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     Il Novecento: periodizzazioni e interpretazioni | Premessa

Premessa - Ermanno Taviani

"Secolo breve", "secolo lungo", "secolo circolare", "secolo spezzato", "secolo aperto", oppure il Novecento come lunga transizione verso la piena affermazione dell'età contemporanea. E ancora, quando comincia il XX secolo, inteso come paradigma della contemporaneità? Nella seconda metà dell'Ottocento, nel 1914, nel 1945. Queste sono le diverse ipotesi che è opportuno discutere prima di illustrare i contenuti specifici di questo progetto sull’Europa. Ad ognuna di esse corrisponde la scelta di una determinata scala di valori, l'individuazione di quelli - che a giudizio di vari autori - sono sembrati i principali processi o avvenimenti del secolo. Del resto, anche sul ruolo dei grandi avvenimenti (la prima guerra mondiale, la rivoluzione dell'ottobre del 1917, la crisi economica del 1929, la seconda guerra mondiale, la caduta dei regimi che si ispiravano al comunismo...) la discussione è tutt'altro che chiusa.
Il discorso storico presuppone sempre una periodizzazione sia che si muova nella prospettiva della "lunga durata" o del "tempo breve", sia che si scelga un piano d'indagine che privilegi la diacronia, ovvero la discontinuità, sia che si privilegi, al contrario, la sincronia, cioè la continuità. Una grande parte della storiografia - a partire dalla scuola delle Annales - si è battuta nel secondo dopoguerra per il superamento di una storiografia événementielle, incentrata sui grandi fatti e sui grandi personaggi. Da una concezione della storia fino ad allora intesa prevalentemente come storia politica si è passati ad una storia dei grandi processi plurisecolari, da una storia della cultura intesa solo come alta cultura si è passati all'attenzione verso le "culture basse", le "mentalità", la "civiltà materiale". In altre parole, a una storiografia attenta al mutamento, ai grandi personaggi, se ne è contrapposta un'altra attenta alla "lunga durata", al "tempo lungo" dei processi storici.
E’ opportuno precisare che, a seconda dell'oggetto di indagine che gli storici hanno scelto (che può essere la storia dell'economia, della politica internazionale, dei partiti politici, delle ideologie…), essi hanno necessariamente operato scansioni diverse nell'epoca contemporanea che hanno a che fare sia con l'oggetto dello studio sia con la storia del secolo in generale, perché necessariamente l'oggetto di indagine deve essere collocato nel contesto. A seconda della scelta del punto di vista (la storia economica, politica, militare, ecc.) cambia il peso che si dà ad alcuni fattori.
Come Charles Maier ha osservato, le discussioni sulla periodizzazione non concernono tanto le date o i fatti storici presi per se stessi, «quanto le dimensioni del mutamento sociale, culturale e politico che le sottendono […]; date particolari privilegiano differenti ordini di trasformazione».
Similmente l'esigenza di fare i conti con il "contesto" generale, se è necessaria per tutti i settori della storiografia, è ancora più imprescindibile per lo storico dell'età contemporanea, perché se c'è un elemento che ormai si può considerare acquisito per quanto riguarda la storia recente è quello della grande, crescente integrazione tra tutte le parti del mondo, un processo riassumibile nel concetto di "interdipendenza". Quindi, anche quando si affrontano temi specifici come le storie nazionali, ci si deve confrontare con una dimensione internazionale, stabilire dei nessi e analizzare il loro modo di operare.
Uno dei problemi principali della maggior parte dei manuali scolastici è proprio quello per cui nell'illustrazione dei vari argomenti si tende in genere a perdere di vista il senso dei processi generali, il loro interagire con le realtà nazionali secondo modalità orizzontali. E quindi si studiano l'Italia, la Germania, gli Stati Uniti, tralasciando molto spesso di collegare i singoli sviluppi nazionali nel quadro dei rapporti di interdipendenza che esistono tra i vari paesi.
Le indagini storiografiche più convincenti sono quelle in cui si stabiliscono dei nessi tra questi vari piani, che riescono a muoversi su più dimensioni cronologiche, che si confrontano con processi che tagliano trasversalmente tutte le questioni e che non sempre sono organizzabili secondo scansioni cronologiche nette. Sono quelle, infine, che non perdono di vista quei momenti di discontinuità che comunque, a nostro giudizio, esistono nel "divenire storico".
Tuttavia, se è difficile avanzare un'ipotesi di periodizzazione che con coerenza tenga conto di tutti i principali fattori, è pressoché impossibile attribuire un significato prevalente dell'epoca che abbiamo appena attraversato senza operare delle forzature. Inquadrare in una prospettiva unidimensionale il '900 risulta, infatti, fuorviante. Nella temperie politica e culturale degli anni '50, ad esempio, molti storici e personalità della cultura vedevano nella violenza organizzata il dato caratterizzante dell'epoca passata e presente. E' difficile dar loro torto: erano passati pochi anni, dalle due grandi guerre mondiali, dal genocidio del popolo ebraico, dall'avvio dell'era atomica (con Hiroshima e Nagasaki), dagli orrori dello stalinismo. In realtà, anche alla distanza, una tale definizione ci appare oggi sicuramente corretta, ma non l'unica che possiamo dare al Novecento.

Analizzare tutte le periodizzazioni che la storiografia ha proposto sul Novecento costituirebbe un'impresa improba, il cui risultato, data la mole di ricerche, sarebbe un elenco sommario di autori e di opere. Ci limiteremo, dunque, ad alcuni autori che - per diversi motivi - appaiono i più significativi nel dibattito attuale: Barraclough, Hobsbawm, Guarracino.

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