«Noi oggi viviamo in un mondo diverso, in quasi tutte le sue premesse fondamentali, da quello in cui visse e morì Bismarck. Come sono avvenuti questi cambiamenti? Quali sono gli influssi formativi e le differenze qualitative che contrassegnano la nostra epoca?».
Con questi interrogativi avvia la sua riflessione sull'età contemporanea lo storico inglese Geoffrey Barraclough. Anche se si tratta di un'opera apparsa negli anni '60 (la prima edizione è del 1964), la Guida alla storia contemporanea rimane un testo capitale per affrontare un'analisi di ampio respiro sul XX secolo.
Per Barraclough l'età contemporanea, il "nuovo mondo", maturato sulle orme del vecchio, dal momento che non si può individuare una netta divisione tra il periodo "contemporaneo" e quello "moderno", appare nello scorcio del XIX secolo. Esso si presenta, almeno in principio, come un rivolgimento «intermittente nel grembo del vecchio mondo». E' negli anni che immediatamente precedono e seguono il 1890 che, secondo lo storico inglese, la maggior parte degli sviluppi che differenziano la storia «contemporanea» da quella «moderna» cominciano ad evidenziarsi. Con la fine della prima guerra mondiale, nel 1918, il "nuovo mondo" assume poi una fisionomia distinta e una propria esistenza; giunge a una rapida maturazione dopo il 1945, ma è solo negli anni compresi tra il 1955 e l'inizio degli anni '60, che si è affrancato dalla tutela del vecchio mondo «affermando il diritto inalienabile di decidere del proprio destino».
In realtà Barraclough non mette al centro della sua riflessione il concetto di "secolo" o l'idea di Novecento, tuttavia ne emerge un'immagine del XX secolo come "secolo lungo", che rompe i propri argini temporali verso l'ultimo ventennio del secolo precedente e che appare segnato da una spaccatura (1960-61), il momento in cui il nuovo mondo «è entrato in orbita», quello in cui ha vinto le resistenze che lo legavano al periodo precedente. L'età contemporanea nella sua visione si configura come una lunga e "rivoluzionaria" transizione compresa tra la fine del XIX secolo e il 1960-61. Gli anni tra il 1890 e il 1960 ci mettono di fronte a due processi congiunti, dunque, "l'inizio di un'epoca" e la "fine di un'altra".
Lo scorcio del XIX secolo e gli anni che precedono il primo conflitto mondiale costituirebbero il momento in cui i problemi che caratterizzano l'età contemporanea emergono e, invece, il periodo tra il 1918 e il 1956 costituirebbe la vera e propria transizione da un'epoca a un'altra. In questo quadro il 1956 rappresenta, a parere di Barraclough, un momento periodizzante: con il fallimento dell'intervento anglo-francese contro l'Egitto di Nasser per il controllo del canale di Suez, e con la repressione della rivolta ungherese da parte dei sovietici, si dimostra chiaramente il definitivo ridimensionamento dell'Europa sulla scena politica internazionale. Si mette in evidenza l'impossibilità per l'Europa di imporre, vista anche l'opposizione americana e sovietica, il proprio controllo sui paesi ex coloniali e quella di mettere in discussione l'assetto politico determinatosi, sotto l'egida delle due grandi potenze, alla fine del secondo conflitto mondiale. Quindi il periodo vero e proprio della "storia contemporanea" ha inizio - secondo Barraclough - alla fine del 1960 o all'inizio del 1961: l'esordio dell'amministrazione Kennedy negli Stati Uniti, quando per la prima volta il potere decisionale al livello più alto passa nelle mani di una generazione che non era stata implicata nella politica prima del 1939, si configura, anche sul piano simbolico, come il momento di questa rottura. Altri fatti, del resto, segnalano questo passaggio: la nuova fase delle relazioni fra il blocco sovietico e l'Occidente (la politica della coesistenza pacifica che presuppone una riduzione della tensione ideologica tra i due schieramenti); la rottura tra l'Unione Sovietica e la Cina di Mao, con quest'ultima che si avvia a diventare una potenza mondiale; la politica del non allineamento dei principali paesi afro-asiatici, con l'emancipazione