entrata in una fase difficile e stava diventando sempre più «predatoria»: da un lato, gli europei si mostravano sempre più restii a finanziare indirettamente la
guerra del Vietnam e il progetto di Johnson della Great Society accettando di importare inflazione, acquistando dollari sopravvalutati; dall'altro lato, gli Stati Uniti cominciarono a guardare con sempre maggiore sospetto gli alleati occidentali e il Giappone per la concorrenza delle merci di questi paesi sui mercati mondiali e per la loro mancanza di solidarietà in un momento di difficoltà per il paese leader. Poco dopo, i due shock petroliferi del 1973 e del 1979, che nell'immediato determinarono un mutamento nei rapporti tra nord e sud del mondo (anche se alla lunga saranno proprio i paesi non industrializzati non esportatori di petrolio a esserne più danneggiati), innescarono il ciclo depressivo.
La storia dei vent'anni seguiti al 1973 è quella di un mondo «che ha perso i suoi punti di riferimento e che è scivolato nell'instabilità e nella crisi». In realtà, secondo lo storico britannico, i decenni dopo il 1973 non sono stati una «grande depressione» nel senso di una crisi analoga a quella degli anni '30, perché fino al 1991 continuò, salvo alcune interruzioni, la crescita, anche se più lenta che in passato, delle economie avanzate e, più in generale, dell'economia mondiale. Quest'ultima si presentava, anzi, molto più dinamica all'inizio degli anni '90. Tuttavia, secondo Hobsbawm, non c'è dubbio che il sistema economico mondiale fosse entrato in un ciclo depressivo e in una condizione di instabilità rispetto a cui fallirono tutti i tentativi di stabilizzazione. Ancora più importanti come segnali di crisi sono alcuni fenomeni sociali che emersero in questa fase: l'affermazione di un sistema produttivo che tendeva a espellere manodopera e, di conseguenza, la crescita della disoccupazione, la crescita della disuguaglianza economica tra i diversi ceti sociali e l'allargamento delle aree di emarginazione, ecc.
Il dato centrale della crisi fu che «fluttuazioni congiunturali coincisero con sconvolgimenti strutturali»; il sistema di produzione era stato trasformato dalla rivoluzione tecnologica e si era mondializzato e transnazionalizzato in misura straordinaria. Inoltre, a partire dagli anni '70 emersero con sempre maggiore forza gli effetti della rivoluzione sociale e culturale dell'«Età dell'oro», come pure le conseguenze del dissesto ecologico del pianeta. La mondializzazione dell'economia dopo il 1970 pose, secondo Hobsbawm, tutti gli stati alla mercé di un mercato mondiale incontrollabile. Anche i sostenitori delle politiche neoliberiste (R. Reagan e M. Thatcher), che dominarono la scena politica nel corso degli anni Ottanta, furono sostanzialmente incapaci di affrontare la crisi, anzi la aggravarono.
La crisi iniziata negli anni Settanta produsse anche sul piano della politica internazionale una serie di eventi che sarebbero parsi assolutamente imprevedibili nei decenni precedenti. La caduta del muro di Berlino, la dissoluzione dell'Unione Sovietica e la fine dell'assetto bipolare con tutto il suo portato di scontro ideologico fanno emergere con forza ancora maggiore "il malessere" dell'altra parte del mondo. Con il trapasso dagli anni '80 agli anni '90 «si è fatto evidente che la crisi mondiale non era solo una crisi generale in senso economico, ma anche in senso politico». All'instabilità economica si è aggiunta quella politica - di caos vero e proprio in molte parti del mondo - perché ne è uscito distrutto il sistema che aveva stabilizzato le relazioni internazionali negli ultimi quarant'anni. L'instabilità ha messo a nudo «la precarietà degli assetti politici interni dei singoli stati, che si basavano essenzialmente su quella stabilità internazionale».
Il «secolo breve», in definitiva, ha conosciuto dei processi che lo differenziano drasticamente dall'epoca precedente: innanzitutto il fatto che il mondo non sia più eurocentrico. Il Novecento ha segnato il "collasso" dell'Europa, ancora egemonica all'inizio del secolo. Le grandi potenze del 1914, tutte europee, si sono ridotte al rango di potenze regionali, con la possibile eccezione della Germania. Anche se questo dato non va enfatizzato, perché risulta meno rilevante se si considerano i mutamenti nella configurazione economica, intellettuale e culturale del mondo. In realtà, benché si sia registrata l'ascesa di altri paesi, le nazioni che conobbero l'industrializzazione nel corso dell'Ottocento hanno conservato la più grande concentrazione di ricchezza e di potere economico e le cui popolazioni godono a tutt’oggi degli standard di vita più alti.
La seconda trasformazione decisiva è stata secondo Hobsbawm la grande integrazione del mondo, da cui deriva una delle questioni più scottanti della fase attuale e cioè «la tensione che sussiste tra un processo sempre più accelerato di globalizzazione e l'incapacità delle istituzioni pubbliche e dei comportamenti collettivi degli esseri umani di accordarsi ad esso». Il «secolo breve» ha lasciato in eredità un sistema internazionale meno strutturato di quanto non lo sia mai stato in duecento anni, che deve affrontare i pericoli derivanti dal degrado ecologico e dalla crescita demografica sempre più incontrollabile.
Infine, la terza e "più inquietante" trasformazione è stata, secondo Hobsbawm, la disintegrazione dei tradizionali modelli di relazioni umane e sociali e, di conseguenza, la rottura dei legami tra le generazioni, cioè del «rapporto tra passato e presente». Un mutamento che è, a suo giudizio, avvertibile soprattutto nei paesi più sviluppati del capitalismo occidentale, dove si sono affermati, soprattutto a partire dagli anni '60, con una brusca accelerazione nel corso degli anni '80, i valori di un «individualismo asociale assoluto».
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