dai legami con l'Unione Sovietica della maggior parte delle nuove nazioni; l'emergere del problema del sottosviluppo che produce nuovi schieramenti e nuovi nazionalismi; i primi passi della Comunità Economica Europea. Un altro punto qualificante che sta alla base del suo ragionamento è il superamento del concetto di Stato nazione che, ormai in maniera palese, «non poteva più costituire una base adatta a far fronte ai problemi della società tecnologica» e quindi l'emergere di una tendenza a formare nuovi raggruppamenti regionali. Per capire il disegno concettuale di Barraclough bisogna però ritornare al termine a quo della sua proposta di periodizzazione, agli ultimi anni del XIX secolo o, più in generale, al venticinquennio 1890-1914. Il mondo che, verso la fine del XIX secolo, fu teatro dei primi mutamenti decisivi, era «saldamente ancorato ai pilastri fissi dello Stato nazionale sovrano e di un ordine sociale reso stabile da una prosperosa borghesia». Se non si rimane ancorati a una prospettiva eurocentrica, però, anche gli stessi conflitti che si scatenano in Europa nella prima metà del '900, che sono determinanti per la nascita del "nuovo mondo", risultano qualcosa di più che una continuazione dei conflitti europei della fase precedente. Essi vanno visti in quel processo di mutamento mondiale che data dal 1890. In Barraclough, dunque, vi è un ridimensionamento delle due guerre mondiali come momenti periodizzanti in senso "forte". Essi sono, per lo studioso britannico, due decisivi momenti di conflitto e di sistemazione dell'assetto mondiale (vedi Galleria multimediale: prima e seconda guerra mondiale). Vanno visti, però, anche in un'altra chiave, cioè in quanto spia di un cambiamento (il declino della centralità europea e l'avvento dell'età della "politica mondiale", in primis) e al tempo stesso resistenza a questo cambiamento e catalizzatori di un'accelerazione profonda dei processi che stavano modificando l'equilibrio politico ed economico mondiale. Anche il fascismo (vedi Galleria multimediale: fascismo) e il nazionalismo – che Barraclough definisce dei caratteristici «sottoprodotti» del vecchio mondo - non hanno investito in modo sostanziale la transizione da un'epoca all'altra. Anzi la favorirono configurandosi come gli strumenti del crollo del "vecchio mondo" per varie ragioni: perché indebolirono le forze conservatrici nella loro opposizione al comunismo e al socialismo spingendo - nel corso degli anni '30, quando emergono come la più radicale minaccia allo statu quo - gli altri due schieramenti (la destra conservatrice e la sinistra socialista) a una temporanea alleanza, ma, soprattutto, perché distolsero l'attenzione dagli altri problemi, accelerando i cambiamenti nelle altre parti del mondo.
Nella visione di Barraclough sono quattro i processi di fondo, tutti interconnessi tra di loro, che scandiscono e quindi periodizzano il secolo: la rivoluzione tecnologica e la sempre maggiore integrazione del mondo, il passaggio dalla politica delle potenze europee a una "politica mondiale" con l'affermazione di nuove potenze mondiali, la nascita di una società di massa, la rivolta contro l'Occidente dei popoli dell'Africa e dell'Asia e la sfida ideologica comunista. Tutti questi processi prendono le mosse nel cruciale venticinquennio 1890-1914 e arrivano a compimento nel secondo dopoguerra.
Anche il processo che porta dopo la seconda guerra mondiale all'affermazione del bipolarismo, cioè alla definitiva affermazione di una "politica mondiale" data alla fine dell'Ottocento, quando, il XIX secolo delle potenze era già, per molti aspetti, finito. La concentrazione di potere ai fianchi dell'Europa, la nascita di nuovi centri politici e di nuovi punti di conflitto in Asia e nel Pacifico, fecero sì che prima della divisione in due blocchi il declino europeo fosse già un processo evidente. Ad esso aveva dato un contributo decisivo la prima guerra mondiale che indebolì il vecchio continente frantumandolo in un numero crescente di Stati piccoli o medi con la sistemazione del 1919 (Trattato di Versailles).
Fin dal 1815 gli eventi politici internazionali si erano svolti - secondo Barraclough - su due scene comunicanti ma separate: la scena della politica mondiale e quella più strettamente europea. In una prima fase le due grandi potenze ai fianchi dell'Europa (Gran Bretagna e Russia) sostenevano la loro parte in ambedue i teatri, le altre potenze europee continentali operavano essenzialmente nel secondo, mentre gli Stati Uniti erano confinati al primo scenario. Con l'ascesa degli Stati Uniti tra il 1890 e il 1914, con il profilarsi di una competizione russo-statunitense e con l'affermazione del Giappone questo quadro mutò. Il fattore decisivo del cambiamento tra il 1895 e il 1905 fu, dunque, l'entrata in scena del Giappone e degli Stati Uniti, non disposti a cedere il controllo sulle aree che essi consideravano vitali per la propria espansione economica e militare. Quindi gli eventi dal 1895 al 1905 si possono - secondo Barraclough - considerare una (o un'altra) «svolta della storia». La minaccia della spartizione della Cina, spronò le potenze extraeuropee all'azione con il conseguente affermarsi di un sistema di politica mondiale. Mai prima d'allora le politiche d'Europa, Asia e America si erano così intrecciate.
Le conseguenze di quel decennio cruciale per Barraclough furono plurime: la fine dell'amicizia tra Russia e Stati Uniti, ormai rivali nel Pacifico, che prefigurò il conflitto successivo; il fatto che il centro delle rivalità internazionali si era ormai spostato in Estremo Oriente; lo stabilirsi di un legame permanente tra gli affari europei e quelli mondiali (e alla distanza la subordinazione dei primi ai secondi). In breve il mondo sul quale l'Europa aveva esercitato la sua influenza per un secolo cominciava a premere sull'Europa e questa, dopo il '45, divenne l'appendice delle due potenze mondiali: Stati Uniti e Unione Sovietica. Al termine del processo il sistema dell'equilibrio del potere viene sostituito da un sistema di polarità mondiale: «la divisione in una molteplicità d'interessi in competizione e bilanciati fra loro dava luogo alla formazione di blocchi chiusi di dimensioni continentali, dai quali rigide cortine di ferro escludevano ogni potenza straniera». All'estremità di tale processo si collocava, per Barraclough, simbolicamente, la costruzione del muro di Berlino del 1961 e l'azione degli Stati Uniti contro l'installazione dei missili nella Cuba rivoluzionaria.
Esposto in tali termini questo processo può apparire assolutamente lineare. In realtà Barraclough fa osservare come i cambiamenti emersi nel periodo 1895-1905 non si affermarono così pacificamente: il vecchio mondo lottò per sopravvivere e questo scontro segnò tutta la prima metà del XX secolo. E' in questa chiave che - contrariamente a quanti hanno visto nel conflitto mondiale un conflitto europeo, divenuto mondiale solo dopo il 1917 - va letta la prima guerra mondiale. Secondo Barraclough, infatti, il primo conflitto mondiale venne inteso fin dal principio come guerra mondiale (nella sua concezione e nei suoi piani), come scontro tra nuove grandi potenze mondiali e quelle più antiche. Il risultato fu diverso rispetto ai propositi dei difensori del vecchio ordine visto che l'effetto della guerra fu di distruggere definitivamente la base dell'equilibrio europeo. Quindi il 1918 è importante perché con esso «la potenza delle nazioni europee era ormai tramontata, e la parte decisiva era toccata alle due grandi potenze extra-europee ai loro fianchi»; ma ancora più centrale è la decisione degli USA di entrare in guerra nel 1917, che costituì lo stadio decisivo nella transizione tra l' "età della politica europea" e l' "età della politica mondiale". Con la rivoluzione d'ottobre, inoltre, prese forma tangibile la divisione del mondo in due grandi blocchi contrapposti. La seconda guerra mondiale, infine, ebbe come risultato quello di sancire il primato di USA e URSS.
L'ultima parte del XIX secolo (il periodo 1870-1914, in generale) è decisivo anche come momento di passaggio verso una società di massa, vasta e malleabile, che si avvia alla distruzione del preesistente ordine sociale e politico borghese, per dare luogo a nuove forme di organizzazione sociale e politica. Cambia la funzione di governo in relazione alle necessità politiche e sociali della nuova società industriale (controllo statale, imposizione sugli individui per scopi sociali...). E' il momento in cui lo Stato cessa di essere quella sorta di "guardiano notturno", le cui attività dovevano essere limitate al minimo nell'interesse della libertà individuale. La politica tende ad abbracciare l'intera esistenza umana. Mutano, di conseguenza, i sistemi di governo e di esercizio della sovranità.
Il passaggio alla società di massa, tra tutte le trasformazioni è quella che Barraclough vede come meno palese nel suo carattere "rivoluzionario" per i contemporanei. La transizione non fu meno rivoluzionaria per i risultati ai quali condusse ma fu meno repentina nel suo svolgimento, si sovrappose all'ordine preesistente. In realtà, secondo Barraclough, tutti i sistemi politici che si affermarono (democrazia parlamentare, fascismo, comunismo) costituirono delle risposte al crollo della democrazia liberale del XIX secolo sotto la pressione della società di massa. Quel sistema elitario venne sostituito da un sistema fondato sui partiti (anche quando si tratta del partito unico dei regimi totalitari) mediatori del rapporto con un elettorato di massa che le antiquate forme di organizzazione politica non potevano più contenere.
Contro chi descrive il '900, la storia contemporanea, come un tremendo conflitto di principi e di fedi - almeno a partire dalla rivoluzione russa dell'ottobre del 1917 - Barraclough fa osservare come il conflitto ideologico non sia stato un tratto così tipico della storia contemporanea. A suo giudizio, esso rispecchiava altri conflitti e va ricondotto a una lotta che veniva combattuta per altri motivi. Il marxismo (vedi Galleria multimediale: Msxismo) stesso non fu solo una causa, quanto il prodotto della nuova situazione del mondo (rivoluzione tecnologica, nuova funzione dello Stato, avvento della società di massa che producono una "nuova filosofia sociale"). Anche in questo caso furono decisivi gli ultimi decenni del XIX secolo e il fatto che avevano preso piede le ideologie rivoluzionarie rappresenta la prova decisiva che stava iniziando un nuovo periodo storico. Come il liberalismo si era fatto strada dopo il 1789 in quanto ideologia della rivoluzione borghese, così al principio del '900 si levò «il marxismo-leninismo come l'ideologia dell'attesa rivoluzione proletaria a sfida dei valori liberali dominanti». La data decisiva è per Barraclough il 1903, perché è l'anno nel quale Lenin ottenne che il principio della dittatura del proletariato fosse inscritto nel programma del Partito Socialdemocratico russo dei lavoratori. Nel 1903, dunque, inizia, a giudizio di Barraclough, una nuova era nella politica. Lenin non fa altro che riportare sulla terra «la critica, la sfida al liberalismo che, insieme alla caduta e alla dissoluzione della tradizione umanistica […], è il tratto più importante della storia contemporanea sul piano delle idee». Si tratta di un'ideologia che travalica ogni confine geografico, e che - nel mondo coloniale - fa brillare la promessa di rapido progresso economico e sociale. Il comunismo lanciò un messaggio di carattere universale, anche se tra il 1917 e il 1949 esso si identificò con la politica dello Stato sovietico. In sostanza il comunismo si affermò in virtù del fatto che il liberalismo apparve incapace di risolvere i problemi della società moderna e progredì, quindi, nel corso della crisi del dopoguerra e di quella del 1929, quando poté opporre un nuovo modello sociale a un capitalismo in crisi. Il ruolo svolto dall'Unione Sovietica nel corso della seconda guerra mondiale diede poi un'ulteriore spinta all'espansione della sua influenza. Se anche il comunismo non fu l'unico elemento a determinare una nuova politica sociale ed economica nei paesi avanzati, esso fu però centrale e determinante nell’esercitare una pressione in tal senso. Il suo influsso più importante nella storia recente fu rappresentato dall'aver offerto ai popoli sottosviluppati un programma di sviluppo. In questo quadro, delineato da Barraclough, il fascismo e il nazionalismo appaiono meno decisivi nel processo di cambiamento perché si configurarono come il «caratteristico sottoprodotto del vecchio mondo in declino» e si irrobustirono con la sempre più grave crisi di quest’ultimo. Emersero come un'espressione della crisi del vecchio mondo che produsse un’estrema polarizzazione tra le forze conservatrici e quelle innovatrici, tra sinistra ed estrema destra, tra la riproposizione della centralità dell'Europa e invece la proposta di una nuova società. Per quanto fra questi due estremi ci fu posto per un'infinità di posizioni intermedie.
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